Skip to main content

Già oggi circa 2,2 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi non hanno servizi igienico-sanitari e 4 miliardi soffrono di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno

Siamo entrati nell’era della «bancarotta idrica globale»

Da un nuovo rapporto delle Nazioni Unite emerge che stiamo consumando più acqua dolce di quanta il pianeta ne possa rinnovare e fornire. Il 70% delle principali falde acquifere mondiali mostra un trend di declino, abbiamo perso circa 410 milioni di ettari di zone umide e in molte località più del 30% della massa glaciale dal 1970
 |  Acqua

«In tutte le regioni e a tutti i livelli di sviluppo, i sistemi idrici sono sottoposti a una pressione senza precedenti. Fiumi, laghi e zone umide si stanno degradando, le risorse idriche sotterranee si stanno esaurendo oltre i limiti sostenibili e i ghiacciai si stanno ritirando a un ritmo sempre più rapido. Queste tendenze non solo segnalano un crescente stress, ma in molti contesti anche uno squilibrio strutturale tra la domanda di acqua e le risorse disponibili». Questo passaggio compare nell’introduzione dell’ultima analisi realizzata dall’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite (United Nations University institute for water, environment and health, Unu-Inweh). Già nel titolo del report, ovvero “Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era”, l’Onu segnala la conclusione degli studi realizzati dai ricercatori, e cioè che siamo in una condizione di «bancarotta idrica globale» e che stiamo vivendo - consumando e inquinando - «oltre» le risorse idriche che avremmo a disposizione e che il pianeta ha la possibilità di rinnovare. «Il presente rapporto definisce questa condizione “bancarotta idrica” e invita ad adottare misure efficaci per proteggere il capitale naturale legato all’acqua prima che i danni diventino completamente irreversibili», sottolineano gli scienziati che hanno preso parte alle analisi. «Il concetto di bancarotta idrica richiama l’attenzione sul fatto che le società dipendono sia dai flussi idrici rinnovabili sia dallo stoccaggio naturale a lungo termine, paragonabile all’utilizzo del reddito e dei risparmi, e che in molti bacini e falde acquifere i prelievi sostenuti hanno superato i livelli di ricarica rinnovabile e le soglie di esaurimento sicure. Di conseguenza, le risorse idriche disponibili e le funzioni ecosistemiche associate sono state significativamente ridotte, con alcuni impatti irreversibili o effettivamente irreversibili su scala temporale umana».

Obiettivo di questo documento è indurre tutti e soprattutto i decisori politici a «riconoscere l’era della bancarotta idrica», al fine di incentivare «un’attuazione più efficace degli obiettivi concordati a livello internazionale». È verosimile che la questione venga posta più in cima, in un’agenda globale dirottata soprattutto a causa di Donald Trump su altre questioni? A giudicare da com’è andato l’ultimo vertice Onu sul clima, la Cop30 di Belém, chiusa con un documento finale in cui non compare neanche l’espressione «combustibili fossili» e facendo segnare così addirittura dei passi indietro rispetto alla Cop28 (nel documento conclusivo era stato inserito l’impegno a una «transizione fuori dai combustibili fossili»), ci sarebbe di che dubitarne. Ma intanto, se il primo passo è «riconoscere l’era della bancarotta idrica», iniziamo con conoscere in che situazione siamo.

Nel documento diffuso dall’Onu si legge che il pianeta «è entrato nell’era della bancarotta idrica globale» perché in molti bacini e falde acquifere, «l’uso a lungo termine dell’acqua ha superato gli afflussi rinnovabili e i limiti di esaurimento sicuri, e parti del capitale idrico e naturale - fiumi, laghi, falde acquifere, zone umide, suoli e ghiacciai - sono state danneggiate oltre ogni realistica prospettiva di completo recupero». Qualche dettaglio in più: miliardi di persone continuano a vivere in condizioni di insicurezza idrica, quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in paesi classificati come insicuri dal punto di vista idrico o gravemente insicuri dal punto di vista idrico, circa 2,2 miliardi di persone non dispongono ancora di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi non hanno servizi igienico-sanitari gestiti in modo sicuro e circa 4 miliardi soffrono di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno. Le acque superficiali si stanno riducendo su larga scala. Un numero crescente di fiumi importanti ora non riesce a raggiungere il mare o scende al di sotto del flusso ambientale necessario per gran parte dell’anno. Più della metà dei grandi laghi del mondo ha perso acqua dall’inizio degli anni ‘90, con ripercussioni su circa un quarto della popolazione mondiale che dipende direttamente da essi per la sicurezza idrica.

Ancora qualche dato registrato e segnalato dagli scienziati dell’istituto Onu: negli ultimi cinquant’anni, il mondo ha perso circa 410 milioni di ettari di zone umide naturali, corrispondenti quasi all’estensione dell’Unione europea, compresi circa 177 milioni di ettari di paludi e acquitrini interni, pari all’incirca a sette volte l’estensione del Regno Unito. La perdita dei servizi ecosistemici forniti da queste zone umide è stimata in oltre 5,1 trilioni di dollari, equivalenti all’incirca al Pil annuale combinato di circa 135 dei paesi più poveri del mondo.

L’esaurimento delle falde acquifere e l’abbassamento del suolo vengono descritti nel documento come fenomeni diffusi e spesso irreversibili. Le falde acquifere forniscono attualmente circa il 50% dell’acqua domestica utilizzata a livello globale e oltre il 40% dell’acqua per l’irrigazione, legando direttamente sia la sicurezza dell’acqua potabile che la produzione alimentare al rapido esaurimento delle falde acquifere. Circa il 70% delle principali falde acquifere mondiali mostra un trend di declino a lungo termine. L’eccessivo prelievo di acque sotterranee, spiegano i ricercatori, ha già contribuito a un significativo abbassamento del suolo su oltre 6 milioni di chilometri quadrati, quasi il 5% della superficie terrestre globale, compresi oltre 200.000 chilometri quadrati di zone urbane e densamente popolate dove vivono quasi 2 miliardi di persone. In alcune località, il suolo si sta abbassando fino a 25 centimetri all’anno, riducendo in modo permanente la capacità di stoccaggio e aumentando il rischio di alluvioni.

E se qualcuno pensasse che potrebbero venirci in aiuto le riserve d’acqua dolce rappresentate dai ghiacciai, anche su questo fronte non va affatto meglio. Il mondo, in molteplici località, ha già perso più del 30% della sua massa glaciale dal 1970. Diverse catene montuose a bassa e media latitudine rischiano di perdere i ghiacciai funzionali entro pochi decenni, minando la sicurezza a lungo termine di centinaia di milioni di persone che dipendono dai fiumi alimentati dai ghiacciai e dallo scioglimento delle nevi per l’acqua potabile, l’irrigazione e l’energia idroelettrica.

Tutto ciò, ovviamente, impatta pesantemente sull’agricoltura, considerando che circa il 70% del prelievo globale di acqua dolce è destinato a questo settore fondamentale per il nutrimento. Ebbene, si legge nel documento diffuso dall’Onu, circa 3 miliardi di persone e oltre la metà della produzione alimentare mondiale si trovano in aree in cui le riserve idriche totali, comprese le acque superficiali, l’umidità del suolo, la neve, il ghiaccio e le acque sotterranee, sono già in calo o instabili. Oltre 170 milioni di ettari di terreni agricoli irrigati, pari all’incirca alla superficie complessiva di Francia, Spagna, Germania e Italia, sono soggetti a stress idrico elevato o molto elevato.

E poi ci sono i danni legati alla siccità, intensificati dal degrado del suolo, dall’esaurimento delle falde acquifere e dai cambiamenti climatici piuttosto che dal solo deficit di precipitazioni, danni che ammontano già a circa 307 miliardi di dollari all’anno in tutto il mondo, una cifra superiore al Pil annuale di quasi tre quarti degli Stati membri delle Nazioni Unite.

Per non parlare, infine, dei danni provocati in molti bacini dall’inquinamento causato da acque reflue non trattate o trattate in modo inadeguato, dal deflusso agricolo, dagli effluenti industriali e minerari e dalla salinizzazione, il che significa che una quota crescente di acqua non è più sicura o economicamente sostenibile per il consumo umano, la produzione alimentare o gli ecosistemi, anche laddove i volumi nominali non hanno ancora subito un drastico calo.

Spiega il direttore dell’Istituto Onu e principale autore del studio, Kaveh Madani: «Questo rapporto racconta una scomoda verità, molte regioni stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità idrologiche e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta. La gestione della bancarotta richiede onestà, coraggio e volontà politica. Non possiamo ricostruire ghiacciai scomparsi o rigonfiare falde acquifere gravemente compattate, ma possiamo prevenire ulteriori perdite di questo capitale naturale rimanente e ripensare le istituzioni per adattarci ai nuovi limiti idrologici».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.