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La via maestra deve restare quella indicata dalla diplomazia

Sale la tensione con l’Iran, una squadra navale Usa è in navigazione verso il Medioriente

Gli Usa spostano la portaerei Lincoln dal Mar Cinese Meridionale col suo “gruppo d'attacco- navale”: serviranno almeno 8 giorni di navigazione
 |  Approfondimenti

Agenzie stampa statunitensi hanno annunciato ieri sera che il Pentagono ha disposto lo spostamento della portaerei USS “Abraham Lincoln” dal Mar Cinese Meridionale per rischierarsi in Medio Oriente; questo spostamento si presume sia direttamente collegato con l’attuale crisi iraniana, con lo scopo di avvicinare l’unità militare degli Stati Uniti verso le coste del Paese. La portaerei che, ovviamente, non si sposta da sola, è seguita dal suo “gruppo d'attacco- navale” e sono stati avvistati in navigazione verso Ovest; pertanto, in allontanamento dalla regione indo-pacifica dove si trovava.  

Tuttavia, mentre la squadra navale con la portaerei “Abraham Lincoln” quale nave ammiraglia procede spedita verso l’area mediorientale (l’arrivo è stato stimato in 8-9 giorni di navigazione), l'inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, ha annunciato le richieste di Washington a Teheran per dirimere la controversia attraverso una soluzione diplomatica condivisa. Witkoff ha specificato, parlando in una conferenza stampa voluta dall'organizzazione “no-profit” Israel-America “Council” che si è tenuta in Florida: "Spero ci sia una risoluzione diplomatica. Davvero. Arricchimento nucleare, missili - devono ridurre il loro inventario. Il materiale effettivo che hanno, che è di circa 2.000 chilogrammi, arricchito tra il 3,67% e il 60%".

I disordini in Iran, ricordiamo, sono iniziati il 29 dicembre dopo proteste di strada scatenate da un forte calo del tasso di cambio della moneta iraniana (il rial). Mentre scriviamo, funzionari dell'amministrazione Usa stanno tenendo colloqui diretti con le autorità iraniane per trovare un punto condivisione bilaterale per innescare la “de-escalation” delle forti tensioni presenti nel Golfo.

Secondo l’autorevole testata giornalistica Financial Times, il confronto tra Washington e Teheran ha consentito alle autorità iraniane di poter rassicurare Trump sul fatto che lo Stato non avrebbe giustiziato le persone arrestate (soprattutto ragazzi) coinvolti nei sanguinosi moti di piazza di questi ultimi giorni, che hanno causato in numero imprecisato di morti (diverse migliaia secondo fonti iraniane).

Un ruolo assai rilevante, sempre secondo il Financial Times, viene svolto dall’Egitto, Qatar, Oman, Arabia Saudita e Turchia, che hanno esercitato penetranti e mirate pressioni diplomatiche, esortando Washington ad astenersi dal colpire l'Iran, rimarcando il fatto che azioni militari dirette sul territorio iraniano potrebbero danneggiare gli Stati vicini, causando aumento dei prezzi globali ed elevate ripercussioni sui prezzi di petrolio e sul gas. Le tensioni, per il momento, sembrano essersi attenuate.

Maliziosamente, potremmo pensare che questa trattativa si traduca in un guadagno di tempo, che potrebbe essere interpretato come uno stratagemma tattico che consentirebbe alla squadra navale americana di rischierarsi nel teatro delle (possibili) operazioni militari.

Assume significatività, inoltre, riportare che larga parte dell’opinione pubblica statunitense è contraria ad un attacco militare, in quanto ritenuto inefficace; potrebbe anzi rivelarsi controproducente, rafforzando la corrente narrativa di un movimento di protesta innescato e sostenuto dall’esterno, in particolare da Stati Uniti e Israele, e in tal modo si verrebbe a coagulare il sostegno al regime degli Ayatollah contro l’aggressione straniera.

Di fronte ad un atteggiamento di contrarietà palpabile nell’opinione pubblica americana, la muscolarità della risoluzione manu militari viene ad incrinarsi in modo sensibile fino a diventare del tutto insostenibile: la via maestra, a questo punto, resta quella indicata dalla diplomazia che, finalmente, sembra ritornare ad assume un ruolo di primissimo piano nella risoluzione delle controversie internazionali, come dev’essere e come noi fermamente sosteniamo.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre trent’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).