La polveriera iraniana pronta a esplodere, mentre la flotta Usa si avvicina al Golfo Persico
I tamburi di guerra non accennano minimamente a placarsi, anzi, se ne registra l’assordante aumento sonoro dopo che il presidente Donald Trump ha fatto sapere ai manifestanti che in Iran stanno lottando contro il regime degli Ayatollah che il governo degli Stati Uniti è con loro: “Continuate, l'aiuto americano è in arrivo”. Si comprende facilmente come queste affermazioni pronunciate dall’inquilino della Casa Bianca alzino la tensione sulla linea rossa tra Usa-Iran che, almeno in parte, negli ultimi giorni, sembrava essersi calmata.
Il presidente Trump ha partecipato alla 56ª Conferenza annuale del World economic forum a Davos, e durante il volo di ritorno a Washington ha confermato che la portaerei USS “Abraham Lincoln” sta navigando verso le coste dell'Iran con rotta diretta al Golfo Persico; inoltre, molte immagini satellitari raccolte dalla Cina mostrano che un gran numero aerei caccia statunitensi, normalmente stanziati presso la base della Royal Air Force a Lakenheath (Regno Unito), sono stati spostati sulla base aerea di “Muwaffaq Salti”, in Giordania.
Lo stesso quotidiano britannico “The Telegraph” riporta la notizia che la portaerei USS Abraham Lincoln – con il suo gruppo d'attacco al completo –, dirige dal Mar Cinese Meridionale al Golfo Persico; inoltre, un secondo gruppo d'attacco navale naviga alla volta del Mediterraneo e un terzo ancora è in navigazione dall'Oceano Atlantico e sta dirigendosi anch’esso verso l'Iran.
Molti diplomatici e analisti europei documentano le preoccupazioni dei Paesi del Golfo riguardo all’imminente possibile attacco delle basi statunitensi presenti nei loro territori da parte dei missili iraniani, un rischio sempre più forte che si unisce alle preoccupazioni di Israele manifestate in relazione all'adeguatezza dell’attuale difesa aerea israeliana. Molto probabilmente queste ragioni manifestate nelle opportune sedi diplomatiche potrebbero aver indotto l’aspirante sovrano del “Board of Peace” a fare un passo indietro, almeno per ora.
In una dichiarazione di queste ore scritta dal Dipartimento di Stato Usa, viene affermato che questa misura è stata adottata per tagliare i fondi utilizzati dall'amministrazione di Teheran “per esercitare pressione sui manifestanti”. Il Governo iraniano, dal canto suo, ha risposto duramente al dispiegamento della flotta navale verso la Regione del Golfo Persico: “Questa volta, qualsiasi attacco contro l’Iran sarà considerato una guerra totale e risponderemo nel modo più duro possibile”. Speriamo che il rafforzamento militare degli Usa non si trasformi in un conflitto; tuttavia, il nostro esercito è pronto per lo scenario peggiore”.
Lo stato di massima allerta dell’Iran preclude alla guerra e non crediamo possano esserci ancora margini di negoziazione qualora le minacce di attacco di Trump diventassero azioni concrete. La sovranità iraniana sta bordeggiando lungo una linea rossa il cui equilibrio appare assai precario e la sua tenuta assai instabile.
Ricordiamo che l'Iran ha iniziato a ricostruire il proprio arsenale dopo la guerra di 12 giorni nel giugno scorso; evidentemente ci si aspettava che gli Stati Uniti facessero il primo passo per continuare le ostilità. Accreditati analisti, inoltre, hanno rivelato che i combustibili importati dall'Iran dalla Cina sono in grado di alimentare fino a 500 missili balistici. È vero che la guerra di giugno ha indebolito notevolmente la capacità missilistica dell'Iran, ma non l'ha debellata completamente; il vasto arsenale iraniano di missili balistici e a corto raggio è stato in gran parte preservato e costituisce un serio, potenziale rischio offensivo per tutta l’area.
Gli esperti del settore hanno concluso che basterebbe anche solo un piccolo numero di missili iraniani - capaci di sfondare le difese statunitensi - per causare conseguenze sproporzionate. Auguriamoci che si rifletta moltissimo e bene prima di arrivare a conseguenze irreversibili: sappiamo tutti benissimo che l’Iran degli Ayatollah non è certamente il Venezuela di Maduro.