Sicurezza nazionale. Sicilia, Calabria e Sardegna bombardate per 72 ore dal ciclone Harry con onde di livello oceanico senza precedenti. Ma l’unica guerra utile alle emissioni a effetto clima e per l’adattamento ancora non si combatte
Le coste della Sicilia, della Calabria e della Sardegna per tre terribili giorni sono state devastate dalla “tempesta del secolo”, il ciclone chiamato Harry che ha sollevato e catapultato sui litorali onde con caratteristiche distruttive mai viste alle nostre latitudini. Le mareggiate non mediterranee ma di livello oceanico sono state talmente alte e talmente violente che l’Ispra ha misurato la loro massima potenza paragonandole a quelle che colpiscono le coste dell'Oceano Atlantico e Pacifico. Nel più piccolo bacino del Mare Nostrum, infatti, violentissime correnti marine le hanno sollevate fino ad una altezza di 15 metri, raddoppiando l’altezza media delle classiche alte onde mediterranee che potevano raggiungere un massimo tra 7 e 9 metri. I venti, per giorni anche a 120 chilometri orari, le hanno spinte sulle coste cancellando in 72 ore spiagge e strade, devastando tutto il costruito, sventrando e distruggendo reti idriche e fognarie, trasformando in scheletri stabilimenti e edifici di aziende, allagando campagne e aree urbane.
Nella sola Sicilia i danni superano il miliardo di euro, e l’evento estremizzato dal riscaldamento globale e da scarsissime difese, fa dire al meteorologo del Cnr-Lamma Giulio Betti, che pure ne ha viste tante, di non aver “mai visto una cosa così in vita mia. Onde di questa potenza spostano massi e frangiflutti da 20-30 tonnellate scaraventandoli in strada, con un periodo onda di 11-12 secondi la quantità d’acqua che viene spostata è di migliaia tonnellate, è qualcosa di impressionante”.
La “tempesta del 21° secolo” non ha precedenti sulle nostre coste per ampiezza, per durata e per capacità distruttiva. In 72 ore ha scaricato a terra tutta l’energia accumulata dall’aumento di temperatura delle acque mediterranee. Se non abbiamo pianto vittime è solo perché gli alert sull’arrivo della temibile tempesta lanciati dalla Protezione Civile hanno permesso ai sindaci dei piccoli e grandi Comuni costieri di avviare in tempo le evacuazioni, facendo abbandonare velocemente i litorali e salvando persone. Con l’eccezione di un paio di sindaci siciliani che hanno giocato a fare i fenomeni sotto l’uragano e che, a due passi dal mare ingrossato all’inverosimile e senza alcuna precauzione, hanno tentato dirette web con i cellulari e sono stati travolti ma fortunatamente ne sono usciti vivi. Pessimi esempi di ciò che non va fatto, di scarsissima consapevolezza dell’alto rischio e di menefreghismo nei confronti di quanti – donne e uomini della Protezione Civile, della Polizia e dei Carabinieri, dei Vigili del fuoco e degli stessi Comuni – stavano salvando i loro concittadini, evitando di accumulare tragedie.
Oggi tanti lungomare, come quello di Stazzo nel comune di Acireale sulla costa orientale siciliana, sembrano accartocciati, sono ammassi di materiali, del tutto irriconoscibili. La sua spiaggia di sabbia nera non esiste più, e sono stati cancellati borghi di pescatori. La violenza delle ondate alte come palazzi di 4 piani ha travolto aree iper-cementificate da un abusivismo senza limiti con vista mare, sventrando bar e ristoranti, casette e villette di villeggiatura fortunatamente vuote, sfondando porte e finestre, mura e balconi. Come Santa Teresa Riva nel messinese che sembra bombardata, così come lungo le coste della Calabria ionica e della Sardegna sudorientale dove sono state cancellati arenili da sogno come il simbolo di Cagliari: la spiaggia del Poetto, strade litoranee, porti e porticcioli, stabilimenti balneari, negozi e strutture ricettive. Tratte ferroviarie come la Messina-Catania resteranno chiuse per settimane. Per la Sicilia il presidente Renato Schifani ha già quantificato i danni a circa 1 miliardo, in Sardegna la previsione è di mezzo miliardo, in Calabria di centinaia di milioni di euro.
Il ministro della Protezione Civile, Nello Musumeci, nel sopralluogo in Sicilia ha messo giustamente in chiaro che “bisogna prendere atto del cambiamento climatico, altrimenti continueremo a piangere i morti", serve questa consapevolezza soprattutto in regioni fragili dal punto di vista idrogeologico, geologico e vulcanologico come la Sicilia, dove si è costruito troppo e anche dove era vietatissimo costruire per le leggi dello Stato e le leggi della Natura, ma dove tutto, come nel resto dell’Italia abusiva, è stato condonato.
Anche questa ultima tragedia fortunatamente senza vittima, indica che questa è l’ora dell’adattamento al clima cambiato, di avviare l’unica guerra che vale la pena di combattere per abbassare la “febbre” alta del Pianeta riducendo l’invio di gas serra in atmosfera a operando a terra, rafforzando la capacità di resistenza nelle aree urbane da eventi così incredibilmente estremizzati.