Oceani sempre più caldi: nell’ultimo anno abbiamo stipato sotto ai mari una bomba climatica da 23 Zetta Joule, che alimenterà nuovi eventi meteo estremi. La difesa dell’Italia passa anche da qui
Un nuovo studio internazionale cui hanno partecipato 50 scienziati provenienti da 31 istituti di ricerca in tutto il mondo, appena pubblicato sulla rivista scientifica Advances in Atmospheric Science, documenta che nel 2025 gli oceani hanno immagazzinato più calore nel 2025 che in qualsiasi altro anno dall'inizio delle misurazioni moderne.
I mari accumulano infatti oltre il 90% del calore in eccesso intrappolato dai gas serra – emessi in atmosfera bruciando combustibili fossili –, diventando così il principale serbatoio di calore del sistema climatico. L'aumento di calore nel 2025 è stato di 23 Zetta Joule (23.000.000.000.000.000.000.000 Joule di energia), equivalente a circa 37 anni di consumo globale di energia primaria ai livelli del 2023 (circa 620 Exa Joule all'anno).

Perché questo è importante? Perché l'aumento del calore negli oceani determina l'innalzamento del livello globale del mare attraverso l'espansione termica, intensifica e prolunga le ondate di calore così come gli altri eventi meteorologici, ad esempio le alluvioni, aumentando l'umidità nell'atmosfera. Un mare più caldo rilascia infatti più vapore acqueo nell’atmosfera, e al contempo la fisica (con la legge di Clausius-Clapeyron) ci spiega che per ogni +1°C di aumento della temperatura, l'atmosfera può contenere circa il +7% di umidità in più. Significa che la probabilità di eventi meteo estremi come le alluvioni aumenta.
«La temperatura media annua globale della superficie del mare (SST) nel 2025 è stata la terza più calda nelle registrazioni strumentali e si è mantenuta di circa 0,5 °C al di sopra della media di base del periodo 1981-2010. La SST nel 2025 è leggermente inferiore rispetto al 2023 e al 2024, principalmente a causa della transizione da El Niño a La Niña nel Pacifico tropicale – spiegano i ricercatori – Le temperature superficiali del mare sono particolarmente importanti perché influenzano i modelli meteorologici in tutto il mondo. Temperature superficiali più calde favoriscono una maggiore evaporazione e piogge più intense, causando così cicloni tropicali ed eventi meteorologici più estremi. Questi hanno avuto un ruolo importante nelle diffuse inondazioni e disagi in gran parte del Sud-est asiatico, nella siccità in Medio Oriente e nelle inondazioni in Messico e nel Pacifico nord-occidentale nel 2025».
Anche il Mediterraneo non sfugge alla regola, anzi. Negli ultimi decenni, il Mare nostrum si è riscaldato a un ritmo quasi doppio rispetto alla media globale, diventando un hotspot della crisi climatica in corso; eppure il nostro Paese è ancora impreparato ad affrontare i nuovi rischi che ha di fronte, ovvero un incremento degli eventi meteo estremi del 526% a partire dal 2015.
Per evitare nuovi scenari da incubo è fondamentale avviare una governance nazionale, attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) approvato a fine 2023 e ancora fermo al palo, stanziando le risorse economiche necessarie che ancora oggi mancano per “dare gambe” alle 361 misure da adottare su scala nazionale e regionale. Ad oggi la sua mancata attuazione rallenta a cascata la redazione di Piani locali di adattamento al clima. Altrettanto urgente è istituire con decreto l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, composto dai rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali per l’individuazione delle priorità territoriali e settoriali e per il monitoraggio dell’efficacia delle azioni di adattamento.
Serve dunque un Piano nazionale per la sicurezza idrica e idrogeologica, di cui si parla sempre dopo ogni siccità o alluvione, per dimenticarsene subito dopo. Basti osservare che per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero all’Italia investimenti per 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).