E allora la Cina! Perché il progresso ecologico guarda a Oriente, e quali lezioni possiamo trarne in Occidente
“E allora le centrali a carbone in Cina!” – Quante volte avete sentito questa replica da parte di chi obietta contro qualsiasi tecnologia pulita, come le auto elettriche, il fotovoltaico o l’eolico? È il vero mondo alla rovescia in cui vivono le vittime della propaganda fossile che impazza sui media vecchi e nuovi.
In realtà, la Cina sta contribuendo molto di più dei Paesi occidentali al vero progresso, quello ecologico, e spiego di seguito perché le accuse che le vengono rivolte sono basate, nel migliore dei casi, su mezze verità fuorvianti e, nel peggiore, su vere e proprie falsificazioni.
Per valutare la responsabilità climatica della Cina, dobbiamo guardare oltre i numeri isolati e adottare un approccio equo ed olistico.
Tre correzioni sono fondamentali sui dati emissivi cinesi: il pro-capite, il cumulato storico e il perimetro dei consumi. Una quarta correzione riguarda il perimetro del settore elettrico rispetto all’intero sistema energetico. Questi quattro aspetti vanno considerati simultaneamente, senza fare lo slalom tra di essi, come invece fanno alcuni commentatori, confondendo così l’opinione pubblica.
Prima correzione per principio d’equità: il pro-capite
Innanzitutto, sebbene dovrebbe essere noto, ricordiamo che la popolazione cinese è pari a 1,4 miliardi di persone.
I confronti tra le emissioni climalteranti di paesi con peso demografico molto diverso, per un principio elementare di equità, vanno effettuati sulla base delle emissioni pro-capite.
Già con questa correzione, le emissioni climalteranti cinesi non sono tra le più alte al mondo, come invece sembrerebbe ascoltando la propaganda. Le emissioni degli USA, infatti, sono superiori del 64%; si veda la figura seguente.

Figura 1, Andamento storico delle emissioni di CO2 pro-capite negli USA, in Cina, nell'Unione Europea (a 28) e media mondiale (fonte).
Seconda correzione: la responsabilità climatica è responsabilità nei secoli
La correzione dei dati emissivi che tiene conto del principio di equità, il pro-capite, non è esaustiva. C’è da considerare un’importante caratteristica dei gas che causano il cambiamento climatico: i gas serra, purtroppo, permangono in atmosfera per periodi molto lunghi. L’anidride carbonica, il gas serra predominante nelle emissioni antropiche, ha orizzonti temporali d’impatto in atmosfera dell’ordine dei secoli.
Il cambiamento climatico, pertanto, non è l’effetto delle sole emissioni di un singolo anno, ma l’effetto di una storia di emissioni: ciò che conta è il valore cumulato dall’inizio della rivoluzione industriale.
Quale sia la realtà, la si può anche intuire dal grafico precedente, avendo cura di considerare l’area sottesa alle curve delle emissioni annue (cioè l’integrale).
La Cina, così come l’India e altri paesi del Sud globale, ha cominciato a contribuire in modo significativo all’aumento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera solo negli ultimi due decenni.
Il valore cumulato pro-capite delle emissioni di gas serra della Cina, circa 200 tonnellate di CO2 per abitante, non è in cima alle classifiche di responsabilità climatica e non compare nella lista dei primi 20 paesi, dove invece compaiono gli USA con 1.547–3.820 tCO2/p (a seconda del metodo di calcolo), ovvero almeno più di sette volte rispetto alla Cina.
Per illustrare questo divario di responsabilità climatica, valutiamo uno scenario volutamente assurdo. Ipotizziamo che le emissioni pro-capite di CO2 degli USA si azzerino subito (figurarsi, soprattutto adesso con la presidenza Trump) mentre le emissioni cinesi continuino ai valori attuali di circa 8 tCO2/p.
Quanti anni devono passare in questo scenario affinché il cinese medio abbia un impatto climatico pari a quello dello statunitense medio? Risposta: almeno un secolo e mezzo!
Per dettagli sui metodi di calcolo delle emissioni cumulative, si veda questo articolo da cui è tratta la tabella seguente.

Figura 2, Lista dei primi 20 paesi ordinati per valori decrescenti delle emissioni cumulative di CO2 pro-capite in base a due metodi di calcolo; sulla sinistra in base alla popolazione del 2021, sulla destra in base alla popolazione pesata nel periodo. Nella notazione, come nella lingua originale, la virgola separa le migliaia. Fonte.
Terza correzione: il perimetro dei consumi
Un ulteriore fattore da considerare nell'analisi delle emissioni cinesi, seppur di minore impatto rispetto ai primi due, riguarda il perimetro di contabilizzazione.
Essendo la Cina la "fabbrica del mondo", produce beni non solo per il proprio vasto mercato interno, ma anche per l'esportazione globale.
Ci si deve chiedere come debbano essere allocate le emissioni derivanti dalla produzione di merci esportate dalla Cina e consumate in Occidente.
Se si adottasse un principio di responsabilità basato sul consumo finale anziché sulle emissioni territoriali, la responsabilità climatica della Cina risulterebbe ulteriormente ridotta, mentre quella dei paesi occidentali aumenterebbe.
Questa correzione, stimata intorno al 10% secondo questo studio, è meno significativa rispetto alle due precedenti, ma evidenzia ulteriormente le distorsioni nelle accuse rivolte alla Cina.
Una sintesi delle tre prime correzioni
C’è chi tiene traccia di queste tre correzioni per definire le reali responsabilità climatiche dei paesi. Senza sorpresa alcuna, questi bilanci equi e olistici individuano nel Nord globale la soverchiante responsabilità climatica (per l’86%) con in testa gli USA (al 38%).
La Cina? Appena l’1%.
Si veda questo sito, da cui è tratta l’infografica seguente, e i riferimenti ivi indicati.

Figura 3, ripartizione della responsabilità climatica tra paesi e aree geografico-economiche. Fonte.
Quarta correzione: elettrificazione e decarbonizzazione
Per comprendere appieno le dinamiche tra energia, ambiente e clima, è essenziale chiarire due concetti fondamentali.
In primo luogo, il settore elettrico rappresenta solo una parte dell'intero sistema energetico. In secondo luogo, la decarbonizzazione dell'intero sistema energetico sarà realizzabile solo attraverso una significativa espansione del settore elettrico, estendendo i suoi servizi a usi finali ancora non elettrificati, come i trasporti e il riscaldamento.
Questi aspetti sono cruciali per un'analisi corretta dei dati energetici, non solo di quelli cinesi.
La Cina sta infatti compiendo notevoli progressi nell'elettrificazione di vari settori, includendo non solo i veicoli elettrici, ma anche i trasporti pubblici elettrificati e le reti di teleriscaldamento basate su pompe di calore elettriche.
Questo posiziona la Cina all'avanguardia in termini di grado di elettrificazione, configurandola come un 'Elettrostato', in contrasto con i paesi occidentali che, nella sfera USA, tendono a rimanere 'Petrostati'.
Il grafico seguente illustra chiaramente questi progressi cinesi nell'elettrificazione, a fronte della stagnazione occidentale nella dipendenza dai combustibili fossili.

Figura 4, Tassi di elettrificazione nei tre settori principali di uso dell’energia (edifici, industria e trasporti) della Cina (in rosso), degli USA (verde) e dell’Europa (celeste). Fonte.
È fondamentale inquadrare i dati energetici cinesi in questa prospettiva. Data l'imponente spinta della Cina verso l'elettrificazione e la conseguente espansione del settore elettrico, l'allarmismo sui valori della generazione elettrica da carbone perde di significato assoluto.
L'indicatore determinante da osservare è l'intensità carbonica dell'elettricità. Se questa è in miglioramento, come mostrato nel grafico seguente, i benefici derivanti dall'elettrificazione dei trasporti e degli altri usi sono comunque garantiti.

Figura 5, andamento delle emissioni climalteranti per unità di energia elettrica in Cina, in grammi di CO2 equivalente per kWh. Fonte.
La contestualizzazione del grado di elettrificazione dell’economia cinese richiede conoscenze specialistiche, rispetto a quelle precedentemente esposte (pro-capite e storico cumulato), che dovrebbero invece essere conoscenze di base.
Ma se ciò può essere un’attenuante per i commentatori sui social, non può esserlo per i sedicenti esperti occidentali, muti rispetto al conservatorismo fossile dei loro paesi, che accusano la Cina di sfracelli climatici. Costoro fanno davvero cadere le braccia.
Il mondo alla rovescia della propaganda anticinese
I fatti richiamati in precedenza sono ben noti a chiunque si sia occupato del problema del cambiamento climatico con un minimo di rigore professionale.
È pertanto scandaloso che giornalisti, politici e altre figure che pretendono di parlare da esperti invece sviino così clamorosamente l’opinione pubblica sui confronti emissivi tra i paesi.
È per quegli incontestabili fatti che, nonostante le traiettorie emissive in crescita della Cina e dell’India, questi due grandi paesi hanno impegni di decarbonizzazione netta per il 2060 e il 2070, rispettivamente, anziché per il 2050 come i paesi occidentali.
Questo diverso calendario non è una concessione, uno sconto, un privilegio.
Semmai il contrario: Cina, India e gli altri paesi del Sud globale hanno dimostrato grande responsabilità nell’impegnarsi per la risoluzione di un problema comune all’intera umanità, ma innescato non da loro, bensì dall’Occidente.
Secondo Carbon Brief, l’anno appena concluso, il 2025, ha registrato, sia in Cina sia in India, per la prima volta in 52 anni, una riduzione in valore assoluto del carbone nella generazione elettrica.
Cos’è successo negli USA, economia matura con la maggiore responsabilità storica sul cambiamento climatico? Lì, riporta The Guardian, il carbone è aumentato.
Il mondo alla rovescia, appunto.
Cina e progresso ecologico
La Cina non soltanto non ha le principali responsabilità storiche sul cambiamento climatico, ma è anche sulla frontiera del progresso ecologico, quello vero, fatto di tecnologie, non di eco-chiacchiere o eco-sermoni che lasciano il tempo che trovano.
La Cina ha realizzato ciò che l’Europa (in particolare Germania, Italia e Spagna) aveva iniziato, ma poi frenato: l’abbattimento dei costi del solare fotovoltaico grazie alle economie di scala nella produzione di questa tecnologia intrinsecamente modulare.
Solaricidio europeo
Il solare, grazie alla Cina, è diventato la fonte di elettricità meno costosa mai avuta nella storia. Questa meravigliosa conquista per l’umanità era stata prefigurata qui in Europa da varie personalità, tra cui ricordiamo Hermann Scheer (purtroppo prematuramente scomparso nel 2010).
Ma dopo i successi iniziali nella diffusione del solare nello scorso decennio, i governi europei, sotto pressione degli interessi fossili, hanno sostanzialmente bloccato l’espansione del solare.
Gli “argomenti” utilizzati per questo solaricidio sono stati un altro capovolgimento completo della realtà.
Esempi di questa narrazione allarmistica:
- La rete elettrica non avrebbe retto un’ulteriore espansione solare – non era vero, e lo stiamo vedendo.
- Sarebbero state necessarie montagne di accumuli – non era vero, in Italia è avvenuto il contrario, la prima espansione del solare ha ridotto l’uso degli accumuli già esistenti, quelli dell’idroelettrico a pompaggio.
- I costi erano insostenibili – non era vero: già nel 2012 era chiara la curva di costo discendente che avrebbe reso conveniente continuare l’espansione del solare.
Queste (ed altre) falsità sono state propalate con espressioni seriose da alcuni “esperti” la cui dorata carriera non si comprende su che cosa si sia basata se si guarda solo alle loro scarse competenze.
Eco-progresso cinese
In Cina, invece, a differenza dell’Europa, dirigenti con formazione tecnico-scientifica e con esperienza del duro lavoro delle loro popolazioni, in particolare di quelle contadine, non hanno esitato a proseguire nel progresso delle rinnovabili.
Adesso la Cina, non solo sul solare ma anche sull’eolico e sulle auto elettriche, è all’avanguardia nel mondo. Esporta queste tecnologie anche ai paesi poveri, che possono così affrancarsi dalle pesanti dipendenze geopolitiche degli idrocarburi e dai pesanti effetti ambientali e sanitari delle fonti fossili.
Le esportazioni di tecnologie pulite cinesi, già nel 2024, hanno contribuito a evitare l’1% delle emissioni climalteranti di chi le ha importate. Non solo, durante il ciclo di vita di queste tecnologie, le emissioni evitate saranno ben quaranta volte maggiori rispetto a quelle che sono state prodotte in Cina per produrre quei pannelli, pale, batterie, etc. Si veda questo articolo per i dettagli.
Il cielo sopra Pechino è tornato (abbastanza) pulito, e così ormai potrà essere nelle tante altre megalopoli del Sud globale che altrimenti sarebbero state condannate alla doppia piaga del sottosviluppo e dell’inquinamento.
Non una conclusione ma una domanda (scomoda)
Alla luce di tutte queste evidenze, che svelano la falsità delle accuse mosse alla Cina riguardo alle responsabilità climatiche e ne evidenziano il ruolo propulsivo nello sviluppo di tecnologie pulite, sorge la domanda: come è possibile, in buona fede, criticare l'uso del carbone cinese quando i paesi occidentali sono storicamente responsabili di imponenti emissioni di anidride carbonica e, ciò che è peggio, ostacolano attivamente le tecnologie pulite diffondendo informazioni distorte sugli impatti delle rinnovabili o altre narrazioni fuorvianti, sia sui social che sui media tradizionali?
Approfondimenti
Seguono alcuni approfondimenti su come inquadrare criticamente alcuni dati che la propaganda anticinese mette continuamente in circolo. La trattazione non è esaustiva, perché è umanamente impossibile tenere dietro ai flussi delle fabbriche di falsità che hanno dalla loro parte ricchi finanziamenti.
Ma se il lettore, che ha già avuto la pazienza di arrivare fin qui, proseguirà leggendo queste appendici, potrà considerarsi con almeno un ciclo di vaccinazione fatto contro questo morbo della propaganda anticinese.
Dati sulle nuove centrali a carbone in Cina
Sulle centrali a carbone in Cina va considerato un fattore aggiuntivo rispetto a quello precedentemente richiamato, ossia il grado di elettrificazione.
Come già argomentato, l’indicatore principale da tenere sotto osservazione è il tasso emissivo dell’elettricità. Non è detto, infatti, che nuove centrali a carbone lo aumentino, se queste sostituiscono centrali a carbone meno efficienti e se, simultaneamente, il fattore di utilizzo del parco centrali diminuisce.
E questo è ciò che sta accadendo in Cina: nuove centrali a carbone più efficienti e meno utilizzate, nonché, come già scritto sopra, in un contesto di progressiva elettrificazione.
Agli inizi degli anni 2000, le centrali a carbone cinesi erano utilizzate per il 70% del tempo, rispetto al 50% attuale (fonte). Con questo andamento, le centrali a carbone cinesi verranno sempre più utilizzate come per esempio in Europa si utilizzano le centrali a gas, come backup delle rinnovabili.
Con la differenza che almeno in Cina non c’è l’ipocrisia europea di considerare come “sostenibile” il gas da fratturazione idraulica di scisti, liquefatto, spedito via nave dagli USA e poi rigassificato. Gas che sul ciclo di vita ha emissioni climalteranti simili, quando non peggiori, dello stesso carbone (si veda questo studio).
Pertanto, l’allarmismo sulle nuove centrali a carbone in Cina è esagerato, soprattutto quando viene da commentatori di paesi che hanno responsabilità climatiche storiche molto maggiori e che sono in ritardo rispetto ai loro impegni di decarbonizzazione. Per questi commentatori, il refrain “e allora il carbone della Cina” è solo un falso alibi per continuare con politiche di vassallaggio fossile.
Dati su fasi e traiettorie dello sviluppo economico
Un’altra cattiva interpretazione dei dati emissivi cinesi deriva dal disconoscere due punti fondamentali sull’intensità carbonica:
1) lo sviluppo economico di un paese avviene per fasi strutturalmente diverse;
2) all’interno di ciascuna fase possono realizzarsi traiettorie infrastrutturali diverse.
Nella prima fase di passaggio da un’economia agricola a una industriale, con le attuali tecnologie, è inevitabile un forte aumento delle emissioni climalteranti. Le prime infrastrutture industriali e civili si basano su grandi quantità di cemento e acciaio per le reti di trasporto, l’urbanizzazione, i macchinari, ecc.
Con le tecnologie attuali, cemento ed acciaio sono ad alta intensità carbonica. Ecco perché confrontare le attuali emissioni pro-capite cinesi con quelle europee o statunitensi è fuorviante. Il confronto andrebbe fatto a parità di fase dello sviluppo economico, ovvero per i paesi occidentali rispetto al periodo della ricostruzione post-bellica, quando, al picco, le emissioni pro-capite erano anche il doppio di quelle attuali.
Infatti, le previsioni per i prossimi decenni sugli andamenti emissivi dei settori dell’acciaio e del cemento cinesi mostrano una forte riduzione delle emissioni. Questa riduzione deriverà sia dalla diminuzione in valore assoluto della domanda di cemento e acciaio sia dalle possibilità che si aprono quando si raggiunge la saturazione di uno stock. In particolare, per l’acciaio, come già avvenuto nei paesi occidentali, si passa dalla predominanza dell’acciaio primario a quello, meno emissivo, del riciclato (per i dettagli si veda questo post).
È facile criticare le emissioni del cemento e dell’acciaio cinesi quando si vive in paesi che nei decenni passati hanno già accumulato vastissime quantità di quei materiali nelle infrastrutture e negli edifici che si continuano ad utilizzare ogni giorno.
La critica alla Cina sarebbe stata possibile se, nel frattempo, i paesi occidentali, che avevano meno bisogno di questi materiali, avessero sviluppato tecnologie per la loro produzione a minore intensità carbonica. Nulla di tutto ciò è avvenuto per varie miopie di imprese e governi.
Lamentarsi oggi che i cinesi, che non avevano altra scelta, abbiano modernizzato il loro paese con tecnologie simili a quelle che abbiamo già utilizzato in passato e di cui continuiamo a beneficiare grazie agli stock accumulati è, francamente, ipocrita.
Il secondo punto, le traiettorie infrastrutturali, è anche dirimente ed evidenzia ulteriormente l’errore delle critiche rivolte alla Cina.
A differenza di molti paesi occidentali, soprattutto quelli nordamericani, la Cina non ha sviluppato le sue infrastrutture nel modo più dissipativo possibile. La Cina, invece di lasciare la briglia sciolta all’energivoro trasporto aereo, ha costruito la più vasta rete al mondo di trasporto ferroviario ad alta velocità. Analoghe scelte orientate alla sobrietà sono state fatte e continuano ad essere implementate sul tipo di urbanizzazione che limita il consumo di suolo, che integra le foreste urbane, che predispone reti di teleriscaldamento e di trasporto pubblico, ecc.
Ne consegue che il cemento e l’acciaio utilizzati dai cinesi avranno, nel loro ciclo di vita, un’utilità infrastrutturale e un’efficienza energetica molto superiori rispetto agli analoghi materiali, invece, allegramente dissipati in Occidente.
E allora il nucleare cinese?
Un’altra tattica sviante sui dati energetici cinesi è quella di far intendere che sì, la Cina sta facendo progressi nella decarbonizzazione, ma questi progressi avvengono grazie a millemila nuove centrali nucleari!
Questa osservazione è superficiale per diversi motivi, ma soprattutto perché si basa su dati privi di contesto.
La generazione elettronucleare aggiunta in Cina nel decennio 2015-2024 è stata pari a 274 TWh/anno, quasi pari all’intero consumo elettrico italiano. Si potrebbe dire che è molto, ma tale valore impallidisce rispetto ai circa 2000 TWh/anno di rinnovabili aggiunti nello stesso periodo, cioè un incremento delle rinnovabili 7,3 volte maggiore di quello del nucleare.
Inoltre, se nel decennio 2015-2024 il rapporto tra nuove rinnovabili e nucleare in Cina è stato di 7,3 volte, questo rapporto è stato significativamente maggiore nel quinquennio 2020-2024, pari a 14,2, e i dati preliminari del 2025 confermano l’ampliarsi di questo divario.
Si veda, nel grafico seguente, l’andamento temporale della produzione rinnovabile rispetto a quella nucleare in Cina.

Figura 6, Generazione di elettricità in Cina, anni 2000-2024, tutte le fonti rinnovabili (in verde), il sottoinsieme di solare ed eolico (arancione) e nucleare (viola). Elaborazione dell'autore su dati EMBER
Quello che conta negli scenari per i prossimi decenni è il tasso di crescita delle fonti energetiche non fossili, e solare ed eolico non hanno confronti al riguardo. Questo avviene perché solare ed eolico presentano curve di apprendimento vantaggiose: un aumento delle capacità installate induce una diminuzione dei costi.
Niente di tutto ciò è mai avvenuto prima nel settore nucleare, e neanche la Cina sta superando questo limite dei costi relativamente alti di questa tecnologia.
Ancora una volta, i propagandisti confondono l’opinione pubblica con dati decontestualizzati. Anche se il nuovo nucleare cinese costa meno di quello occidentale, costa comunque di più rispetto ad altre fonti nello stesso paese.
Invece, grazie alla crescita esponenziale di solare ed eolico, le prospettive delle rinnovabili sono eccellenti. Secondo scenari conservativi, il solare in Cina nel 2050 costerà 25 €/MWh (conservativi perché è plausibile che questo valore sia raggiunto molto prima). Tendenze simili per l’eolico a terra e in mare spiegano perché le rinnovabili al 2060 in Cina dovrebbero rappresentare più del 90% della generazione elettrica, mentre il nucleare è residuale negli stessi scenari che lo pongono per quella data tra il 6 e il 7% (attualmente la quota del nucleare cinese è pari al 4,5%, fonte).
Infatti, l’analista Michael Barnard ha recentemente valutato le tendenze del settore nucleare cinese rispetto alle altre fonti e ha concluso che, al 2030, sarà già ottimistico pensare che il nucleare cinese passi dall’attuale 4,5% al 6%.

Figura 7, Proiezioni al 2030 del settore elettrico cinese a cura di Michael Barnard. Fonte.
Quindi, anche in Cina, il nuovo nucleare è un’opzione lenta e costosa rispetto alle alternative come il solare, l’eolico e l’efficienza. Ciò determina un costo-opportunità del nucleare: le risorse economiche e i tempi necessari potrebbero essere stati impiegati diversamente, il che comporta un fardello climatico.
Per il programma nucleare cinese, è stato calcolato che il costo-opportunità in termini climatici è compreso tra 131 e 435 milioni di tonnellate di CO2 rispetto all’eolico.
C’è da chiedersi, pertanto, perché la Cina abbia continuato il suo programma nucleare, se questo non comporta un vantaggio economico o climatico e se il suo ruolo sia limitato.
Come ha candidamente ammesso il presidente francese Emmanuel Macron: “Senza il nucleare civile non c’è nucleare militare, senza il nucleare militare non c’è nucleare civile”.
Per un articolo scientifico che discute dell’uso duale civile-militare del nucleare in Cina, compresi i reattori di IV generazione raffreddati al sodio e autofertilizzanti (CFR-600), si veda Kristensen et al (2025).
È quindi plausibile che, senza le motivazioni sull’uso duale civile-militare, la tecnologia nucleare in Cina non avrebbe nemmeno quel ruolo di pochi punti percentuali prima descritto.
Purtroppo, siamo lontani da una situazione geopolitica ideale che possa avviare l’umanità verso la denuclearizzazione militare, una felice meta che porterebbe anche alla progressiva denuclearizzazione civile.
Anche su questo punto la Cina non rappresenta un mondo ideale, ma chi può, in sincerità, criticarla? Possono criticarla i commentatori di quei paesi occidentali che, in un passato non lontano, hanno colonizzato quel paese, distruggendolo durante quello che i cinesi chiamano il Secolo dell’Umiliazione (1839-1949, si veda l’articolo di Wikipedia)?
Chi critica la Cina ricorda che cos’è stata la Guerra dell’Oppio, quando gli inglesi bombardavano le città portuali per imporre un vero e proprio traffico di stupefacenti? Il ribaltamento della realtà della propaganda anticinese non fa che riaprire queste ferite, e da qui la dissipazione in armamenti, anche nucleari (e quindi anche la dissipazione nel nucleare cosiddetto civile).
I grandi problemi che l’umanità deve risolvere richiederebbero cooperazione e comprensione reciproca. Anche per questo sarebbe importante bonificare l’inquinatissima informazione occidentale, piena zeppa di manipolazioni belliciste. Mi auguro che queste note contribuiscano allo scopo, almeno sul tema energia-clima.