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Dal Green deal al Freedom deal. Per liberarci dalle minacce di Trump dobbiamo accelerare sul fronte delle energie rinnovabili

 |  Editoriale

Passando da Putin a Trump, l’Europa sta cambiando spacciatore di combustibili fossili ma il rischio di restare invischiati in una nuova dipendenza strutturale è già concreto per il Vecchio continente. Nel 2022 l’avvio della guerra d’invasione ai danni dell’Ucraina ha provocato uno shock tanto politico quanto economico nell’Ue, che da anni si era affidata all’autocrate russo per rifornirsi di gas climalterante ma a basso costo: il prezzo di questa dipendenza è apparso evidente tutto d’un colpo, trascinando l’Europa in una spirale d’inflazione e difficoltà economiche, ma ne stiamo gradualmente uscendo. Lo scorso autunno la Russia rappresentava il 12% delle importazioni di gas dell’Ue, in calo rispetto al 45% prima della sua invasione dell’Ucraina nel 2022, e lo stop alle importazioni di gas e Gnl sarà totale a partire da fine 2026.

Le crescenti incertezze politiche sul Green deal, portate avanti in primis dai partiti di estrema destra, stanno però rallentando il passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili, col risultato che l’Ue sta acquistando sempre più dagli Usa di Trump. Nel 2024 è arrivato da Oltreoceano il 16,1% del petrolio e il 45,3% del Gnl importato in Ue, col cappio che va stringendosi: secondo l’ultima analisi della Ieefa, entro il 2030 il 40% delle importazioni totali di gas e Gnl dell'Ue potrebbe provenire dagli Stati Uniti, rispetto al 27% del 2025.

«L'abbandono del gas russo ha aumentato la dipendenza strategica dell'Ue dal Gnl statunitense, il più costoso per gli acquirenti dell'Ue – spiega la Ieefa – I paesi dell'Ue hanno importato il 57% del loro Gnl dagli Stati Uniti nel 2025», con Paesi Bassi, Francia, Spagna, Italia e Germania a rappresentare il 75% delle importazioni di Gnl a stelle e strisce in territorio europeo.

Continuando così, l’Ue rischia di trovarsi al 2030 col 75-80% dell’import di Gnl (e il 40% del gas totale) in arrivo dagli Usa. Un rischio reso evidente dall’accordo raggiunto la scorsa estate per acquistare «Gnl, petrolio e prodotti energetici nucleari dagli Stati Uniti per un valore di 750 miliardi di dollari entro il 2028», che adesso l’Europarlamento ha deciso però di mettere in pausa dopo le minacce di nuove dazi arrivate da Trump insieme alla volontà di annettere in qualche modo la Groenlandia.

Sempre la Ieefa stima che se l’Ue investisse la stessa cifra nell’installazione di impianti rinnovabili, anziché nell’acquisto di gas, potrebbe installare «circa 546 gigawatt di capacità combinata solare ed eolica. Ciò aumenterebbe la sicurezza energetica e potrebbe ridurre i prezzi dell'elettricità». 

Come osserva al Financial Times la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue per una Transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera (nella foto, ndr), l'Unione dovrebbe concentrarsi sulla competitività e sulle politiche climatiche, in quanto il Green deal è un modo per rafforzare l'economia l'indipendenza economica europea: «Potrei persino dire che è giunto il momento di riconsiderare e riformulare il Green deal come un Freedom deal».

Si tratta di una visione che sta tornando a farsi largo in Europa, mentre l’Italia resta cronicamente indietro. Proprio oggi la società che gestisce la rete elettrica nazionale in alta tensione, Terna, ha appena aggiornato i dati al mese di dicembre, documentando il rallentamento della transizione energetica italiana: nel corso del 2025 le installazioni di nuovi impianti si sono fermate a 7,2 GW (-3,9%) e la produzione di elettricità pulita a 130.937 GWh (-2,3%). Tutto questo mentre la prestigiosa rivista Science ha premiato l’inarrestabile crescita delle energie rinnovabili nel mondo come “svolta scientifica” del 2025.

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.