Colmare il gap di investimenti nell’acqua nel mondo è un vantaggio (anche) per economia e lavoro
C’è un motivo per cui ACEA presenta questo rapporto al meeting annuale di Davos dedicato agli scenari economici globali. Senza adeguate infrastrutture idriche non ci sarà crescita sostenibile nel mondo, e se si faranno gli investimenti necessari il settore dell’acqua spingerà Pil e occupazione. Insomma mettere in ordine il settore idrico serve allo sviluppo mondiale.
Il rapporto di agevole lettura (44 pagine) è articolato in due blocchi: una serie di valutazioni quantitative e di scenario, a scala mondo e di singolo continente, e un nutrito catalogo di “Case studies”, distribuiti in tutti i segmenti della politica dell’acqua: tecnologia, gestione, finanza, sostenibilità, governance.
Partiamo dai numeri. La spesa per investimenti nel settore idrico deve raddoppiare dal 2025 al 2040, passando dagli attuali 5,9 trilioni di euro, alla cifra stimata dagli analisti di 11,4 trilioni di euro. Insomma un “gap” da colmare di 6,5 trilioni di euro.
Investimenti aggiuntivi che riguardano soprattutto l’Asia (+3,3 trilioni di euro), l’Africa (+0,8 trilioni di euro), l’America Latina (+0,5 trilioni di euro), ma anche l’Europa (+0,7 trilioni di euro) ed il Nord America (+0,7 trilioni di euro), il Medio Oriente (+0,4 trilioni di euro) e l’Oceania (meno di 100 trilioni di euro).

Nel 2025 gli investimenti che si realizzano nel mondo per le infrastrutture idriche sono pari a circa 326 miliardi all’anno (41 euro ad abitante anno). Secondo le previsioni dello studio questo valore annuale deve aumentare di 431 miliardi (54 euro ad abitante anno) per raggiungere quindi un valore globale annuo pari a 757 miliardi (94 euro ad abitante anno). Insomma dobbiamo espandere a tutto il mondo, più o meno, l’attuale valore di investimento annuale pero capite dell’Italia.
Interessante la previsione per settore di attività: garantire l’accesso all’acqua e ai servizi di depurazione a tutti gli abitanti del mondo (come chiede l’Agenda Onu 2030) comporta un investimento totale al 2040 di 5,3 trilioni di euro, mentre ne serviranno 4,8 per garantire la resilienza delle infrastrutture idriche e l’adattamento ai cambiamenti climatici (riduzione perdite, manutenzioni delle reti e rinnovi, adattamento), 1 trilione di euro sarà necessario per garantire la circolarità delle risorse (riuso dell’acqua, efficienza energetica degli impianti) e 0,3 trilioni serviranno per le politiche di innovazione (tecnologie smart).
Se facessimo questo sforzo di investimento avremmo in cambio non soltanto la soluzione ai problemi di accesso all’acqua e di qualità dei corpi idrici, ma un contributo fortissimo alla crescita economica ed occupazionale nel mondo. Con 6,5 trilioni di euro investiti otterremmo 17,4 trilioni di valore generato, 8,4 trilioni di euro di valore aggiunto e 206 milioni di nuovi posti di lavoro. Il settore idrico, come descrive bene il rapporto, presenta caratteristiche di potenziale sviluppo molto elevate, come testimoniano i principali moltiplicatori.
Il moltiplicatore economico per ogni euro investito è pari a 2,3, valore leggermente superiore a quello dell’energia, dell’ITC e dei trasporti. Il moltiplicatore del valore aggiunto è pari a 1,2 anche in questo caso leggermente superiore agli altri settori. Ma soprattutto il moltiplicatore dell’occupazione è alto (24,7) valore doppio dell’energia e in linea solo con quello di trasporti. Interessanti poi i grafici che descrivono le differenze di performance a scala di singoli continenti nella gestione dell’acqua.
L’accesso al servizio di acqua potabile è del 93/95% della popolazione in Oceania, Europa e Nord America, scende all’82% in America Latina, al 74% nel Medio Oriente, al 62% in Asia e crolla al 42% in Africa. Un dato che la dice lunga sul tasso di disuguaglianza a scala mondo in un servizio primario. Ancora peggiori i dati sull’accesso ai servizi di depurazione: mentre i continenti “ricchi” stanno fra l’80 e il 90% della popolazione servita, l’America Latina è al 64%, il Medio Oriente al 46%, l’Asia al 39% e il dato anche qui crolla al 27% in Africa. Dato che la dice lunga sulla distribuzione del problema ambientale a scala mondo.
I casi di studio riportati nel Rapporto sono molti (26) e riguardano progetti di desalinizzazione, di distrettualizzazione delle reti, di gestione delle acque negli eventi estremi, casi virtuosi di PPP e di finanza innovativa. esperienze di riuso totale delle acque di depurazione, sistemi di rimozione dei PFAS, casi di efficientamento degli impianti di depurazione, molti gli esempi di policies virtuose di alcuni Paesi, casi di formazione innovativa. Insomma un catalogo ampio e molto interessante.
Per raggiungere l’ambizioso traguardo di raddoppiare gli investimenti idrici nel mondo occorrono scelte importanti da coordinare a scala globale. Politiche nazionali efficaci, tariffe adeguate, meccanismi finanziari accessibili, una governance meno frammentata, gestori solidi capaci di fare investimenti ed innovazione. Ma soprattutto la gestione dell’acqua deve diventare una priorità delle policy continentali, nazionali e regionali. Per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Onu 2030; ma anche per contribuire alla crescita del Pil e dell’occupazione.