La direttiva europea 2024/1275, meglio conosciuta come direttiva Case green, ma per esattezza denominata Energy performance of building directive (Epbd), è entrata in vigore il 28 maggio 2024, dopo anni di acceso dibattito.
La prima scadenza per i Paesi membri era il 31 dicembre 2025, momento in cui tutti, inclusa l’Italia, dovevano presentare a Bruxelles il Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici, una vera e propria roadmap che il Governo doveva definire per individuare il percorso attuativo della direttiva. Ma niente è stato consegnato finora. L’Italia è in compagnia dei principali Paesi europei (Francia, Germania), poiché solo 8 Governi hanno rispettato la scadenza: Belgio, Bulgaria, Croazia, Finlandia, Lituania, Romania, Slovenia e Spagna. Primo brutto segno.
L’Italia poi, è chiamata come tutti i Paesi membri a recepire la direttiva entro il 29 maggio 2026, ma nessun cenno a questo adempimento è presente ad oggi nel testo del disegno di legge di delegazione europea, norma che dovrebbe contenere gli impegni del Paese ad adeguare nell’anno le proprie leggi alle norme europee approvate. Secondo brutto segno. Anche se c’è tempo fino a fine gennaio per fare correzioni al testo della legge comunitaria.
Che sta succedendo alla direttiva Case green? Che i Governi di destra europei si sono da sempre dichiarati contrari alla direttiva era noto da tempo. Considerata una “stangata” sui cittadini costretti a spendere decine di migliaia di euro per gli edifici di loro proprietà, pena vedere ridotto di molto il valore delle proprie abitazioni. Possibile quindi che il Governo italiano stia attendendo una azione di pressione sulla Commissione Ue in questi mesi per congelare o ridimensionare la direttiva Case Green, un po’ come è avvenuto per altri pezzi del Green deal, come lo stop alle auto a combustione interna, le rendicontazioni di sostenibilità delle imprese, la riduzione delle emissioni. Ma a Bruxelles ad oggi non c’è traccia di nessuna azione di modifica o congelamento della direttiva sull’efficienza energetica degli edifici.
Ma cosa prevede la direttiva?
Dopo una aspra battaglia in Europa, l’attuale testo contiene alcune indicazioni prescrittive a scala europea, ma di fatto poi lascia un amplissimo margine di autonomia e flessibilità dei Paesi membri, chiamati a definire il Piano nazionale di ristrutturazione, strumento con cui si declina a scala nazionale le misure e le azioni tese a garantire il conseguimento degli obiettivi generali della direttiva e che riguarda tutti gli edifici residenziale e non residenziali, pubblici e privati.
La direttiva impone il 16% di riduzione dei consumi energetici del complesso degli edifici di un Paese (tutti, residenziali e non) al 2028 rispetto ai valori del 2020, e del 20/22% (una forchetta) al 2035 sempre rispetto ai valori del 2020. Obiettivo finale della direttiva: emissioni zero di tutti gli immobili al 2050. Un obiettivo ambizioso, decisivo per gli obiettivi di decarbonizzazione indicate in Fit for 55.
Secondo Eurostat in Italia nel 2020 i consumi energetici degli edifici erano il 40 % degli usi finali di energia, ovvero 470 TWh. Quindi dovremmo ridurre questo consumo al 2028 del 16%, ovvero di 75TWh. Secondo Enea nel 2022 in Italia i consumi si sono ridotti rispetto al 2020 (grazie al superbonus) di soli 9 TWh. La strada è in salita.
La roadmap nazionale dovrà quindi indicare prima di tutto quali sono gli edifici destinatari delle misure di efficientamento obbligatorio, definendo il perimetro degli edifici esonerati dall’applicazione della norma (la direttiva ne indica alcuni, come i luoghi di culto, le caserme, gli edifici storici, gli edifici sottoutilizzati). Si parte quindi dal censimento globale degli edifici e delle loro performance energetiche, per poi definire le esclusioni. Sapendo che più ampio sarà il perimetro degli esclusi, più intense e rapide saranno le azioni obbligatorie destinate ai soggetti non esclusi. Primo scoglio per il Governo, chiamato da un lato ad ampliare (anche elettoralmente) la platea degli esclusi, ma sapendo che così facendo indispettisce (sempre elettoralmente) la platea degli inclusi.
Alcune decisioni sono già previste dalla direttiva. Il 55% della riduzione dei consumi deve essere ottenuta attraverso la ristrutturazione degli edifici residenziali esistenti con peggiori prestazioni energetiche (43%). Tutti i nuovi edifici dovranno garantire emissioni zero (non dovranno quindi usare combustibili fossili, a partire dal 1° gennaio 2028 per gli edifici pubblici e dal 1° gennaio 2030 per quelli privati. Non si capisce perché attendere tutti questi anni, quando ormai le tecniche di progettazione e di realizzazione degli edifici consentono già oggi di ottenere questo risultato.
Le caldaie a combustibili fossili (ormai sostanzialmente gas) non possono più ricevere sussidi pubblici dal 1° gennaio 2025 e dovranno essere eliminate dal 2040.
Dovranno essere garantite le famiglie più fragili.
Per il resto i Governi nazionali (quindi anche quello italiano) dovranno definire requisiti minimi di prestazione energetica per gli edifici o le unità edilizie con l’obiettivo di raggiungere almeno livelli ottimali in funzione dei costi e, ove pertinente, valori di riferimento più rigorosi come i requisiti per gli edifici a energia quasi zero e i requisiti per gli edifici a zero emissioni.
I Governi nazionali potranno operare su più “tasti”: a parte la definizione delle esenzioni, la distinzione fra edifici pubblici e privati, fra edifici residenziali e non residenziali, fra edifici esistenti e nuove abitazioni, e nel mondo degli edifici esistenti fra edifici che saranno sottoposti a “ristrutturazioni importanti” o meno. Poi c’è la flessibilità derivante dalla presenza in Italia di sei diverse zone climatiche, dalla A (zone più calde) alla F (zone con clima più rigido), che determinano fabbisogni energetici molto differenti e rendono necessaria un’interpretazione flessibile e territoriale degli obiettivi fissati a livello europeo.
Insomma se il compromesso europeo nel 2023 si basava sulla decisione di “trasferire” agli Stati membri la definizione di obiettivi specifici per i proprietari in una logica di elasticità e flessibilità, ora i nodi vengono al pettine, i Governi si trovano di fronte ad una responsabilità enorme, che li mette di fronte a una scommessa rischiosa nei confronti deli elettori. Da qui la prudenza dei Paesi più importanti.
Resta aperto il tema dei costi da sostenere e della individuazione di strumenti economici tesi a ridurre l’impatto del costo sui bilanci delle famiglie o delle imprese. La direttiva prevede (un po’ genericamente) risorse dal bilancio europee, chiede agli Stati membri di individuare risorse proprie. Ma la sensazione che si ha è che il principale strumento economico individuato dai legislatori europei sia il risparmio che si ottiene in bolletta, attivando misure di efficienza energetica. Risparmio che sarà ancora più grande una volta in vigore ETS2 che estende il pagamento sulle emissioni di carbonio anche agli edifici residenziali e non. Insomma si spende 50mila euro, ma si recuperano pagando meno le bollette. In più si recupera l’investimento in quanto l’immobile aumenta il suo valore. Cosa che ha il suo reciproco: se non fai investimenti il valore del tuo immobile si riduce. Probabilmente serve uno strumento finanziario che consenta ai proprietari (almeno i meno abbienti) di disporre della provvista per l’investimento, restituendo la sola quota commisurata al valore delle riduzioni delle bollette.
Ma l’effetto della direttiva (e del Green deal) sta già manifestando i suoi effetti economici e finanziari. Il valore delle case in classe G o F già oggi è più basso rispetto alle case ad alta performance, e lo stesso tasso di interesse per i mutui casa è collegato alla classe energetica.