Il collasso ambientale della repubblica islamica dell’Iran
Nima Shokri, della Technische Universität Hamburg e professore di Ingegneria applicata all’United Nations University, scrive su The Conversation che «L'attuale ondata di proteste in Iran viene spesso interpretata come scatenata da inflazione, crollo della valuta, corruzione e repressione. Queste spiegazioni non sono sbagliate, ma sono incomplete. Dietro la crisi politica ed economica del Paese si cela una forza ancora più destabilizzante, ancora largamente assente dalle analisi internazionali: il collasso ambientale».
Shokri evidenzia che «L'Iran non sta vivendo una sola crisi ambientale, ma la convergenza di diverse: carenza d'acqua, subsidenza del terreno, inquinamento atmosferico e carenza energetica . Sommate insieme, la vita è una lotta per la sopravvivenza».
Quindi, le proteste contro il regime teocratico autoritario che sono costate centinaia di morti e migliaia di arresti, non sono solo per i diritti civili e dele donne, ma anche contro uno Stato che non è più in grado di fornire in modo affidabile servizi ecosistemici essenziali - acqua da bere, aria da respirare, terra su cui stare - e l’ elettricità necessari alla vita quotidiana.
Shokri spiega che «Dal 2003 al 2019, l'Iran ha perso circa 211 chilometri cubi di falde acquifere, ovvero il doppio del suo consumo idrico annuale, lasciando il Paese sull'orlo della bancarotta idrica. L'eccessivo pompaggio – dovuto all'espansione agricola, ai sussidi energetici e a una regolamentazione debole – ha causato livelli di subsidenza del terreno fino a 30 centimetri all'anno, colpendo aree in cui vivono circa 14 milioni di persone, oltre un quinto della popolazione».
Attualmente, nella capitale Teheran e in province come Kerman, Alborz, Khorasan Razavi e Isfahan più di un quarto della popolazione è a rischio di subsidenza. In ampie zone del Paese – in particolare intorno a Teheran, al centro agricolo di Rafsanjan e alla città di Mashhad – il livello di abbassamento del terreno è di quasi 10 cm all'anno e l’articolo “Shrinking aquifers and land subsidence in Iran”, pubblicato recentemente su Science da Masoud Negahdary dell’Instituto de Química dell’Universidade de São Paulo, evidenzia che la subsidenza ha provocato crepe nelle case, danneggiato le ferrovie, destabilizzato le autostrade e messo a rischio aeroporti e siti patrimonio dell'Unesco.
Per Shokri «La carenza d'acqua in Iran è diventata politicamente esplosiva. Quando i bacini idrici scendono a livelli estremamente bassi, quando nelle principali città di notte i rubinetti sono a secco, o quando gli agricoltori vedono fiumi e laghi scomparire, le lamentele si trasformano in proteste. Quando le zone umide , i laghi e i letti dei fiumi si prosciugano, le loro superfici esposte generano tempeste di polvere e sale che possono ricoprire città distanti centinaia di chilometri».
Inoltre, la cronica carenza di energia elettrica – causata dall’embargo occidentale contro l’Iran <, con investimenti insufficienti, inefficienza e infrastrutture carenti – ha costretto centrali elettriche e industrie a bruciare combustibili pesanti, provocando concentrazioni estreme di anidride solforosa, ossidi di azoto e particolato fine.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) conferma che in Iran «Negli ultimi decenni, le risorse ambientali e gli ecosistemi sono stati minacciati a causa della mancanza di precipitazioni, della siccità persistente, dello stress termico, dell'inquinamento atmosferico e idrico, dell'erosione del suolo e della perdita di biodiversità.
La Repubblica Islamica dell'Iran sta vivendo un cambiamento climatico dovuto all'aumento della temperatura e del livello del mare e alla crescente frequenza di tempeste di polvere e altri disastri. Nel 2017, il Consiglio dei Ministri ha approvato una politica nazionale per i cambiamenti climatici e i ministeri e le organizzazioni competenti sono responsabili dello sviluppo e dell'attuazione di interventi efficaci per misure di adattamento e mitigazione» e fa notare che «La Repubblica Islamica dell'Iran sta affrontando gravi problemi in termini di qualità dell'aria. Circa l'11% di tutti i decessi e il 52% di tutte le malattie nel Paese sono attribuibili a fattori di rischio ambientali. Nel 2019, l’inquinamento da particolato atmosferico si è classificato al primo posto tra i 10 fattori di rischio per il carico ambientale delle malattie nella Repubblica Islamica dell'Iran. Anche le tempeste di sabbia e polvere sono fonti di particolato. La combustione di combustibili fossili è la principale fonte di emissioni climalteranti, ma anche un importante contributo all'inquinamento atmosferico dannoso per la salute».
Negli ultimi mesi, le principali città iraniane hanno ripetutamente chiuso scuole e uffici a causa della pericolosa qualità dell'aria, mentre gli ospedali segnalano un aumento delle emergenze respiratorie e cardiovascolari.
Il lago Urmia, un tempo il lago più grande del Medio Oriente, è quasi completamente prosciugato. Già nel febbraio 2020, lo studio “Desiccation crisis of saline lakes: A new decision-support framework for building resilience to climate change”, pubblicato su Science of The Total Environment da un team internazionale di ricercatori, aveva scoperto che la polvere carica di sale proveniente dal fondale del lago può diffondersi per centinaia di chilometri in poche ore. I ricercatori guidati da Amirhossein Hassani dell’università di Manchester dicono che «La crisi idrica è il risultato di decenni di cattiva gestione. Per promuovere l'agricoltura, il Paese ha costruito dighe in modo aggressivo sui corsi d'acqua, prosciugato le falde acquifere e prosciugato le zone umide, esaurendo le riserve idriche».
Per Shokri, «Questi fallimenti ambientali non sono isolati. Sono il risultato prevedibile di decenni di priorità nazionali distorte. A partire dagli anni '80, l'Iran ha canalizzato ingenti risorse finanziarie, istituzionali e politiche nell'espansione ideologica e nelle dispute regionali, sostenendo gruppi in Libano, Siria, Iraq e Yemen, mentre sottoinvestiva sistematicamente nella governance ambientale interna, nel rinnovamento delle infrastrutture e nella creazione di posti di lavoro. Nel frattempo, l'economia politica iraniana si è strutturata attorno a sussidi energetici e megaprogetti che premiano l'estrazione a breve termine rispetto alla sostenibilità a lungo termine. Il carburante a basso costo ha incoraggiato un'agricoltura ad alto consumo idrico e un'industria inefficiente. Le agenzie ambientali sono rimaste frammentate e politicamente deboli, incapaci di frenare ministeri più potenti o attori economici legati al governo. L'isolamento internazionale ha aggravato questi fallimenti. Le sanzioni hanno aggravato la crisi ambientale, limitando l'accesso alle moderne tecnologie di monitoraggio, ai sistemi di energia pulita, all'irrigazione efficiente e ai finanziamenti esterni. Mentre gran parte del mondo ha investito in tecnologia e regolamentazione per ridurre l'inquinamento e stabilizzare i sistemi idrici, l'Iran ha raddoppiato gli interventi di emergenza, aggravando il danno ecologico anziché contenerlo. Sanzioni e stress climatico hanno amplificato i problemi, ma la causa principale risiede nelle priorità statali che hanno costantemente ignorato la sicurezza ambientale».
Una mancanza di programmazione territoriale, climatica e ambientale che potrebbe rivelarsi fatale per il regime islamico, visto che lo stress ambientale sta rimodellando non solo le motivazioni delle proteste, ma anche dove e come avvengono.
Shokri sottolinea che «Le mappe dei disordini in 92 città iraniane rivelano uno schema chiaro. Le proteste scoppiano sempre più spesso in aree con crollo delle falde acquifere, subsidenza del terreno e razionamento dell'acqua. In province come Teheran, Khuzestan nel sud-ovest e Isfahan nell'Iran centrale – tutte aree con alti livelli di protesta – si registrano gravi carenze idriche, subsidenza che causa danni a strade e condutture e controversie sull'accesso all'acqua. In altre città come Kermanshah e Ilam, l'intensificarsi dei disordini riflette l'interazione di gravi problemi ambientali quali siccità, diminuzione delle precipitazioni e esaurimento delle falde acquifere, con gravi problemi economici e povertà».
E’ la stessa situazione - conflitti simili per l'acqua e le questioni economiche – che ha avuto un ruolo destabilizzante nella vicina Siria. La prolungata siccità, i conflitti per l'acqua e il suo accesso, e le scarse precipitazioni hanno avuto ripercussioni negative sui raccolti e sugli animali. Centinaia di migliaia di persone che vivevano in comunità agricole sono state costrette a rifugiarsi in città e campi profughi nelle vicinanze nel disperato tentativo di sopravvivere. La cattiva gestione delle risorse idriche e l’incapacità di garantire l’accesso dignitoso all’acqua potabile, hanno alimentato i disordini anche a Bassora, nel sud dell'Iraq.
Shokri avverte che «L'Iran non sta affrontando un problema di proteste cicliche che può essere stabilizzato attraverso la repressione, i sussidi o le concessioni tattiche. Sta affrontando un collasso strutturale dei sistemi che rendono possibile la governance e che sono al centro della sopravvivenza umana. Quando manca l'acqua e l'aria diventa irrespirabile, il contratto sociale si rompe. I cittadini non discutono più di ideologia o tempi di riforma, ma mettono in discussione il diritto dello Stato a governare. Quel che l'Iran vede oggi non è semplicemente uno stress ambientale, ma fallimenti simultanei e irreversibili nei settori dell'acqua, della terra, dell'aria e dell'energia. Questi non sono shock che si attenuano con le piogge o con iniezioni di bilancio. Riducono in modo permanente la capacità dello Stato di garantire sicurezza e opportunità economiche. La coercizione può disperdere le folle, ma non può invertire la subsidenza, ripristinare le falde acquifere collassate o neutralizzare le tossine presenti nell'aria. Uno Stato non può governare indefinitamente dove le basi ecologiche della vita, dell'agricoltura e della salute pubblica stanno venendo meno tutte insieme».