Anbi dice no a nuove trivellazioni in Alto Adriatico: «Ancora paghiamo per le estrazioni di metano di oltre 60 anni fa»
«Non comprendiamo come lo Stato, dopo aver riconosciuto il rapporto tra subsidenza e prelievi di gas metano, dopo aver bloccato le estrazioni ed aver stanziato finanziamenti per mitigare i danni, ora pensi a riattivare le concessioni». A parlare è Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto, e quella che esprime è la posizione a livello locale di un analogo pronunciamento che fa a livello nazionale l’organizzazione che rappresenta i consorzi di bonifica e irrigazione italiani. L’Associazione nazionale consorzi gestione e tutela del territorio e acque irrigue esprime infatti la propria contrarietà alla possibilità di riavviare le estrazioni di idrocarburi nell’Alto Adriatico. Lo conferma Francesco Vincenzi, presidente dell’Anbi, che ricorda come i Consorzi di bonifica polesani e del Delta del Po sostengano ancora oggi importanti costi energetici, che arrivano ad incidere fino ad un terzo dei loro bilanci e che inevitabilmente ricadono anche sui contribuenti per espellere, grazie alle idrovore, le acque dal piano campagna, che già naturalmente soggiace al mare, ma che sprofonda ulteriormente per i prelievi di metano, avvenuti oltre 60 anni fa.
La vicenda parte da lontano ma gli effetti provocati da scelte sbagliate stanno provocando pesanti ripercussioni sul territorio ancora oggi. L’abbassamento del suolo attualmente riscontrabile deriva dalle estrazioni di gas metano avvenute tra 1930 e 1960. Ciò ha aggravato la vulnerabilità idraulica del Polesine, ampliando le aree esposte ad allagamenti ed infiltrazioni saline nelle valli e nelle campagne. L’Anbi sottolinea che ancora a distanza di tanti anni, suolo, infrastrutture ed insediamenti richiedono interventi continui di manutenzione e adattamento, con impatti economici e sociali significativi per le comunità locali. L’Associazione ricorda anche che i passati interventi normativi avevano posto un blocco alle estrazioni di idrocarburi nelle aree già danneggiate da questi fenomeni ed avevano espressamente previsto fondi per la manutenzione straordinaria, nonché l’adeguamento delle opere pubbliche di rilevanza nazionale, necessarie alla protezione dal fenomeno della subsidenza.
Ora però arrivano segnali preoccupanti da Roma. «Ricordiamo – spiega il direttore generale di Anbi, Massimo Gargano – che i finanziamenti dello Stato per mitigare la subsidenza sono pressoché azzerati, sebbene i danni continuino a manifestarsi in modo evidente. Ogni ragionamento legato all’estrazione di idrocarburi non può pertanto prescindere da valutazioni indipendenti sugli effetti a medio lungo termine, da garanzie sulla sicurezza di vita delle popolazioni locali e da maggiori risorse per i territori chiamati tutt'oggi a mitigare i danni del passato».
Proprio oggi, che è la Giornata mondiale delle zone umide, Anbi ha messo in campo una serie di iniziative per evidenziare i problemi della crescente salinizzazione di tali aree, con appuntamenti in Toscana a cui seguiranno poi nelle settimane altri eventi in Veneto, Emilia Romagna e Roma. Gli eventi, sottolinea Gargano, sono stati organizzati «per denunciare i pericoli cui l’avvio di nuove estrazioni metanifere esporrebbe territori già pesantemente colpiti dalle precedenti esperienze».