L’Italia, che frana! Niscemi in bilico ricorda che siamo un Paese dai piedi di argilla. Dal 1918 sono state 17.000 le gravi frane in 14.000 luoghi, con 5.939 vittime e 1,2 mld di euro all’anno di danni. Delle 750.000 frane Ue, 620.808 sono nostre
“Li monti sono disfacti dalle piogge e dalli fiumi [...] L’acqua riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potessi…”. Così Leonardo, mezzo millennio fa, si disperava constatando l’elevato rischio franoso su colli e monti italiani. Ma nel Paese dalla bellezza incomparabile, Madre Natura ha voluto esagerare con la geologia, l’orografia e la morfologia, regalandoci anche la più straripante fragilità e rischiosità naturale da frana europea. L’ultima delle quali, che sta devastando la bellissima Niscemi, impressiona per le sue dimensioni. È una vasta frana cosiddetta a scorrimento, innescata dalla rottura sotterranea nel pendio ai margini del paese che ha separato due strati di rocce, con lo strato superiore che sta scivolando su quello sottostante, dopo le valanghe d’acqua del ciclone Harry.
Al momento sono 1500 gli evacuati, con case e scuole chiuse lungo l’impressionante fronte con un distacco di 15-25 metri su circa 4 km. Siamo in una zona ad elevato rischio frana, con una estrema fragilità dei suoli dal punto di vista idrogeologico, dove una prima frana meno impattante aveva provocato allarme e danni dopo le piogge del 16 gennaio scorso.
Niscemi è solo l’ultimo campanello d’allarme. Ci ricorda che viviamo in una Italia con i suoli geologicamente tra i più “giovani” e fragili del Pianeta. Che dei 302.000 kmq di superficie della penisola, il 35,2% con 106.000 kmq è montagnoso e il 41,6% con 125.000 kmq è collinare, e solo 70.000 kmq per il 23,2% è pianeggiante. Una fotografia che già dice tutto, ma questi nostri rilievi sono soprattutto argillosi e sabbiosi, terreni incoerenti e facilmente erodibili dalle piogge – di cui peraltro abbiamo anche il record europeo di precipitazione con 305 miliardi di metri cubi in media all’anno – e da straripamenti di fiumi e corsi d’acqua torrentizi.
Le nostre frane hanno varianti che descrivono le molte tipologie: crolli, franamenti, smottamenti, scivolamenti, sprofondamenti, sfaldamenti, slittamenti, colate, valanghe, cedimenti... Anche le forme del terreno ricordano dissesti idrogeologici classificati con toponimi, come in nessun altro Paese, dai macereti ai ghiaioni, dalla lama ai calanchi e alla gravina. Dovrebbero ricordarci che siamo un Paese coi piedi di argilla anche le grandi frane che ci hanno colpito e che, evidentemente, hanno insegnato poco o nulla. Come la frana urbana più estesa d'Italia, quella di Ancona, staccatasi dal pendio detto “Ruina” dopo giorni di intense piogge la notte tra il 12 e il 13 dicembre del 1982 travolgendo i quartieri a Nord della città di Borghetto, Posatora e Torrette, con oltre 3.000 sfollati e centinaia di edifici distrutti e fortunatamente senza vittime per l'evacuazione tempestiva e la lentezza dello smottamento. Doveva essere un’area off limits alle costruzioni perché un nome come Riuna ha un senso, invece la frana è stata edificata.
Come la frana assassina dal Monte Toc, altra parola che in zona indica “marcio” e “in bilico”, catapultata sulle acque della diga del torrente Vajont del 9 ottobre 1963 con l’ecatombe di 1.917 vittime e distruzioni totali. O la frana a due passi da Matera, che, nel 1963, ha fatto evacuare l’intero centro abitato di Craco, che i Romani chiamavano “Graculum” segnalando con quella parola il terreno fragile dei tipici calanchi lucani, ed era un bell'avvertimento. Non è nemmeno un caso se hanno chiamato Trepidò il piccolo centro abitato sulla Sila nel Comune di Cotronei, sorto durante i lavori della diga di Ampollino a fine anni Venti come villaggio di casette per operai. O che nella tragedia della Val di Stava in Trentino per un'inondazione di fango il 19 luglio 1985 è franata tutta la zona chiamata “Pian della Pozza”, e che tante Località la Frana sono oggi raggiungibili da tante Via della Frana che rischiano di franare puntualmente sotto nubifragi, come accade anche a Volterra.
Quanti italiani oggi vivono nell'apparente normalità sotto o sopra costoni friabili, in edifici puntellati da muri di sostegno, ancoraggi, tiranti d’acciaio, piastre metalliche, micropali, iniezioni di cemento e calcestruzzi spritz beton, reti paramassi? Quanti paesini deliziosi come Petilia Policastro, antico borgo bizantino del cosentino lungo i fiumi Tacina e Soleo, scrigni di tesori e identità nazionale, sono simboli del dissesto idrogeologico dopo frane? Quando, nel gennaio 2015, a Petilia iniziò a scivolare a valle l’intera collina della Contrada Foresta accartocciando villette e casette, scoprimmo non solo che l’antica foresta era sparita con la sua fitta alberatura sradicata abusivamente, ma che le case erano tutte abusive e il reticolo idraulico di scorrimento delle acque era stato intombato.
Ecco perché la parola frana è strettamente correlata in Italia a parole come “abusivismo”, “condono”, “sanatoria” che dimostrano il mancato rispetto dell'idrografia e della geologia dei luoghi. Le indagini dell'Ispra, le mappe delle Autorità di bacino distrettuali, il censimento delle Aree Vulnerate del Cnr, i dati della Protezione civile, segnalano oggi uno smottamento ogni 45 minuti. Dal 1918 sono rotolate a valle oltre 17.000 gravi frane in circa 14.000 luoghi, con un numero ufficiale di 5.939 vittime, centinaia di migliaia di feriti e milioni di sfollati ed esborsi economici per 1,2 miliardi di euro in media all’anno.
È il cambiamento climatico che ormai destabilizza ulteriormente i nostri versanti montani e fa emergere clamorosamente l’Italia come il Paese europeo più esposto al rischio frane. L’ultimo aggiornamento dell’Inventario dei fenomeni franosi in Italia dell’Ispra mostra indica 69.500 kmq di superfici a pericolosità per frane o valanghe, il 23% del territorio nazionale con aree nel 94,5% dei Comuni, quasi tutti. Un rischio consolidato per quasi 6 milioni di italiani, 75.000 imprese e 14.000 tesori culturali dal valore inestimabile.
Che sia un rischio endemico e in aumento lo dimostra il numero spaventoso di circa 80.000 frane registrate solo dal 1 al 17 maggio 2023 nei 54 Comuni dell’Emilia-Romagna nelle province di Reggio, Modena, Bologna, Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, molti dei quali rimasti isolati con 1.481 strade provinciali o comunali franate e 322 chiuse, nel corso dei due eventi alluvionali estremi in rapida successione con esondazioni di 21 fiumi e altri 22 tra torrenti e rii che hanno causato 17 morti e 36.000 sfollati.
E un altro dato choc vede, delle circa 750.000 frane censite sull’intero continente europeo, ben 620.808 catalogate lungo i pendii della nostra penisola dall’Ispra. Due su tre sono nostre, e il 28% dei fenomeni rilevati nella nostra storia franosa sono “a cinematismo rapido” cioè con crolli, colate rapide di fango e detrito caratterizzati da velocità elevate fino ad alcuni metri al secondo, e da una elevata distruttività, spesso con gravi conseguenze in termini di perdita di vite umane.
L’urbanizzazione senza difese e cautele anche nelle aree più a rischio idrogeologico, Sicilia in testa, risponde ai tanti perché siamo tra i primi al mondo per perdite di vite umane e danni economici da dissesto idrogeologico. Che fare? Molto, anzi moltissimo. Oggi tecniche e tecnologie possono garantire la massima sicurezza possibile. Ma servono investimenti strutturali e costanti per ridurre morti e danni, e purtroppo inspiegabilmente questa tipologia di investimenti per la sicurezza da rischi naturali e meteoclimatici in Italia resta incredibilmente fuori dai radar.