La scienza smentisce l’allungamento della stagione di caccia, la migrazione degli uccelli è anticipata
La migrazione preriproduttiva degli uccelli selvatici cacciabili in Italia inizia prima di quanto finora indicato nei documenti ufficiali europei. A confermarlo è uno studio scientifico pubblicato sulla rivista Wildlife Biology, coordinato da Roberto Ambrosini dell’Università di Milano, in collaborazione con la Lipu-BirdLife Italia e un gruppo di ornitologi europei di primo piano.
La ricerca ha analizzato oltre 4 milioni di dati provenienti dalla piattaforma di citizen science Ornitho.it, prendendo in esame 23 specie di uccelli cacciabili e concentrandosi su un aspetto cruciale: l’inizio della migrazione verso i siti di nidificazione, fase biologica tutelata in modo rigoroso dalla Direttiva Uccelli dell’Unione europea.
I risultati dicono che per la grande maggioranza delle specie considerate, la partenza dei primi contingenti migratori avviene in anticipo rispetto alle date indicate nel Documento Key Concepts della Commissione europea, riferimento fondamentale per la definizione dei calendari venatori nazionali e regionali.
Per alcune specie simbolo della caccia in Italia l’anticipo è particolarmente marcato. Il tordo bottaccio avvia la migrazione già dalla terza decade di dicembre, la cesena dalla prima decade di gennaio, il tordo sassello dalla seconda decade di gennaio. Ma non si tratta di casi isolati, per 19 specie su 23 (pari all’83%) lo studio rileva infatti variazioni significative rispetto alle date ufficiali. Tra gli esempi più evidenti figurano anche la pavoncella e l’allodola.
Elemento centrale del lavoro scientifico è la definizione dell’inizio della migrazione preriproduttiva come il momento in cui almeno il 5% degli individui ha già intrapreso il viaggio verso i luoghi di riproduzione, criterio coerente con l’orientamento scientifico internazionale e con i principi di conservazione della Direttiva Uccelli. La scelta è tutt’altro che formale, poiché gli individui che migrano per primi sono in genere quelli con maggiore successo riproduttivo, dunque fondamentali per la tenuta delle popolazioni.
Alla pubblicazione dello studio, la reazione della Lipu è stata netta e politicamente esplicita. Secondo l’associazione, i nuovi dati scientifici rendono ancora più problematica la proposta di riforma della normativa venatoria attualmente in discussione in Parlamento.
«Le conseguenze dello studio – spiega Claudio Celada, direttore Conservazione natura della Lipu-BirdLife Italia – sono importanti in molti aspetti scientifici e di conservazione, a cominciare dalla necessità di correggere i calendari venatori regionali per molte specie, tra cui turdidi e anatidi, anticipando la chiusura della caccia. Lo studio evidenzia altresì l’insostenibilità e l’inopportunità della proposta di riforma della caccia, voluta dal ministro Lollobrigida e in discussione al Senato, con il disegno di legge 1552, che vede nell’allungamento dei tempi di caccia uno dei suoi obiettivi principali. Una riforma che va abbandonata, per far posto finalmente a politiche di tutela serie e ben applicate».
«Lo stato di conservazione degli uccelli in Italia – conclude Marco Gustin, responsabile Specie e ricerca della Lipu – è sofferente per molti aspetti di grande portata, dalle pratiche agricole insostenibili alla perdita di habitat ai cambiamenti climatici. Dobbiamo agire su tutti, inclusi quei problemi non meno gravi ma più direttamente affrontabili come l’attività venatoria e le sue conseguenze impattanti».
Lo studio, avvertono i ricercatori e gli ambientalisti, pone ora una questione non più eludibile: adeguare le politiche di caccia alle evidenze scientifiche, prima che il divario tra normativa e realtà biologica diventi irreversibile.