Solo i delfini esperti possono usare le spugne per cacciare
Ogni anno Janet Mann, che insegna biologia e psicologia alla Georgetown University di Washington DC, porta un gruppo di studenti nella Western Australia per condurre ricerche sul campo per lo Shark Bay Dolphin Project, il secondo studio più duraturo al mondo sui delfini in natura. Nel mare della Shark Bay vivono più di 3.000 tursiopi dell'Indo-Pacifico (Tursiops aduncus) che si comportano in maniera molto simile a quel che fanno gli studenti umani: formano gruppi sociali, cercano cibo e insegnano ai più giovani a svolgere i compiti loro affidati.
La Mann sottolinea che «Troviamo tutti che sia un privilegio osservare in modo così dettagliato la vita di un'altra specie, e lasciarci trasportare un po' fuori da noi stessi. Credo che ciò che gli studenti iniziano ad apprezzare è che i delfini sono un altro animale complesso, con un cervello enorme e che come individui hanno vite ricche e intricate». Prima dell'avvio dello Shark Bay Dolphin Project nel 1984, si sapeva ancora poco sul comportamento e sullo sviluppo dei delfini selvatici e, visto che i delfini vivono in genere 50 anni o più, studi di lungo periodo sono fondamentali. La Mann spiega ancora: «Si tratta di una popolazione residenziale: entrambi i sessi rimangono lì per tutta la vita, quindi possiamo studiare sia i maschi che le femmine dalla nascita alla morte. I risultati sono stati davvero significativi e hanno influenzato gli studi su delfini e i cetacei in altre parti del mondo».
Questa ricerca ha svelato il mondo prima sconosciuto delle interazioni sociali dei delfini. Come fa notare la scienziata, «I delfini non vivono in branco, come spesso vengono descritti. Si uniscono e si separano in modi flessibili. Eppure hanno legami preferenziali o relazioni sociali radicate in quei gruppi, quindi non è casuale. Proprio come noi andiamo a prendere un caffè con un amico, loro vanno a trovare i loro stretti collaboratori, e ce ne sono alcuni che evitano».
Un'altra scoperta fondamentale è che i delfini usano degli strumenti. La Mann racconta che «Un certo sottogruppo della popolazione di delfini, noti come “spongers”, ha imparato ad attaccare al rostro delle spugne coniche a forma di cesto (Echinodictyum mesenterinum e Ircinia spp.) per cacciare i pesci che vivono sul fondale. La maggior parte di questi pesci è priva di vescica natatoria, organi pieni di gas che facilitano la capacità dei delfini di localizzare e concentrarsi sul pesce perché la loro ecolocalizzazione rileva la diversa densità della vescica natatoria. Mentre l'ecolocalizzazione può essere meno efficace nell'individuare queste prede, con la spugna il becco del delfino è protetto mentre disturba il pesce nel substrato roccioso, consentendogli un pasto veloce».
Ma c’era ancora una questione irrisolta: come fanno i delfini a trasmettere di generazione in generazione le loro conoscenze, incluso l'uso delle spugne?. Sapevamo che lo fanno imparando dalla madre, ma il meccanismo era sconosciuto.
Ora il nuovo studio “Cultural transmission of animal tool use driven by trade-offs: insights from sponge-using dolphins”, pubblicato su Royal Society Open Science da un team di ricercatori statunitensi, danesi e australiani, guidato da Ellen Rose Jacobs della Georgetown University e dell’Aarhus Universitet e del quale fa parte anche la Mann, ha scoperto che trasmettere questo comportamento di i generazione in generazione, è più complicato di quanto sembri.
I ricercatori scrivono che «Abbiamo scoperto che le proprietà acustiche del segnale di ecolocalizzazione cambiano in presenza di Ircinia spp. e, in misura minore, di E. mesenterinum . Dato che le distorsioni variano a seconda della spugna, i delfini devono compensare in modo adattivo e flessibile durante l'elaborazione del segnale neurale. Questo spiega perché l'apprendimento dell'uso della spugna richiede così tanto tempo, è trasmesso solamente verticalmente e non si diffonde ad altri, nonostante la stretta associazione con gli utilizzatori di utensili. Nel complesso, questi risultati offrono uno sguardo avvincente alle forze intrinseche ed estrinseche che influenzano l'uso di utensili nelle popolazioni selvatiche».
Insomma. cacciare con una spugna sul muso interferisce con il senso dell'ecolocalizzazione dei tursiopi, che li aiuta ad emettere suoni e ad ascoltare gli echi per orientarsi. Intervistata dall’Associated Press, la Jacobs ha spiegato che «Ha un effetto ovattante, proprio come una maschera. Tutto sembra un po' strano, ma si può comunque imparare a compensare».
Per confermare che i delfini che "spugnavano" a Shark Bay usaano ancora i clic dell'ecolocalizzazione per orientarsi, la Jacobs ha utilizzato un microfono subacqueo, poi ha modellato l'entità della distorsione delle onde sonore causata dalle spugne.
Mauricio Cantor, un biologo marino dell'Oregon State University, non coinvolto nello studio, ha detto all’AP che «La caccia alle spugne è come cacciare bendati: per riuscirci devi essere molto bravo, molto ben addestrato».
La Jacobs aggiunge che «Questa difficoltà potrebbe spiegare perché sia così rara: solo circa il 5% della popolazione di delfini studiata dai ricercatori di Shark Bay lo fa. In totale, circa 30 delfini». Ci vogliono molti anni per apprendere questa speciale abilità di caccia e non tutti ne sonno capaci. .
I cuccioli di delfino trascorrono solitamente circa tre o quattro anni con le madri, osservandole e imparando competenze fondamentali per la vita. La conferma che «La delicata arte della caccia alle spugne viene tramandata solo di madre in figlio» e conclude: «Spero che le persone capiscano che non esiste una gerarchia a cui siamo sottoposti, che possiamo semplicemente fare ciò che vogliamo del resto della natura. Questi studi ci ricordano che ci sono altri animali su questo pianeta, dagli scarabei stercorari ai delfini, che meritano il diritto di vivere».