Il "Board of Peace" voluto da Trump per la Striscia di Gaza non può sostituire l’Onu
Facciamo un balzo indietro nel tempo e ritorniamo alla fine della Prima Guerra Mondiale e al disastro senza precedenti che aveva prodotto, ad ogni livello, e che tuttavia ebbe un merito rilevante: far convergere molte Nazioni sulla necessità di creare un organismo sovranazionale con lo scopo di garantire il mantenimento della pace nel mondo, per evitare il ripetersi degli orrori e delle devastazioni causate dalla “Grande Guerra”. Così, nel giugno 1918 - durante le riunioni che precedettero il Trattato di Versailles -, venne istituita la “Società delle Nazioni” e nel novembre 1920 si svolse a Ginevra la prima Assemblea plenaria, con la partecipazione di quarantadue Paesi.
Purtroppo, gli eventi che segnarono quel periodo della storia contemporanea (1920-1939) confermarono che questa nuova entità internazionale non era in grado di far fronte agli accadimenti che si verificarono, segnati dall'ascesa dei totalitarismi e dalle crescenti tensioni territoriali; la “Società delle Nazioni” si dimostrò molto debole e alla fine degli anni Trenta già s’intravedevano i prodomi che portarono allo scoppio di un nuovo conflitto, che da lì a poco avrebbe dilagato sulla scena mondiale; tuttavia, va riconosciuto il merito storico di questa organizzazione, che riuscì a tradurre concretamente la volontà dei popoli ad agire a livello globale. Appare lecito, quindi, considerarlo ancor oggi come il primo fondamento strutturale di quello che oggi è l'Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite).
Ricordiamo, per dovere di cronaca, che l’Onu venne fondata nell’ottobre 1945 a San Francisco e inizialmente vi aderirono 51 Stati, con principale compito di preservare la pace e la sicurezza; obiettivi da raggiungere grazie allo sviluppo della cooperazione internazionale. Al giorno d’oggi, i Paesi membri dell’Onu sono la quasi totalità degli Stati del pianeta; infatti, si tratta di 193 Paesi, con inoltre la Palestina e la Santa Sede che, come sappiamo, hanno lo status giuridico di “osservatore permanente”.
Come noto, l’attuale a sede si trova presso il Palazzo di Vetro a New York, con uffici anche a Ginevra, Nairobi e Vienna oltre agli uffici delle numerose Agenzie specializzate da cui è composta (Fao, Imo, etc.).
Questa premessa si è resa necessaria per analizzare quello che accade oggi sulla “Striscia di Gaza”: potremmo definirlo come un esperimento di politica internazionale, promosso dal presidente degli Stati Uniti, disallineato con le regole della diplomazia e con ruolo stesso che gli Stati riconoscono all’Onu per la risoluzione delle controversie internazionali.
Procediamo, dunque, con ordine: il cosiddetto “Board of peace”, un Consiglio per la pace che si dovrà occupare del futuro della Striscia di Gaza, resta ancora molto fragile e la comunità internazionale si interroga su cosa avverrà dopo l’apertura della fase due de “cessate il fuoco” a Gaza. Ricordiamo, inoltre, che già il 14 gennaio, l'inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff, ha annunciato il via libera per l’attuazione di questa seconda fase del piano trumpiano, sintetizzato in venti punti, tra i quali figurano anche la demilitarizzazione di Gaza, l'avvio della ricostruzione nonché la creazione di un Comitato tecnico (palestinese) di transizione per l'amministrazione del territorio della Striscia.
Per inciso, richiamiamo il fatto che lunedì scorso (19 gennaio), il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione (redatta dagli Stati Uniti), che istituisce un nuovo Consiglio di pace transitorio (Board of Peace) e autorizza una Forza di stabilizzazione internazionale per controllare la governance, ricostruzione e sicurezza nella Striscia di Gaza.
Appare, quindi, evidente, almeno nelle intenzioni che in questo specifico caso, il Board of peace dovrebbe essere un organismo internazionale incaricato di gestire la transizione post-distruzione nella Striscia di Gaza, coordinarne la relativa ricostruzione e garantire la sicurezza per accompagnare la nascita di una “nuova governance” palestinese senza più il controllo dell'organizzazione estremista Hamas.
Il problema rilevante resta legato alla traduzione reale di come questo organismo internazionale verrà composto. Non dimentichiamo che il Board ha sì l'approvazione delle Nazioni Unite ma potrebbe porsi anche come alternativa alla stessa Onu; infatti, non si può non notare che non risponde ad nessun trattato multilaterale e, soprattutto, non prevede alcun sistema di rappresentanza proporzionale o regionale.
La prima impressione che si ricava, quindi, è quella di una creatura politica americana, pensata da Washington e guidata, almeno nella fase iniziale dallo stesso Trump che, naturalmente, ricoprirà la figura di presidente e deciderà autonomamente e nella più assoluta discrezionalità di invitare a far parte del Board chiunque voglia.
Formalmente, ogni Paese membro ha diritto a un voto e le decisioni saranno prese a maggioranza; nella sostanza, però, non passerà nulla senza l'approvazione del presidente Trump che, oltre alla possibilità di selezionare i membri fin da principio, potrà anche sospenderli o rimuoverli; insomma, allenatore e arbitro assoluto- nello stesso tempo.
Il perimetro tracciato del Board appare assai ampio ed eterogeneo. Tra i leader che Trump ha chiamato e che hanno già accettato di farne parte figurano, in bella evidenza, l'ungherese Viktor Orbán e l'argentino Javier Milei, due alleati politici di Trump e che, naturalmente, hanno aderito senza manifestare alcuna riserva. Ricordiamo che anche la premier italiana, Giorgia Meloni, figura tra i nomi dei prescelti; tuttavia, le forti preoccupazioni di carattere costituzionale fatti trapelare dal Colle - in queste ore - hanno rallentato ogni entusiastica adesione tricolore, almeno per il momento.
Il Board of Peace per la ricostruzione della Striscia di Gaza costituisce un progetto ambizioso, ma porta dentro tutte le contraddizioni del suo ideatore: costituisce una pace che parla il linguaggio del potere, del denaro e della leadership personale e, soprattutto, che non passa per le decisioni dell’Onu - in definitiva, tenta di sostituirsi ad essa con un’inevitabile azione di ulteriore indebolimento della sua funzione. A noi sorprende molto che nessuno abbia sollevato le problematiche ambientali scaturenti dal lungo conflitto che c’è stato nella Striscia di Gaza e, almeno apparentemente, le questioni legate alla salvaguardia ambientale – prima fra tutte la gestione dei milioni di metri cubi di macerie post bombardamenti –, che non possono essere gettate in mare come qualcuno incautamente sostiene.
Riteniamo, infine, che non c’è alcun bisogno di creare un nuovo organismo internazionale, costruito su misura e a guida monocratica americana; sentiamo invece il bisogno di appellarci agli organi internazionali affinché assicurino il buon funzionamento di quello che abbiamo, pazientemente costruito dal secondo dopoguerra ad oggi.