Vent’anni di greenreport, oltre la conservazione e la salvaguardia. Perché l’ambiente non è solo emozione
Per tutto il 2005, con Luciano De Majo (il primo direttore di greenreport), Sergio Rossi (già direttore di Elbareport), Umberto Mazzantini e Diego Barsotti, ci mettemmo a riflettere su come “sfruttare” il web per dare una voce quotidiana all’ambientalismo scientifico. Non c’erano esempi, allora, di quotidiani online se non l’esperienza di Elbareport. E le perplessità sull’impresa non mancavano, ma si decise di tentare e il 2 gennaio 2006 nacque greenreport.it, cui presto si unirono anche Alessandro Farulli e, dal 2010, Luca Aterini.
Erano i tempi del BBB (Busch, Barroso e Berlusconi), ovvero di una destra occidentale che premeva sull’acceleratore della globalizzazione della finanza, delle merci e delle produzioni, già rilanciata (dopo Reagan e Tatcher) da D’Alema, Clinton e Prodi.
Fin dai primi del duemila, a questo turboliberismo incipiente e trasversale si oppose il Social Forum non già pensando di impedire una globalizzazione in atto sospinta dalla digitalizzazione, bensì avvertendo che globalizzare i mercati senza globalizzare i diritti dei lavoratori avrebbe significato inasprire le ingiustizie, le diseguaglianze e gli squilibri ambientali. E così, purtroppo, è stato. Oggi appare chiaro anche a chi sosteneva (pure da sinistra) che “il mercato fa giustizia di tutto” che l’esplosione della produzione di merci, esternalizzata nei Paesi senza (o con pochi) diritti dei lavoratori, ha prodotto un aumento delle emissioni climalteranti unitamente a peggiori impatti ambientali e a pessime condizioni di lavoro.
In questo contesto nasce greenreport. Ovvero nella consapevolezza che la conservazione e la salvaguardia ambientale non erano più sufficienti a contrastare le dinamiche degli impatti globali: chi voleva agire per riorientare il mercato verso la sostenibilità avrebbe dovuto padroneggiare i flussi di energia e di materia.
L’alternativa insomma non poteva essere rappresentata dallo spostamento degli impatti da un luogo ad un altro nel mondo. Ogni luogo di produzione (e di consumo) del mondo doveva essere protagonista, insieme, di questo riorientamento delle produzioni e dei mercati verso la sostenibilità ambientale. “Pensare globalmente agire localmente”: questo era (ed è) il mantra di greenreport contro ogni banalizzazione negazionista, circoscritta alla porzione di mondo in cui spesso cadeva anche un ambientalismo tanto primitivo quanto funzionale ad un marketing politico scadente nella sindrome Nimto (not in my term of office, non nel mio mandato elettorale).
C’è da dire che, nei venti anni che abbiamo alle spalle, pur con mille contraddizioni e ritardi, nel governo dei flussi di energia si sono fatti molti passi avanti. In Europa e nel nostro Paese, il risparmio, l’efficienza e la rinnovabilità dell’energia sono entrati pienamente e organicamente nelle politiche industriali. Ma lo stesso non possiamo dire per i flussi di materia, dove il dibattito pubblico è rimasto perlopiù circoscritto al trattamento dei rifiuti. Ma solo quegli urbani. Che sono un quinto dei rifiuti speciali (ovvero da attività produttive e commerciali). Il risparmio, l’efficienza, la rinnovabilità della materia sono rimasti temi negletti.
Su questi due corni del dilemma (risparmio, efficienza e rinnovabilità di energia e materia) greenreport ha scavato, studiato e proposto un’informazione puntuale, non faziosa, non negazionista, per quanto possibile scientifica e comunque non banalizzata, ottenendo riconoscimenti anche dal mondo accademico e con un picco di 2,6 milioni di articoli letti l’anno.
Lo scenario che ci si para però di fronte, purtroppo, non è neanche più di sorda resistenza come è stato fino ad oggi. Lo scenario che ci si para di fronte è di negazione e di regressione. Ma anche dentro questo scenario greenreport, c’è da scommetterci, proseguirà la sua linea editoriale sperando di continuare a offrire un’informazione ambientale orientata scientificamente a diradare le nebbie delle fake news.