Le isole dove morirà l’ultimo ghiaccio pluriennale dell’Artico
Mentre già impazzava la tragicommedia della conquista trumpiana della Groenlandia (e dell’Artico canadese), dal 15 al 18 dicembre 2025 a Calgary, in Canada, si è tenuto l’ArcticNet's Annual Scientific Meeting (ASM) 2025, un’occasione per parlare di ricerca sull'Artico e sul Nord, ampliando i confini della nostra comprensione del Nord e contribuendo a creare una solida base di conoscenze per affrontare efficacemente le attuali problematiche artiche.
A differenza di Donald Trump e della sua masnada di negazionisti climatici, gli organizzatori del meeting sono convinti che «La cooperazione interdisciplinare e la condivisione delle conoscenze, nell'Artico e nel Nord, così come la ricerca innovativa e basata sull'evidenza, sono fondamentali per raggiungere l'adattamento ai cambiamenti climatici e proporre solide strategie di mitigazione». In L'ASM2025 è un vero e proprio polo per la ricerca artica in Canada e ha riunito un'ampia gamma di ricerche sull'Artico e sulle regioni settentrionali del Canada e del mondo, per una comprensione collettiva che parte da una visione inclusiva del Nord, che spazia dagli Inuit Nunangat, attraverso i territori e le province canadesi, le regioni artiche circumpolari e oltre.
E’ in questo ambito che durante la sessione “ECS14 - Land-to-Sea Ecosystem Connectivity in Tuvaijuittuq Marine Protected Area and the broader Lasting Ice” del meeting annuale dell’ArcticNet è stata presentata la ricerca “Uncharted waters: The first Amundsen survey of the Queen Elizabeth Islands and western Tuvaijuittuq” realizzata da David Babb dell’università del Manitoba e da Lisa Matthes e David Capelle del Department of Fisheries and Oceans Canada che si è svolta nelle Queen Elizabeth Islands (QEI), la parte più settentrionale dell'Artico canadese e che sono tra i luoghi più freddi e remoti della Terra. Le loro vie d’acqua, che collegano l'Oceano Artico alla Baia di Baffin e all'Oceano Atlantico, sono ricoperte da spessi e antichi ghiacci marini antichi. I tre ricercatori canadesi hanno ricordato che «All'interno di un Artico più caldo e sempre più libero dai ghiacci, si prevede che le QEI ospiteranno l'ultimo ghiaccio e un rifugio per le specie che dipendono dal ghiaccio, e per questo motivo una parte delle QEI è stata inclusa nella Tuvaijuittuq Marine Protected Area».
Gli organizzatori della sessione ECS14 del meeting di Calgary, che ha analizzato i processi fisici, chimici e biologici che guidano i cambiamenti dell'ecosistema in tutta la regione e come il cambiamento ambientale, comprese le dinamiche della criosfera e dell'acqua dolce, si propaga attraverso scale spaziali e temporali, dalle osservazioni locali alle implicazioni pan-artiche e globali, aggiungono che «Gli ecosistemi marini della Tuvaijuittuq Marine Protected Area e della Lasting Ice Area sono strettamente collegati al margine terrestre adiacente e sono interconnessi da flussi idrologici, dinamiche della criosfera, interazioni e percorsi tra le specie e processi biogeochimici condivisi. Questi sistemi, che si estendono lungo il continuum terra-mare, stanno subendo rapidi cambiamenti a causa del riscaldamento climatico, con effetti a cascata sulla loro struttura e funzione. Dalle dinamiche porte d'accesso dell'Oceano Artico al suo rifugio più persistente, questa regione si trova ora ad affrontare pressioni ambientali senza precedenti, con conseguenze di vasta portata per la biodiversità, i sistemi alimentari indigeni e la regolazione climatica globale».
Finora, la presenza di spessi ghiacci ha reso le QEI relativamente inaccessibili e quindi notevolmente poco studiate rispetto ad altre aree dell'Artico canadese. Bobb, Matthes e Capelle hanno presentato i risultati preliminari del primo rilevamento oceanografico completo delle QEI condotto durante la quarta tappa del programma di ricerca del 2025 a bordo del CCGS Amundsen, fornendo una panoramica delle attività scientifiche, delle condizioni che hanno affrontato e degli insegnamenti da trarre per potenziali future spedizioni navali nell'area. Evidenziano i risultati preliminari di attività quali il campionamento fisico e biogeochimico approfondito di ghiaccio marino e acqua pluriennale, indagini sui ghiacciai, campionamento di contaminanti e metalli in tracce e campionamento diffuso di pesci e zooplancton, per fornire una base di riferimento dell'attività ecologica in quest'area remota. E dicono che «Questa indagine multidisciplinare fornisce una visione su larga scala delle condizioni in tutto il QEI e sarà utilizzata per orientare futuri lavori scientifici e supportare lo sviluppo di strategie di conservazione in questa regione in rapida evoluzione».
Il 4 settembre 2025, Babb si è imbarcato per 4 settimane sulla CCGS Amundsen per la sua prima crociera scientifica alle Queen Elizabeth Islands e nella parte occidentale di Tuvaijuittuq e dice che «E’ fondamentale che la scienza abbia una base di partenza. Solo allora potrà monitorare efficacemente gli effetti del riscaldamento climatico. Il Canada si trova in una situazione piuttosto particolare, perché l'ultimo ghiaccio si troverà nelle acque canadesi. Come Paese e come scienziati canadesi, abbiamo la responsabilità di comprendere appieno quest'area e di essere in grado di orientare qualsiasi futuro intervento di mitigazione in questa regione, ovvero cosa potremmo fare per contribuire a stabilizzare questo ambiente in futuro».
Da tempo nelle QEI, un'area notevolmente poco studiata rispetto ad altre parti dell'Artico canadese, è presente una stazione meteorologica che effettua rilevamenti orari ma che ha consentito solo campionamenti occasionali a scopo di ricerca. Questa è stata la prima volta che un gruppo completo di esperti dell'Artico – circa 40 scienziati – ha esaminato la zona da più angolazioni, a 24 ore su 24. La crociera scientifica si è diretta da Resolute Bay verso Eureka Sound, fino a Nansen Sound e Greely Fiord, e ai fiordi circostanti, accedendo all'area che ospita alcuni dei ghiacci marini più antichi rimasti nell'Artico. Il vento e le correnti oceaniche spingono il ghiaccio attraverso l'Oceano Artico fino a questo punto, creando un accumulo e le condizioni per mantenerlo congelato più a lungo.
Babb evidenzia che «Gli scienziati creano modelli matematici per prevedere lo scioglimento del ghiaccio marino, ma le misurazioni effettuate sul campo forniscono una maggiore accuratezza. Le stime su quanto tempo ci vorrà prima che questo ghiaccio scompaia sono discordanti. Alcuni articoli sottoposti a revisione paritaria prevedono un'evoluzione già nel 2030. Altri la prevedono entro la metà di questo secolo. Questo è uno degli argomenti più controversi nella comunità scientifica che studia i ghiacci marini».
Il ghiaccio più spesso che è stato trovato durante questa spedizione scientifica superava i 7 metri. Ma non era presente in abbondanza. Babb conferma: «Abbiamo avuto molte difficoltà a trovare ghiaccio marino più vecchio e spesso. All'inizio abbiamo pensato che forse il ghiaccio in questa zona non fosse così spesso come ci aspettavamo, e che forse il riscaldamento fosse andato oltre le nostre aspettative. C'è ancora uno spesso strato di ghiaccio marino, ma non è così abbondante come ci saremmo aspettati. Sapere cosa sta succedendo in questa parte dell'Artico, nella Tuvaijuittuq Marine Protected e nelle zone meridionali delle Queen Elizabeth Islands, ci aiuterà anche a capire come proteggere le specie che dipendono dal ghiaccio, come gli orsi polari e le foche, che si prevede migreranno qui per trovare rifugio mentre il ghiaccio scompare altrove. Alcuni sostengono che gli orsi polari possano adattarsi a una vita più terrestre. Altri non sono d'accordo».
Una migliore comprensione di quel che sta accadendo alla copertura di ghiaccio influenzerà anche le rotte di navigazione man mano che l'Artico si apre al trasporto merci, con periodi più lunghi senza ghiaccio ogni anno, creando nuove rotte verso Asia, Europa, Africa e Americhe. Appena a sud della regione attraversata dall'Amundsen si trova il Passaggio a Nord-Ovest. E ancora più a sud, sulle rive della baia di Hudson, i ricercatori del Churchill Marine Observatory (CMO) dell'Università del Michigan stanno collaborando con la comunità locale per monitorare l'impatto ambientale, in un contesto di nuovo interesse per il porto di Churchill, il più a nord del Canada e l'unico porto in acque profonde raggiungibile in treno. A novembre 2025, i ricercatori hanno simulato le fuoriuscite di gasolio nelle piscine del CMO, che attingono acqua dalla Baia di Hudson. Vogliono scoprire come la comunità microbica reagisce al contaminante e rilevarlo utilizzando la tecnologia satellitare. Anche sull'Amundsen hanno testato la tecnologia satellitare per verificare con quanta accuratezza fosse in grado di leggere le caratteristiche del ghiaccio che osservavano in prima persona.
«Naturalmente, nell'Artico non possiamo sempre essere lì di persona, quindi facciamo molto affidamento sui satelliti», ha detto Babb e Considerate insieme ai dati satellitari, le notizie che arrivano dalle QEI non sono buone. Come riassume efficacemente su Nature Mallik Mahmud, uno specialista di telerilevamento della McGill University: «Dal 1997, Il ghiaccio nelle QEI ha iniziato a sciogliersi 5 giorni prima ogni decennio. Se il ghiaccio marino ha più giorni per sciogliersi, anche il ghiaccio più spesso ne soffrirà Il ghiaccio pluriennale aveva un rifugio nelle QEI. Ora verrà qui per morire».
Le misurazioni realizzate dall'Amundsen evidenziano altri cambiamenti più profondi: le acque a decine di metri sotto il ghiaccio sono più calde e meno salate rispetto agli anni '60. La materia organica disciolta suggerisce che quantità crescenti di acqua dell'Oceano Pacifico entrano nell'Artico, dove i nutrienti che trasportano potrebbero influenzare le reti alimentari. Per ora, l'acqua calda è troppo profonda e isolata per avere un effetto immediato sul ghiaccio.
Il team dell’Amundsen ha anche trivellato i sedimenti del fondale marino per scoprire di più sui ghiacciai vicini e sul clima del passato. Audrey Limoges, climatologa dell'Università del New Brunswick, ha raccontato a Nature che «Non sapevamo nemmeno se avremmo trovato sedimenti. I granuli di sedimento in alcune carote mostrano variazioni da fini a grossolani che indicano periodi in cui i ghiacciai che alimentano i fiordi si sono ritirati, rilasciando acqua di fusione e iceberg che trascinano sedimenti più grandi. Collegando questi cambiamenti negli ultimi 50 anni alle registrazioni satellitari del ritiro dei ghiacciai, i ricercatori possono quindi utilizzare i proxy dei sedimenti per estrapolare dati più indietro nel tempo».
Il team di ricerca ha anche affrontato con successo un'altra sfida per comprendere il destino del ghiaccio: determinarne l'età e lo spessore originale. Christian Haas, geofisico dell'Università di Brema, spiega che «L'unico modo per accertare queste proprietà è trovare ghiaccio di primo anno e monitorarne la crescita nel tempo». In quello che Babb ha definito «Un sogno che si avvera», i ricercatori hanno visto il ghiaccio formarsi intorno alla nave, passando da zero a uno spessore di 10 centimetri durante la notte. Boe dotate di strumenti installati dall'equipaggio registreranno l'evoluzione del ghiaccio nel corso del prossimo anno, oltre a monitorare l'acqua e i sedimenti in entrata e in uscita dalla regione. Haas conclude con una nota di speranza: «La missione ha fornito un'istantanea temporale e una base di riferimento per valutare i cambiamenti futuri. Non sono ancora state pronunciate le ultime parole sull'ultima area ghiacciata».
E’ in questo contesto delicatissimo, di rapidi cambiamenti climatici, ambientali, economici e sociali che Trump ha fatto irruzione come un gigantesco e minaccioso mammut in una cristalleria.