Nuove dipendenze, vecchi rischi: la strategia più razionale (e conveniente) per l’Italia è accelerare le rinnovabili
Nel 2022, con l’inizio della guerra della Russia contro l’Ucraina, l’Europa si è trovata improvvisamente a fronteggiare quella che venne definita un’“emergenza energetica”: la forte dipendenza dalle importazioni di gas russo si era trasformata in un boomerang politico ed economico. Quella crisi sembrò segnare il punto massimo di vulnerabilità energetica.
Oggi, l’insicurezza energetica non solo è persino maggiore di allora, ma è anche diventata strutturale, andando ben oltre il carattere emergenziale del 2022.
Infatti, ad una riduzione dell’esposizione verso la Russia, è corrisposto un aumento, significativo, della dipendenza dell’Europa dal gas naturale liquefatto statunitense. Le importazioni di gas liquido americano, a livello europeo, sono aumentate di 4 volte dal 2021 al 2025, arrivando a rappresentare il 57% del totale dell’import di GNL.
L’Italia è tra i Paesi europei che maggiormente hanno aumentato la dipendenza dall’import di GNL dagli Stati Uniti, che oggi sono il nostro principale fornitore di gas naturale liquefatto coprendo il 45% delle importazioni.
Queste percentuali, già importanti, di dipendenza europea e nazionale dal GNL americano sono destinate ad aumentare notevolmente nei prossimi anni, stando agli accordi sottoscritti.
E anche volendo tralasciare che dal punto di vista economico non è esattamente un grande affare per noi importare GNL dagli USA - è il più costoso da comprare per gli europei – a rendere il quadro energetico, se possibile, ancora più preoccupante del 2022, c’è il fatto che per l’ennesima volta l’energia diventa sinonimo di ricatto.
Mentre i rapporti tra Bruxelles e Washington vedono una tensione senza precedenti, l’Europa si trova a dover difendere la propria sicurezza e sovranità nei confronti del Paese da cui dipende per l’approvvigionamento di gas.
In risposta alle mire espansionistiche americane sulla Groenlandia e alle minacce di nuovi dazi, l’Europa ha appena sospeso il mega accordo commerciale siglato lo scorso luglio con gli Stati Uniti per l’acquisto di energia statunitense per un valore di 750 miliardi di dollari in un triennio.
Che quell’accordo possa essere o no ripristinato (realistico o meno che fosse), che Trump ritiri (al momento o stabilmente) gli annunci di nuovi dazi e le minacce militari, indipendentemente dalle giravolte al cardiopalma delle relazioni tra UE e Stati Uniti, resta ferma la questione cardine: la sicurezza energetica dell’Europa è ancora fuori dal suo controllo, e il potere di incidere sui prezzi dell’energia resta concentrato fuori dai confini europei, e, quindi, fuori anche dalla giurisdizione dell’Italia.
Il nostro Paese è la grande economia europea più dipendente dalle importazioni di gas dall’estero. Negli anni passati, abbiamo già dovuto improntare ingenti risorse economiche per contenere l’impatto del rialzo dei prezzi del gas sulla nostra economia. Oggi i margini di intervento pubblico sarebbero estremamente ridotti per affrontare eventuali nuovi shock dei prezzi energetici, uno scenario che si rivelerebbe drammatico per la nostra economia.
Questa premessa è doverosa, perché è alla luce di questo contesto che si dimostra irrimandabile un netto cambio di paradigma politico verso le energie rinnovabili.
Per il nostro Paese, aumentare rapidamente la produzione nazionale di elettricità rinnovabile è l’unica strategia razionale sia per la sicurezza energetica – dato che siamo ricchi di risorse rinnovabili e poveri di fonti fossili - sia per ridurre e stabilizzare i costi – dato che le tecnologie rinnovabili sono quelle che producono al minor costo e, una volta installate, danno energia per almeno 15/20 anni a prezzi stabili e indipendenti dalle crisi geopolitiche.
Per la sicurezza energetica e la competitività dell’Italia, a beneficio anche della politica estera, è necessario un favor politico più deciso e costante verso lo sviluppo delle rinnovabili che parta dal Governo centrale e si traduca in una proattività delle Regioni e degli Enti locali per superare le barriere, di varia natura, all’installazione di nuovi impianti rinnovabili.
Negli ultimi anni la politica nazionale in materia di rinnovabili ha visto continui cambiamenti del quadro normativo, ritardi nella pubblicazione di provvedimenti chiave, sequenze di interventi correttivi, ritocchi e aggiustamenti successivi, spesso finalizzati a rimediare a criticità generate dalle regole precedenti.
Confidando nel senso di responsabilità delle forze politiche, sarebbe lecito attendersi l’abbandono di questo approccio riparatorio e tardivo sul settore rinnovabili, di per sé freno allo sviluppo della nuova capacità di generazione, a favore di un impegno corale per valorizzare al massimo il contributo delle rinnovabili alla sicurezza energetica – a maggior ragione – a fronte di questa nuova ed acuta fase di instabilità globale.
Dico a maggior ragione, perché una decisa accelerazione è già necessaria per il raggiungimento del target rinnovabili 2030 stabilito dal Disegno di Legge n. 1718, che ha convertito il Decreto-Legge n. 175/2025 e modificato il quadro sulle aree idonee: l’obiettivo è installare 80 GW aggiuntivi al 2030 (rispetto al 2021).
Questo traguardo richiede 11,5 GW annui di nuova potenza installata da rinnovabili. Secondo Terna, nel 2025 le nuove installazioni si sono fermate a circa 7 GW, registrando un calo del 4% rispetto al 2024. Invece di accelerare, rallentiamo. Questo ritardo non è tecnologico, né industriale, è politico e regolatorio.
Se il ritmo non cresce, e visto il quadro internazionale dovremmo fare molto di più, anche solo l’obiettivo al 2030 resterà sulla carta e la transizione e l’indipendenza energetica un sogno.
Un passo in avanti importante è stata, nell’ambito del nuovo DL sulle aree idonee, l’introduzione della clausola di salvaguardia per i progetti già avviati, un correttivo fortemente richiesto dal settore e necessario perché fa davvero la differenza tra la continuità operativa e il rischio di paralisi del mercato.
L’introduzione di una disciplina transitoria costituisce una scelta equilibrata e ragionevole per tutelare l’affidamento delle imprese che hanno sviluppato i progetti sulla base delle norme vigenti. Nel settore dell’energia la stabilità regolatoria è indispensabile: la clausola di salvaguardia consente di portare avanti le iniziative già intraprese senza rischiare di compromettere anni di lavoro e risorse già impegnate.
Detto ciò, il settore si sarebbe atteso un intervento regolatorio più deciso nella direzione di una maggiore espansione delle aree idonee e quindi di un maggior sostegno complessivo alle rinnovabili.
In questa prospettiva, sarebbe necessario l’avvio di un Tavolo tecnico per definire un quadro regolatorio equilibrato, capace di garantire un’effettiva tutela del patrimonio culturale senza compromettere la possibilità di realizzare i nuovi impianti indispensabili al Paese. È fondamentale evitare che l’estensione generalizzata delle fasce di rispetto a tutti i beni tutelati, prevista dal D.Lgs. 42/2004 e comprensiva anche dei beni paesaggistici, finisca per ridurre in modo eccessivo il numero di aree concretamente disponibili per i progetti futuri.
Rispetto alle successive scelte regionali, è auspicabile che le Amministrazioni territoriali adottino soluzioni coerenti con i principi sanciti dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 184/2025, interpretando la disciplina delle aree idonee come uno strumento premiale e di semplificazione dei procedimenti autorizzativi e non come un divieto di realizzare impianti rinnovabili fuori da tali aree.