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Groenlandia, le giravolte di Trump e quel trattato siglato nel 1951 da Usa e Danimarca che ora tutti tirano fuori dai cassetti

Nella due giorni del presidente americano a Davos, il faccia a faccia con il segretario generale della Nato Rutte (che fa compiere il dietrofront al tycoon sui minacciati dazi con una bozza d’intesa su cui però poco si sa) e con il leader ucraino Zelensky (che critica l’Ue per la posizione morbida sugli asset russi)
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La due giorni del presidente americano Donald Trump al Forum economico mondiale di Davos: attacca l’Europa perché «non sta andando nella giusta direzione» e in un intervento di 72 minuti se la prende con chi permette un’«immigrazione incontrollata», con un’Unione europea che perde tempo con le rinnovabili, con chi non capisce che senza l’America la maggior parte dei Paesi «non funziona nemmeno», col presidente francese Macron che «ha giocato a fare il duro» e con quello canadese Carney che «deve tenere a mente che il Canada vive grazie agli Stati Uniti» e indefinitiva con chiunque gli contesti le mire neocoloniali sulla Groenlandia. Poi proprio sull’isola artica (che tra parentesi più volte nel corso del discorso confonde con l’Islanda) minaccia l’Ue con nuovi dazi e non solo - «se ci direte di no ce ne ricorderemo» - ma in seguito a un faccia a faccia con il segretario generale della Nato Mark Rutte si rimangia tutto e si mostra sereno e tranquillo, pronto per passare alla firma del “Board of peace” e al faccia a faccia con il presidente ucraino Zelensky, che invece è tutt’altro che tranquillo su come l’Ue si sta muovendo nei confronti di Mosca («è divisa e smarrita di fronte a Trump», «viviamo come ne "Il giorno della marmotta", non cambia mai nulla», «manca la volontà politica nei confronti di Putin», «sugli asset russi congelati ha vinto lui»).

Cosa si sono detti Trump e Rutte? E, soprattutto, cosa prevede l’accordo sulla Groenlandia di cui il presidente Usa parla in un post sulla piattaforma social Truth e che gli ha fatto fare retromarcia sulle minacce tanto riguardo un eventuale intervento militare sull’isola quanto su nuovi dazi ai paesi europei che lì inviano soldati? Di fatto, al momento nessuno lo sa con certezza e qualche dettaglio potrà venire alla luce soltanto dopo i prossimi incontri che sempre con i vertici Nato avranno il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. C’è però un’indiscrezione che circola in queste ore, e cioè che al centro dell’intesa su cui hanno concordato di lavorare Trump e Rutte ci sia l’accordo siglato da Stati Uniti e Danimarca nel lontano 1951, poi parzialmente modificato in tempi più recenti, nel 2004.

Quel testo, dal titolo “Defense Greenland”, definisce i limiti e le modalità con cui le forze americane possono operare sul suolo groenlandese, afferma che tali attività devono avvenire nel rispetto della sovranità danese e per gli scopi della Nato, e autorizza gli Stati Uniti a modernizzare e utilizzare il sistema radar della base di Thule (oggi nota come Pituffik Space Base) per includerlo nel sistema di difesa antimissile statunitense. Stando sempre a quanto trapelato da fonti vicine ai due protagonisti del faccia a faccia, quel documento potrebbe essere ora nuovamente modificato per garantire agli Usa la possibilità di aprire nuove basi militari in diverse aree della Groenlandia. L’obiettivo di Trump è infatti quello di fare dell’isola artica un punto cardine del “Golden dome”, l’enorme scudo spaziale da 175 miliardi di dollari che dovrebbe essere in grado di proteggere il territorio americano da missili balistici, ipersonici e droni.

I problemi però non mancano. Primo fra tutti, il fatto che né la Danimarca né altri paesi europei hanno finora concordato quanto dichiarato da Trump partendo da Davos in un’intervista all’emittente Fox news: «In Groenlandia avremo tutte le basi che vogliamo». Non a caso la prima ministra danese Mette Frederiksen, commentando gli annunci di accordo seguiti al faccia a faccia tra il presidente Usa e il segretario generale della Nato Rutte, ha detto che la Danimarca desidera perseguire «un dialogo costruttivo con i suoi alleati» sulla sicurezza della Groenlandia, ma nel rispetto della sua «integrità territoriale». «Possiamo negoziare tutti gli aspetti politici: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare la nostra sovranità. Sono stato informata che non è stato così», ha sottolineato la premier danese. Effettivamente, Rutte dopo l’incontro con Trump, alla domanda di Fox news se l’isola artica rimarrà sotto la sovranità danese in base al futuro accordo, ha risposto che l’argomento «non è stato discusso con il presidente». La vicenda artica, insomma, è tutt’altro che chiusa.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.