Due orche e 12 delfini ancora prigionieri a Marineland Antibes
Da decenni, la comunità scientifica documenta gli effetti fisici e psicologici irreversibili della cattività su orche e delfini: riduzione dell’aspettativa di vita, stress cronico, comportamenti stereotipati, collasso sociale dei gruppi. Ma in Paesi come Giappone, Russia e Usa i “delfinari” continuano a imprigionare i grandi cetacei e nell’Unione europea le gestione di questi mammiferi marini e frammentata nelle normative degli Stati membri, senza un reale intervento coordinato comunitario.
Nel parco divertimenti di Marineland, ad Antibes, in Francia, sono ancora detenuti 12 delfini e 2 orche. In questa struttura per anni si sono susseguiti decessi di cetacei e sono emerse criticità strutturali delle vasche, gli scienziati hanno confermato il danno provocato della detenzione su animali intelligenti e sociali.
Le criticità di Marineland non sono ignote e nemmeno un fatto nuovo né ignoto: le autorità francesi ne sono a conoscenza da anni. Il caso più famoso è quello dell’’orca Keijo, morta in cattività a Marineland nel marzo 2023. Ora, nell’impianto resta una sola orca adulta (Wikie), con il figlio, in condizioni di isolamento sociale incompatibili con la specie.
Se il caso di Keijo aveva scosso l’opinione pubblica, già tra il 2017 e il 2022 erano aumentate le segnalazioni di stress, patologie e comportamenti anomali tra i cetacei in cattività. ONG e ricercatori denunciano pubblicamente da anni alle autorità francesi e di altri Paesi europei l’inadeguatezza delle strutture: ci sono atti amministrativi, comunicazioni e prese d’atto ufficiali. Il problema non è la mancanza di informazioni, ma l’assenza di una decisione vincolante Infatti, le denunce hanno portato a progetti di trasferimento dei cetacei mai realizzati, il risultato è uno stallo prolungato, con 2 orche e 12 delfini ancora confinati in cattività, in condizioni incompatibili con il loro benessere, mentre Istituzioni pubbliche e privati continuano a rimpallarsi la responsabilità di mettere fine a questa insensata prigionia.
Le ONG fanno campagne di sensibilizzazione e denunce pubbliche ma, salvo rare eccezioni, non hanno intrapreso un’azione istituzionale diretta e strutturata, non hanno promosso una procedura formale per creare un precedente europeo, hanno mantenuto spesso una pressione politica, culturale e non coercitiva.
Questa “zona grigia” che si è creata intorno alla vicenda, il caso Marineland non è stato mai affrontato fino in fondo. Così, ad oggi, le 2 orche e i 12 delfini sono ancora in cattività e non esiste una decisione definitiva e vincolante riguardante il loro destino, mentre l’Europa non chiarisce come e se intenda esercitare il ruolo che le spetterebbe.
Di fronte a tutto questo, una cittadina europea ha deciso di esporsi in prima persona ed è così che Michela Morellato Blosfield, utilizzando gli strumenti istituzionali previsti dai trattati Ue, ha depositato una petizione formale al Parlamento Europeo, spiegando che «L’obiettivo dichiarato non è solo la sorte degli animali, ma costringere l’Europa a interrogarsi sulle responsabilità istituzionali e ad aprire un’indagine».
La petizione è stata ricevuta e registrata e ha superato il primo vaglio di ammissibilità. La Morellato Blosfield ribadisce che «E’ stata presentata come caso pilota per verificare se l’Ue debba intervenire quando uno Stato membro e un grande attore privato mantengono uno stallo incompatibile con i principi europei. Questo rappresenta un punto di svolta: per la prima volta il tema viene portato in modo diretto sul piano europeo, non solo mediatico».
Parallelamente, sono stati attivati altri canali internazionali, inclusa l’Onu, per segnalare la dimensione sistemica del problema dei cetacei tenuti in cattività, evidenziare il vuoto di tutela effettiva, rafforzare il carattere sovranazionale della questione.
La signora Morellato Blosfield rivolge un’unica domanda chiave a tutti coloro che dovrebbero e potrebbero intervenire: «Perché, a fronte di conoscenza scientifica, segnalazioni, atti amministrativi e ora anche di una petizione europea, non è mai stata aperta una vera indagine istituzionale? Ed è qui che la storia smette di essere animalista. e diventa una questione di responsabilità pubblica europea».
Questo caso può creare un precedente perché situazioni simili si riscontrano anche in altri Stati membri dell’Ue; perché a livello internazionale potrebbe avere ricadute giuridiche sulle catture e la detenzione in cattività di cetacei; perché potrebbe far emergere la responsabilità dell’Unione europea nella tutela della salute e del benessere dei cetacei imprigionati nei delfinari, negli acquari, nei circhi e negli zoo.
Dopo la morte dell’orca di Keijo, la Francia ha approvato una legge che vieta progressivamente gli spettacoli con cetacei e prevede la fine della detenzione di orche e delfini a scopo di intrattenimento, ma la sua applicazione viene rimandata, diluita, aggirata.
Nel gennaio 2025 Marineland ha annunciato ufficialmente la chiusura del parco di Antibes, ma come fa notare la Morellato Blosfield, «Nonostante ciò: 2 orche e 12 delfini restano senza una soluzione definitiva; si parla di trasferimenti, ma nessun santuario viene attivato; gli animali restano di fatto abbandonati a marcire in cattività». Per questo la sua petizione chiede che l’Unione europea indaghi su: inerzia di uno Stato membro; responsabilità di una multinazionale; violazione sistemica dei principi europei di tutela animale.
La signora Morellato Blosfield è molto determinata e conclude: «Questa petizione non è un sogno animalista. È uno strumento politico e giuridico. Se passa, apre una breccia enorme: obbliga l’Ue a imporre pene più severe, rende la vita difficile alle multinazionali che catturano cetacei, li sfruttano e poi li abbandonano isolati a marcire. Se funziona per Marineland, potrà funzionare per i circhi, potrà funzionare per gli zoo. Non è utopia. È precedente giuridico. L’Europa trova miliardi per le guerre. Dunque i soldi esistono. Può spendere per trasferire questi animali in Nova Scotia o in santuari reali e applicare le leggi che già esistono. È un diritto. E soprattutto sarebbe la prova che l’Europa funziona, indaga e fa rispettare le proprie leggi».