Il pane e le rose, secondo Mario Draghi. Per difendere i propri valori, all’Europa serve un «federalismo pragmatico» a partire dalle materie prime critiche necessarie alla transizione verde
Mario Draghi è stato insignito ieri della laurea honoris causa dall'Università Ku Leuven, per aver fornito una bussola strategica capace di posizionare con successo l'Ue in un mondo in rapido cambiamento, caratterizzato da crescenti rischi di frammentazione e da tensioni geopolitiche. Una bussola che nel suo discorso in Belgio ha puntato, più chiaramente che mai, verso la stella polare da raggiungere: quella di un «federalismo pragmatico» con i partner «che sono attualmente interessati, nei settori in cui il progresso può ad oggi essere realizzato. Ma federalismo, perché la destinazione conta – insiste Draghi – Gli Stati membri aderiscono volontariamente. La porta rimane aperta ad altri, ma non a coloro che minerebbero lo scopo comune. Non dobbiamo sacrificare i nostri valori per ottenere potere».
Un po’ com’è stato per la nascita dell’euro dunque, un progetto a tappe partito da un nucleo di stati Ue che hanno fissato la rotta per gli altri a seguire. «Tra tutti quelli che in questo momento si trovano schiacciati tra Stati Uniti e Cina, gli europei sono gli unici ad avere la possibilità di diventare essi stessi una potenza autentica», ammonisce Draghi, mentre oggi «presi singolarmente, la maggior parte dei paesi dell'Ue non si configurano nemmeno come medie potenze, capaci di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni, portando al tavolo ciascuno risorse specifiche, che si tratti di materie prime, nicchie tecnologiche o geografia strategica […] E un'Europa che non è in grado difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori».
Ed è qui che l’urgenza dello sviluppo sostenibile incrocia l’orizzonte di una maggiore autonomia strategica, ancora da costruire, per un’Europa e un’Italia oggi fortemente dipendenti dall’import di combustibili fossili a partire dal Gnl statunitense: «Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno nonostante l’intensificarsi delle rivalità. Restiamo fortemente dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e difesa. La Cina fornisce oltre il 90% delle nostre importazioni di terre rare e domina le catene del valore globali nel solare e nelle batterie che sostengono la nostra transizione verde».
Proprio mentre Draghi pronunciava queste parole all’Università Ku Leuven, la Corte dei conti europea pubblicava una nuova relazione sul tema, avvertendo che l’Ue resta di restare a corto di materie prime per le energie rinnovabili.

«Senza le materie prime critiche non ci sarà transizione energetica, né competitività, né autonomia strategica. Purtroppo, al momento siamo pericolosamente dipendenti da un ristretto gruppo di paesi al di fuori dell’Ue per l’approvvigionamento di questi materiali – spiega Keit Pentus-Rosimannus, il membro della Corte responsabile dell’audit – È pertanto essenziale che l’Ue si rimbocchi le maniche e riduca la propria vulnerabilità in questo settore».
La transizione si basa infatti su tecnologie come batterie, turbine eoliche e pannelli solari, che richiedono tutte materie prime critiche come il litio, il nichel, il cobalto, il rame e gli elementi delle terre rare. La maggior parte di questi materiali è attualmente concentrata in uno o in un ristretto gruppo di paesi non-Ue come la Cina, la Turchia e il Cile: per ovviare a questa vulnerabilità, l’Ue ha adottato nel 2024 il regolamento sulle materie prime critiche, allo scopo di assicurare un approvvigionamento sicuro e a lungo termine di 26 minerali identificati come critici per la transizione energetica (all’interno di un più ampio spettro di 34 materie prime critiche per l’intera economia).

Tuttavia, gli sforzi di diversificazione delle importazioni non hanno ancora prodotto risultati tangibili, rileva la Corte. Ad esempio, l’Ue ha sottoscritto 14 partenariati strategici sulle materie prime negli ultimi cinque anni, sette dei quali in paesi con scarsi punteggi di governance. Le importazioni da tali paesi partner sono diminuite tra il 2020 e il 2024 per circa la metà delle materie prime esaminate. Alcune altre azioni dell’Ue sono a un punto morto, come i negoziati con gli Stati Uniti che sono stati sospesi nel 2024, mentre altre devono ancora concretizzarsi, come l’accordo Ue-Mercosur con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay (tutti paesi ricchi di materie prime critiche), che non è ancora stato ratificato da tutti i paesi dell’Ue.
Il regolamento sulle materie prime critiche prevede inoltre che almeno il 25% del consumo di materie prime strategiche dell’Ue provenga da fonti riciclate entro il 2030, nonostante il Governo italiano abbia dato ben poco rilievo a quest’aspetto recependo il Critical raw material act dell’Ue. Ma le prospettive non sono rosee neanche a livello europeo: allo stato attuale, 7 dei 26 materiali necessari alla transizione energetica hanno tassi di riciclaggio compresi tra l’1 % e il 5 %, mentre 10 di essi non sono riciclati affatto. Inoltre, la maggior parte degli obiettivi di riciclaggio dell’Ue non è specifica per ciascuna materia prima. Di conseguenza, detti obiettivi non incentivano il riciclaggio dei singoli materiali, specie quelli di più difficile estrazione come gli elementi delle terre rare nei motori elettrici o il palladio nell’elettronica, e non riescono neppure a incoraggiare l’uso di materiali riciclati. La Corte dei conti europea sottolinea che i riciclatori europei patiscono il peso di alti costi di trattamento, limitate quantità disponibili e ostacoli tecnologici e normativi che ne compromettono la competitività.

L’Ue mira inoltre a potenziare l’estrazione interna di materiali strategici al fine di coprire il 10% del proprio consumo. Ma la realtà è che le attività di esplorazione sono sottosviluppate. E anche quando vengono individuati nuovi depositi, ci possono volere fino a 20 anni perché un progetto minerario dell’Ue diventi operativo. Ciò rende difficile immaginare qualunque contributo concreto entro il termine del 2030. Gli impianti di trattamento (per i quali l’Ue ambisce a raggiungere una produzione in grado di coprire il 40% del proprio consumo entro il 2030) stanno chiudendo, in parte a causa degli alti costi dell’energia che possono seriamente ostacolare la competitività.
L’Ue rischia dunque di essere intrappolata in un circolo vizioso se non saprà mettere in campo partenariati commerciali davvero efficaci, se non aprirà nuove miniere per materie prime critiche direttamente sui territori degli Stati membri, se non investirà adeguatamente nella filiera del riciclo: basti osservare che il 31% del Pil italiano, pari a 675 miliardi di euro, dipende già oggi da tecnologie, componenti e processi produttivi che incorporano materie prime critiche, e che basterebbero investimenti da 2,6 mld di euro per coprire il 66% del fabbisogno nazionale attraverso il riciclo.

Ma è necessario ricordare che l’attuale dipendenza dall’import di materie prime e tecnologie necessarie alla transizione ecologica, per quanto un fattore di debolezza strutturale da superare al più presto, è comunque assai preferibile rispetto alla storica dipendenza dall’import di combustibili fossili.
Come osservano da Ember, importare 1 GW di pannelli solari costa infatti 100 mln di dollari e garantisce 1,5 TWh di elettricità all’anno; anche importare gas naturale liquefatto (Gnl) per produrre 1,5 TWh di elettricità costa 100 mln di dollari, ma col fotovoltaico si risparmiano 100 mln di dollari per i 29 anni successivi.
