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Venti di guerra sullo Stretto di Hormuz, baricentro del Golfo Persico e ombelico dell’economia mondiale

Oltre alle preoccupazioni dovute allo scatenarsi di un possibile conflitto - che potrebbe innescarsi e propagarsi a macchia d’olio in un’area notoriamente particolarmente esposta e vulnerabile - dobbiamo aspettarci anche ritoni negativi di tipo economico per le variazioni al rialzo del costo del greggio
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Il Medio Oriente sta vivendo una tensione senza precedenti, mai vista prima, e l’Iran è diventato il baricentro in cui si incrociano pressioni militari, politiche nucleari ed economiche. Abbiamo assistito negli ultimi giorni ad incontri tra le delegazioni di Israele e dell’Arabia Saudita che in tutta fretta hanno voluto attivare consultazioni strategiche con Washington, allo scopo di individuare i possibili scenari di attacco militare in Iran. Questa preoccupazione è collegata al fatto che gli Stati Uniti, nel corso di questa settimana, hanno rafforzato pesantemente la propria presenza militare nel Golfo Persico, dispiegando la portaerei USS Abraham Lincoln e altre unità militari navali di ultima generazione, specializzate a compiere operazioni rapide e di precisione.

In ragione della prevedibile e altamente concreta reazione iraniana, Israele ha già incrementato le misure di sicurezza nell’area del Negev e nell’area di Be’er Sheva, predisponendo i loro migliori assetti operativi per condurre eventuali azioni preventive.

Peraltro, non sarà sfuggito a nessuno, in questi giorni assistiamo alle pesanti ripercussioni economiche dovute all’innalzamento di questa tensione geo-politica; infatti, il prezzo del petrolio ha superato i 70 dollari al barile, e ciò anche in ragione dei timori dovuti alle possibili interruzioni nel transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per oltre il 20% delle forniture energetiche fossili mondiali. Diventa, quindi, gioco forza constatare che l’inevitabile combinazione tra la pressione militare, la vulnerabilità energetica, associata all’instabilità politica interna all’Iran, rende ogni decisione strategica un fattore critico per l’equilibrio globale nell’area intera.

Il rischio di escalation è, purtroppo, reale e concreto; infatti, stando alle ultime insistenti dichiarazioni ufficiali, il presidente Trump ha avvertito che un mancato accordo sul programma nucleare iraniano potrebbe portare a un intervento militare, richiamando a tal fine la presenza di una consistente forza navale statunitense rischierata intenzionalmente nell’area e già pronta ad agire «con rapidità e violenza», se necessario. Queste parole, naturalmente, hanno riacceso i timori di un’escalation militare – ripetiamo ancora una volta – in un’area strategica per il mercato petrolifero mondiale. Richiamiamo, inoltre, che uno dei maggiori fattori di rischio rimane lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per i flussi di traffico marittimo necessari alla gran parte delle esportazioni di petrolio e gas naturale liquefatto estratti nel Golfo Persico.

Si intuisce facilmente che un qualsiasi eventuale blocco o anche solo una contrazione del traffico marittimo in quell’area marittima potrebbe avere ripercussioni assai rilevanti sugli approvvigionamenti energetici globali, col fondato rischio che si possano innescare forti squilibri tra domanda e offerta; infatti, non è casuale il fatto che, storicamente, ogni tensione nello Stretto di Hormuz ha generato sempre rapidi rialzi dei prezzi del “Petrolio WTI” (West Texas Intermediate).

Quindi, oltre alle preoccupazioni dovute allo scatenarsi di un possibile conflitto - che potrebbe innescarsi e propagarsi a macchia d’olio in un’area notoriamente particolarmente esposta e vulnerabile - dobbiamo aspettarci anche i ritoni negativi sull’intera economia mondiale collegati alla significativa variazione al rialzo del costo del greggio che poi, in definitiva, si tradurrebbe in vantaggi economici per gli speculatori e aumento dei costi dei beni comuni per la gente comune: nulla di nuovo sotto il sole.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre trent’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).