Skip to main content

L’unità dell’Europarlamento, la risposta della Nato, le stoccate del canadese Carney: partita in salita per Trump a Davos

Il presidente americano è atteso per oggi al Forum economico mondiale, mentre l’Unione europea aumenta gli investimenti in Groenlandia e mette in mora l’accordo siglato quest’estate con gli Usa sui dazi e le forniture di gas e petrolio. Il silenzio di Meloni e la sferzata del primo ministro del Canada: «Le potenze medie devono agire insieme perché se non siedi al tavolo, sei nel menù»
 |  Approfondimenti

Se sul fronte Nato ci pensa il segretario generale Mark Rutte a ricordare che «il problema principale è l’Ucraina, non la Groenlandia», sul fronte Ue arriva dal Parlamento europeo una dimostrazione di unità e fermezza nei confronti delle mire espansionistiche di Donald Trump sll’isola artica. Se la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha annunciato «un pacchetto a sostegno della sicurezza artica» il cui primo pilastro sarà «un massiccio aumento degli investimenti europei in Groenlandia, in particolare per sostenere l’economia e le infrastrutture locali», nella seduta di ieri la presidente Roberta Metsola ha dichiarato tra gli applausi prolungati dell’Assemblea: «L’Unione europea sostiene la Danimarca e il popolo della Groenlandia. Lo facciamo con determinazione e unità. Alcuni scambieranno la nostra calma determinazione, moderazione e dialogo per debolezza. Si sbagliano. È esattamente il contrario. Noi siamo l’Europa. Difenderemo sempre la nostra posizione in modo razionale, sicuro e determinato, senza scusarci per questo».

Quelle della presidente dell’Europarlamento non sono state parole isolate. Anche l’alta rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue, Kaja Kallas, è intervenuta nel dibattito in aula scandendo questa frase: «Non abbiamo alcun interesse a combattere, ma manterremo la nostra posizione». L’eurodeputato dei Verdi Sergey Lagodinsky si è rivolto direttamente a Washington nel suo intervento: «La vostra leadership sta disfacendo ciò che l’America ha costruito nel secolo scorso. Sta sostituendo un emisfero di libertà con un emisfero di ricatto». Il gruppo dei Socialisti & Democratici ha chiesto la sospensione dei negoziati sull’accordo commerciale Ue-Usa, l’attivazione dello strumento comunitario anti-coercizione, ovvero il cosiddetto “bazooka commerciale”, e una risposta concreta per proteggere l’integrità territoriale della Groenlandia. E perfino il presidente del Rassemblement national, Jordan Bardella, ha detto per il gruppo dei Patrioti: «Questa è una prova di forza e di verità per l’Ue. Quello che è in gioco oggi prefigura il conflitto di domani. Cedere sarebbe un grave precedente. È importante reagire». Come? Primo: mettendo sul tavolo lo strumento anti-coercizione già invocato dal presidente francese Emmanuel Macron. Secondo: togliendo di mezzo l’accordo siglato la scorsa estate da Trump e von der Leyen.

Quell’accordo, ricordiamo, ha tra l’altro impegnato l’Unione europea ad acquistare gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti energetici nucleari dagli Usa per un valore di 750 miliardi di dollari entro il 2028: una cifra impossibile da rispettare perché nell’intero 2024 l’Ue ha importato complessivamente (da tutto il mondo) 375,9 miliardi di euro in combustibili fossili, e già oggi gli Stati Uniti sono la prima fonte di import per il Gnl in Ue (50,7%).

In tutto ciò, la voce dell’Italia fatica a sentirsi. La premier Giorgia Meloni ha utilizzato i suoi canali di comunicazione ufficiosi per far sapere che è contraria al “bazooka” proposto da Macron. Il presidente Francese anche ieri al Forum economico mondiale di Davos non ha risparmiato attacchi al «bullo» d’Oltreoceano. Trump sarebbe dovuto atterrare oggi nella città che ospita il summit, ma un guasto all’Air Force One ne ha ritardato l’arrivo. Un incontro per tentare di sciogliere la matassa potrebbe avvenire proprio in Svizzera. Ma da Palazzo Chigi ancora nella mattinata di oggi non arrivano chiarimenti, circa la partenza o meno di Meloni per Davos e la sua volontà di partecipare a un confronto col presidente Usa e gli altri leader europei.

E intanto nella città svizzera è arrivato e ha parlato anche il primo ministro del Canada Mark Carney, che già in primavera aveva funestato il traguardo dei primi 100 giorni di Trump con una vittoria (era lui il candidato più ostile al tycoon) e un discorso d’insediamento al vetriolo per il presidente Usa: «Questo è il Canada e noi decidiamo cosa succede qui». Di nuovo Carney, arrivando a Davos, nel suo discorso non ha risparmiato stoccate a Trump, e ha chiamato a un impegno comune anche altri alleati: «Le potenze medie devono agire insieme perché se non siedi al tavolo, sei nel menù».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.