Povertà alimentare, in Italia 4,2 milioni di famiglie hanno difficoltà a portare il cibo in tavola
La povertà alimentare in Italia è un fenomeno sempre più diffuso e trasversale. Secondo l’Atlante della fame in Italia 2025, realizzato da Azione Contro la Fame con il contributo di Percorsi di Secondo Welfare e Università degli Studi di Milano, nel 2024 4,2 milioni di famiglie hanno presentato almeno un segnale di deprivazione alimentare: c’è chi non può permettersi un pasto proteico ogni due giorni, chi arriva a fine mese senza soldi per comprare il cibo necessario e chi vive un’insicurezza alimentare cronica. Un dato che restituisce la dimensione strutturale del problema e la sua estensione lungo l’intero territorio nazionale.
I numeri della povertà alimentare
Entrando nel dettaglio, 2,9 milioni di famiglie vivono una condizione di deprivazione alimentare materiale, mentre 681mila nuclei dichiarano di non avere risorse sufficienti per acquistare il cibo necessario. A livello individuale, 766mila persone sperimentano una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave, secondo la metodologia Fies (Food insecurity experience scale), uno strumento basato su domande standardizzate che misurano le difficoltà di accesso al cibo adeguato per motivi economici, adottato a livello internazionale e utilizzato anche dall’Istat.
Questi dati si inseriscono in un quadro più ampio di povertà economica: nel 2024 in Italia 2,2 milioni di famiglie si trovavano in povertà assoluta (8,4% del totale) e 5,7 milioni di individui in condizioni di grave deprivazione economica. La povertà alimentare rappresenta quindi una delle manifestazioni più immediate e concrete della fragilità socioeconomica.
Disuguaglianze sociali e territoriali
L’incidenza della povertà alimentare è più elevata tra le famiglie residenti nel Sud, nei nuclei con tre o più figli, tra quelli con componenti stranieri e quando la persona di riferimento è giovane (fino a 34 anni) o ha un basso livello di istruzione. I fattori più correlati alla deprivazione alimentare restano bassi redditi, precarietà lavorativa e difficoltà di accesso alle cure sanitarie. Il Rapporto evidenzia un elemento chiave: avere un lavoro non è sempre una protezione. Nelle famiglie con bassa intensità lavorativa l’incidenza della deprivazione alimentare raggiunge il 43%, mentre tra quelle con almeno un disoccupato supera il 41%. Anche il mancato accesso alle cure pesa in modo significativo: tra chi rinuncia a visite o trattamenti sanitari per motivi economici, la deprivazione alimentare è presente nel 47,1% dei casi.
Le politiche pubbliche e le iniziative territoriali
Il contrasto alla povertà alimentare si fonda oggi su un mix di misure pubbliche e iniziative del Terzo Settore. A livello nazionale, strumenti come la Carta “Dedicata a Te” e il Reddito alimentare forniscono un sostegno immediato, ma restano misure prevalentemente emergenziali, spesso prive di servizi di accompagnamento verso l’autonomia. A livello territoriale stanno emergendo approcci più integrati. In sette Città metropolitane (Milano, Torino, Bologna, Roma, Bari, Napoli e Firenze) sono state avviate food policy, intese come politiche alimentari locali, che si intrecciano in misura crescente con il welfare territoriale e con azioni di inclusione sociale e lavorativa: empori solidali, tessere spesa e progetti di recupero delle eccedenze alimentari.
Verso una strategia strutturale per il diritto al cibo
Oltre a descrivere l’estensione della povertà alimentare, l’Atlante individua una direzione di intervento di medio-lungo periodo, fondata su cinque pilastri che mirano a superare la frammentazione delle risposte attuali.
Il primo riguarda il riconoscimento del diritto al cibo come diritto sociale, da garantire in modo continuativo e non solo in situazioni emergenziali. Un secondo elemento è il rafforzamento del coordinamento istituzionale, sia a livello nazionale sia locale. Il report evidenzia la necessità di una governance più stabile e integrata, capace di mettere in relazione politiche sociali, sanitarie, del lavoro e alimentari, evitando sovrapposizioni e disomogeneità territoriali. Il terzo pilastro riguarda il superamento di un approccio esclusivamente assistenziale. Pur riconoscendo il ruolo fondamentale degli aiuti alimentari, l’Atlante sottolinea l’importanza di affiancarli a percorsi di accompagnamento, inclusione sociale e autonomia economica. Un quarto ambito centrale è quello del lavoro e del reddito: l’insicurezza alimentare è spesso legata a occupazione discontinua e salari insufficienti, rendendo evidente come lavoro dignitoso e retribuzioni adeguate siano una condizione essenziale per garantire una dieta sana e sostenibile. Infine, l’Atlante richiama la necessità di politiche basate su dati, monitoraggio e valutazione, per rendere gli interventi comparabili, misurabili e orientati ai risultati.
La povertà alimentare, conclude il Rapporto, richiede quindi politiche strutturali e integrate. I numeri restituiscono l’urgenza del fenomeno; le esperienze già attive indicano che una direzione concreta e praticabile esiste.