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Cartoline dal Belpaese: 5,7 milioni di italiani in povertà assoluta, ma ai miliardari 150 milioni di euro in più ogni giorno

Il focus di Oxfam sull’Italia: 307,5 miliardi detenuti da 79 individui, il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera. Rispetto a 15 anni fa, la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2.000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7%. In aumento lavoro povero, precariato e perdita di potere d’acquisto per i salariati
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Se il mondo rotola verso una situazione in cui si metterà alla prova la teoria del giudice statunitense Louis Brandeis, in Italia le cose non vanno meglio. Breve recap, prima di parlare del Belpaese: Oxfam international ha diffuso ieri, in occasione dell’apertura del World economic forum di Davos, un approfondito report da cui in sostanza emerge che mai nella storia a livello mondiale c’è stata così tanta ricchezza concentrata in un numero così ristretto di individui. E cosa c’entra il giudice della Corte suprema degli Stati Uniti Brandeis? C’entra perché è sua la frase, inserita nel sommario del rapporto (pag. 9), che recita: «Dobbiamo fare una scelta. O abbiamo una ricchezza estrema nelle mani di pochi, oppure abbiamo la democrazia. Non possiamo avere entrambe le cose». Brandeis è morto a Washington nel 1941 e ancora non aveva visto niente di cosa sarebbe stata in grado di partorire una commistione, piena di conflitti di interessi, tra finanza, politica e mondo dell’informazione com’è quella oggi vigente negli Usa e non solo. E se in Italia pensiamo che fenomeni come quelli incarnati da Donald Trump o Elon Musk – col primo che continua ad arricchirsi con le sue attività economiche mentre governa l’America a suon di politiche pro-ricchi e il secondo si ritrova seduto su un patrimonio di 500 miliardi di dollari mentre entra ed esce da amministrazioni governative e gestisce una piattaforma social da 600 milioni di utenti attivi mensili – rappresentano una realtà distante dalla nostra, ebbene questo è vero solo in quanto a dimensioni: semplicemente, in America è tutto più grande.

I livelli di disuguaglianza raggiunti in Italia sono anch’essi da record storico. Nel report diffuso da Oxfam Italia col titolo “Nel baratro della disuguaglianza – Come uscirne e prendersi cura della democrazia” vengono ripresi i dati analizzati a livello globale sulla «avanzata delle oligarchie nel mondo», ma poi compare una “Sezione speciale” dal titolo “Quando la disuguaglianza erode la democrazia: riflessioni sul contesto italiano”, seguita poi da un capitolo ad hoc (pagg. 29 e seguenti) dal titolo “DisuguItalia: le cicatrici delle disuguaglianze nel contesto nazionale”.

Sulla base di dati e precedenti analisi condotte da Banca d’Italia, Istat e altri istituti nazionali, Oxfam delinea un quado del Belpaese che è assai lontano dalle narrazioni governative. Un dato per tutti, quello riguardante la povertà assoluta: oltre 2,2 milioni di famiglie italiane per un totale di 5,7 milioni di individui nel 2024 non disponevano di risorse mensili sufficienti ad acquistare un paniere di beni e servizi essenziali per vivere in condizioni dignitose. Parliamo di circa il 10% dei residenti nel nostro Paese. E non stiamo parlando solo di famiglie con disoccupati: se il governo celebra periodicamente una ripresa dell’occupazione, a crescere è il cosiddetto «lavoro povero», che dal 1990 è passato nel settore privato dal 26,7% al 31,1% di chi ha un impiego. Non solo: nel triennio 2021-2023 circa l’85% di tutte le attivazioni di rapporti di lavoro era a tempo determinato, di cui solo una quota variabile tra il 5% e il 7% si trasformava in rapporto a tempo indeterminato e oltre un terzo (35%) di tutte le attivazioni considerate riguardava i rapporti a termine con durata effettiva inferiore ai 30 giorni. Né abbiamo saputo far fronte al peso dell’inflazione: l’analisi di Oxfam segnala infatti che tra il 2019 e il 2024, la perdita cumulata del potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali si è attestata a 7,1 punti percentuali, e per il 2025 è stimato solo un modesto recupero di appena +0,5 punti percentuali.

Tutto questo avviene mentre invece i più ricchi continuano ad accumulare sempre più ricchezze. «L’Italia resta il Paese delle fortune invertite – scrivono gli autori del report – La ricchezza è sempre più concentrata in alto, mentre la metà più povera della popolazione registra da anni un calo della propria quota. Le opportunità si divaricano: chi sta meglio ha migliori chance educative e lavorative e migliore accesso al credito. L’area della vulnerabilità si sta ampliando a macchia di leopardo nel Paese. Tutelarsi dalla povertà è oggi più difficile per tanti, anche per chi ha un lavoro». Qualche cifra? Si legge nel report Oxfam che nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni al giorno), raggiungendo 307,5 miliardi detenuti da 79 individui (erano 71 nel 2024). Il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera (era poco più di 6 volte nel 2010, primo dato disponibile della serie storica di Bankitalia). Dal 2010 al 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2.000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7%. Oggi il top 5% detiene il 49,4% della ricchezza nazionale, quasi il 17% in più di quanto possiede il 90% più povero. La metà più povera delle famiglie italiane detiene appena il 7,4% della ricchezza nazionale, con una contrazione di oltre un punto percentuale rispetto all’8,5% di fine 2010.

In tutto ciò, Oxfam segnala «la via smarrita del fisco», il fatto cioè che rendite e grandi patrimoni godono di privilegi ingiustificati mentre il grosso del carico fiscale ricade sui salariati: «Fatto 100 il totale delle entrate fiscali e contributive, 49 sono le risorse che arrivano dai salari, mentre 17 è il contributo dei profitti (e 33 delle imposte indirette)». Che, aggiungiamo circa la voce tra parentesi, gravano molto più sui redditi bassi che non su quelli alti.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.