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Gli Stati Uniti di Donald Trump sono il Paese più colpito sotto il profilo economico

Nell’ultimo anno oltre 17mila morti da catastrofi naturali, danni per 244 miliardi di dollari

Munich Re: «Nel 2025 il mondo è stato risparmiato da perdite potenzialmente molto più gravi solo per puro caso»
 |  Crisi climatica e adattamento

Una delle principali compagnie internazionali attive nel mondo dell’assicurazione e ri-assicurazione, Munich Re, ha appena aggiornato il conto delle catastrofi naturali che hanno attraversato il mondo nel corso del 2025, portandolo a quota 17.200 morti e 244 miliardi di dollari in danni economici (quelli coperti dagli assicuratori si sono fermati invece a 108 mld di dollari).

Gli incendi boschivi che hanno colpito l'area di Los Angeles nel mese di gennaio hanno costituito di gran lunga il disastro naturale più costoso dell'anno (circa 53 miliardi di dollari), mentre quello che ha provocato la peggiore tragedia umanitaria è stato il forte terremoto di magnitudo 7,7 in Myanmar, con circa 4.500 vittime e danni per 12 miliardi di dollari; a chiudere il podio dei danni economici è l'uragano Melissa che ha generato venti con velocità massima di quasi 300 km/h per poi colpire la Giamaica: sebbene gli avvisi preventivi abbiano permesso a molte persone di evacuare, circa 100 persone hanno comunque perso la vita, e le perdite complessive ammontano a circa 9,8 miliardi di dollari.

Paradossalmente, il 2025 sarebbe potuto andare molto peggio. Gli oltre 17.200 morti rappresentano un numero significativamente superiore a quello dell'anno precedente (circa 11.000), ma inferiore alla media decennale di 17.800 e alla media trentennale di 41.900, e nel complesso le perdite economiche mondiali causate dai disastri naturali sono state inferiori alle medie corrette per l'inflazione degli ultimi 10 anni (266 miliardi di dollari).

Come mai? La risposta di Munich Re è che «nel 2025 il mondo è stato risparmiato da perdite potenzialmente molto più gravi solo per puro caso». Ciò vale in particolare per il fatto che nessun uragano ha colpito il territorio continentale degli Stati Uniti, sebbene vi si siano verificate forti tempeste, nonostante nel 2025 si siano formati tre uragani di categoria 5, la più alta, nell'Atlantico tropicale settentrionale (non si registravano così tanti uragani estremi in questa zona dal 2005).

Il quadro generale del 2025 resta allarmante per quanto riguarda in particolare le inondazioni, le violente tempeste convettive e gli incendi boschivi nel 2025: «Gli scienziati concordano ampiamente sul fatto che tali disastri naturali stanno diventando più gravi e più frequenti in molte parti del mondo», sottolineano da Munich Re: «Per quanto riguarda le catastrofi naturali del 2025, è sorprendente il numero di eventi estremi che sono stati probabilmente influenzati dal cambiamento climatico. È stato il caso degli incendi boschivi di Los Angeles, dei numerosi uragani particolarmente violenti nell'Atlantico settentrionale e delle numerose inondazioni catastrofiche. Numerosi studi hanno indicato che il cambiamento climatico aumenta la frequenza o la gravità delle catastrofi meteorologiche, se non entrambe».

Viste le premesse, il 2025 per l'Europa è andato piuttosto bene, con perdite dovute a catastrofi naturali pari a circa 11 miliardi di dollari, di cui circa la metà era assicurata (a fronte di una media decennale da 35 miliardi di dollari in danni, di cui 12 miliardi di dollari assicurati); gli eventi più costosi sono stati una grave ondata di freddo in Turchia (danni complessivi pari a 2 miliardi di dollari, di cui 0,6 miliardi assicurati) e grandinate in Francia, Austria e Germania (1,2 miliardi di dollari/0,8 miliardi di dollari).

«Il riscaldamento globale – evidenzia però Tobias Grimm, capo climatologo di Munich Re – aumenta la probabilità di catastrofi meteorologiche estreme. Dato che il 2025 è stato un altro anno molto caldo, gli ultimi 12 anni sono stati i più caldi mai registrati. I segnali di allarme persistono. Infatti, nelle circostanze attuali, il cambiamento climatico può peggiorare ulteriormente».

L’Italia è già al centro del ciclone. In base ai dati elaborati lo scorso autunno da Deloitte per il lancio del think tank Natural risk forum (Nrf), presentato a Roma dal gruppo assicurativo Unipol, il nostro è uno dei Paesi Ue più esposti a catastrofi naturali: solo negli ultimi 50 anni se ne contano almeno 115, con danni diretti per 253 miliardi di euro, pari al 30% del totale europeo. Una sproporzione dovuta al particolare profilo di rischio del Paese, dove i terremoti – di cui l’Italia è seconda in Europa per frequenza dopo la Grecia – rappresentano il 68% dei danni complessivi, mentre a causa della crisi climatica aumentano in frequenza ed intensità anche gli eventi meteo estremi.

Secondo i dati messi in fila dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), il Paese con le perdite economiche totali più elevate da eventi meteo estremi tra il 1980 e il 2023 è la Germania, con 180 miliardi di euro. Seguono Italia (135 miliardi di euro), Francia (130 miliardi di euro), Spagna (97 miliardi di euro) e Polonia (20 miliardi di euro); considerando solo le perdite per questo secolo (ovvero dal 2001), gli stessi quattro Paesi (Germania, Italia, Francia e Spagna) registrano i dati più elevati. Per quanto riguarda invece i dati legati ai decessi da eventi meteo estremi, il Climate risk index parla di 38mila morti in Italia nel periodo 1993-2022.

Per limitare i danni, l’adattamento climatico è essenziale e deve andare di pari passo al rapido abbandono dei combustibili fossili, in modo da tagliare le emissioni di gas serra che alimentano la crisi climatica in corso. Peccato che l’Italia sia indietro su entrambi i fronti. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle; per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).

Al contempo, mentre la crescita “inarrestabile” delle rinnovabili è la svolta scientifica del 2025 secondo la prestigiosa rivista Science,  l’Italia registra sia meno potenza installata sia meno elettricità prodotta, al contrario di quanto sta accadendo nel resto del mondo. Del resto mentre il Governo Meloni porta avanti l’arma di distrazione di massa dell’energia nucleare, importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno e al contempo crescono sia la disinformazione sia gli ostacoli normativi all’installazione degli impianti rinnovabili.

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.