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La fine dell’illusione europea? Energia e clima stanno ridisegnando il nuovo disordine globale

La policrisi non è già una condanna, ma un ultimatum: l’Europa può ancora scegliere di essere protagonista del proprio futuro. E noi con lei
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Dieci anni dopo Effetto serra, effetto guerra, la realtà ha superato ogni previsione. Pasini e Mastrojeni avevano intuito che il clima sarebbe diventato il detonatore di instabilità globali, ma nessuno poteva immaginare la velocità con cui energia e clima avrebbero riscritto la grammatica della geopolitica mondiale. Oggi la crisi climatica non è più un tema ambientale, comunque negato o minimizzato: è la matrice da cui discendono le crisi sociali, economiche, territoriali e militari che attraversano il pianeta. Il Global Risks Report del World Economic Forum lo conferma con una chiarezza brutale: nei prossimi due anni i rischi dominanti saranno disinformazione, polarizzazione sociale, erosione dei diritti, conflitti armati. Nel lungo periodo, invece, a dominare saranno i disastri climatici, la perdita di biodiversità e la destabilizzazione dei sistemi terrestri. È la fotografia di una policrisi in cui tutto è interconnesso e in cui i rischi non si sommano: si moltiplicano.

Questa policrisi non è un concetto astratto: è la struttura materiale del mondo contemporaneo. La crisi geopolitica nasce ormai dalla crisi energetica e climatica, come mostrano, rispettivamente, due casi emblematici che oggi tengono il mondo con il fiato sospeso: Venezuela e Groenlandia. Il Venezuela rappresenta il paradosso di un paese seduto sul più grande patrimonio petrolifero del mondo eppure incapace di produrre prosperità e stabilità. La Groenlandia, invece, è il suo opposto speculare: un territorio che diventa strategico proprio a causa della crisi climatica. Lo scioglimento dei ghiacciai apre rotte navali, risorse rare, nuovi spazi di competizione. Come ha scritto Tommaso Perrone nel suo ultimo “Climatariano”, è l’Eldorado del XXII secolo, il Far North da conquistare, il luogo dove la fusione dei ghiacciai non è solo un disastro ambientale, ma un acceleratore di appetiti geopolitici.

Ed è qui che la crisi climatica e quella energetica si saldano con la crisi democratica e con il collasso del multilateralismo. L’ordine internazionale costruito negli ultimi ottant’anni – imperfetto, lento, spesso ipocrita – aveva, però, un merito: cercava di contenere la forza dentro regole condivise, nell’idea che la cooperazione potesse ostacolare la prevaricazione. Oggi quelle regole si stanno sgretolando. Le petro‑monarchie del Golfo finanziano la transizione con l’oro nero, ma non hanno alcuna intenzione di abbandonare il fossile. Gli Stati Uniti trasformano il GNL in una leva di pressione sull’Europa. La Russia sfrutta ogni crepa dell’Occidente. La Cina riempie i vuoti lasciati dagli Stati Uniti nelle istituzioni climatiche. La transizione energetica, che avrebbe dovuto essere un progetto di cooperazione e riappacificazione globale, è diventata un campo di battaglia. E la crisi climatica sta sdoganando la logica della potenza, della violenza, di un nuovo colonialismo, rendendo reale ciò che per decenni si era cercato di evitare mediante il multilateralismo: l’idea che si possa ottenere con la pressione, con il ricatto energetico o con la minaccia militare ciò che il chiacchiericcio dei G7 o del G20 non riesce più a garantire.

In questo disegno globale, l’Europa è il punto più fragile. La domanda di Perrone – “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?” – è la sintesi perfetta di questa assenza. L’Europa è un gigante regolatorio, ma un nano geopolitico: capace di imporre standard, incapace di difendere il proprio spazio strategico e chi lo abita. E questa asimmetria, in un mondo che torna a usare la forza come linguaggio politico, non è più sostenibile né accettabile.

Proprio per questo, dal basso sta emergendo un desiderio nuovo: quello di veri Stati Uniti d’Europa, un soggetto politico capace di agire, non solo di normare; un attore meno ricattabile, meno fragile, meno esposto alle pressioni delle grandi potenze e dei petro-stati. L’attualità di Davos rende tutto ancora più evidente. Non solo per il Global Risks Report, ma per le parole – durissime – pronunciate dal governatore della California, Gavin Newsom. Il suo messaggio agli europei è stato inequivocabile: smettetela di inginocchiarvi. Ha definito il presidente americano un “T‑Rex”, spiegando che con lui “o ti allei o ti divora”. Ha accusato l’Europa di essere manipolata, complice, patetica sulla scena mondiale. Ha parlato di codice rosso, di legge della giungla, di un’Unione Europea che rischia di essere divorata se continua a credere che la diplomazia tradizionale possa funzionare con chi usa la forza come linguaggio politico.

C’è, però, un altro segnale degno di nota, altrettanto rivelatore della radicale e multipla metamorfosi sociale e geopolitica che stiamo conoscendo, che arriva sempre da Davos: la crescente consapevolezza, perfino tra i super‑ricchi, che l’estrema concentrazione della ricchezza è diventata una minaccia per la stabilità economica e democratica globale. La lettera firmata da decine di miliardari – che chiedono apertamente di essere tassati di più – non è un gesto filantropico. È la presa d’atto che, in un mondo destabilizzato dalla crisi climatica, dalla polarizzazione politica e dalla sfiducia nelle istituzioni, l’ingiustizia fiscale è benzina sul fuoco. Senza un riequilibrio della ricchezza, nessuna democrazia può reggere. Senza giustizia sociale, nessuna transizione energetica può essere credibile.

Cosa fare, allora? A questo punto non servono rivendicazioni, ma azioni. Come ricorda Emanuele Bompan nel suo ultimo editoriale su Materia Rinnovabile, la crisi – krísis – è un momento di decisione irrevocabile. E oggi la decisione è semplice da formulare, difficile da assumere: o si costruisce una transizione energetica reale, sottratta agli interessi dei petrostati, alle dipendenze geopolitiche e alle ambiguità delle grandi potenze, oppure si accetta di vivere in un continente esposto, ricattabile, irrilevante. Davos ci dice che i prossimi mesi saranno decisivi. La policrisi accelera. La pressione sulle istituzioni democratiche cresce. La crisi climatica si intensifica. La geopolitica torna a parlare il linguaggio della forza.

Eppure, proprio in questa frattura profonda, si apre uno spiraglio. La “ferita” della violenza e della disumanità può trasformarsi in una “feritoia” attraversata da una nuova speranza e solidarietà. La consapevolezza che da soli non c’è storia, che occorre frequentare con coraggio e utopia il tempo che ci è concesso perché abbiamo tutti bisogno di un’Europa e di un pianeta in cui la giustizia tra Paesi e tra popoli non sia un’eccezione, ma la norma. Anche perché la policrisi non è già una condanna. È un ultimatum. E gli ultimatum, se raccolti, possono diventare punti di svolta. L’Europa può ancora scegliere di essere protagonista del proprio futuro. E noi, ciascuno di noi, con lei. Per far tornare a brillare la stella della pace. E questa oggi, forse, è la notizia più importante.

Giuseppe Milano

Giuseppe Milano, ingegnere edile-architetto ed urbanista, già giornalista pubblicista ambientale e Segretario generale del network internazionale di ispirazione cristiana Greenaccord onlus, dopo il percorso accademico al Politecnico di Bari ha partecipato prima ad un master in pianificazione territoriale e prevenzione del rischio con successivo assegno di ricerca in Ispra e poi ad ulteriori corsi di specializzazione sulle materie della rigenerazione urbana sostenibile, dell’adattamento urbano ai cambiamenti climatici, delle infrastrutture verdi e delle soluzioni basate sulla natura, delle pianificazione energetica e dell’efficientamento energetico. È autore, infine, del primo libro in assoluto in Italia sulle comunità energetiche rinnovabili alla luce del rinnovato quadro normativo comunitario e nazionale di riferimento, intervenendo da consulente per Comuni, imprese, parrocchie e realtà del terzo settore.