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Dal “Cartello Phoebus” agli aggiornamenti software: come funziona l’obsolescenza programmata

Nonostante le limitazioni imposte dall’alto riescano a influenzare in maniera significativa la durata degli apparecchi elettronici, iniziano a farsi largo nuove tendenze di consumo
 |  Green economy

Un’idea semplice che avrebbe rivoluzionato la storia dell’economia moderna e determinato anche una gran parte della crisi climatica che stiamo vivendo: creare deliberatamente prodotti dalla durata di vita prestabilita per venderne di più. Questo l’obiettivo attorno a cui si costituisce quello che sarebbe diventato noto con il nome di “Cartello Phoebus”.

Il Cartello Phoebus nacque nel 1924 a Ginevra e resta in vita fino agli inizi della seconda Guerra Mondiale, nel 1939. Fu un accordo internazionale tra i maggiori produttori di lampadine dell’epoca che ufficialmente doveva servire a stabilizzare il mercato e a migliorare la qualità dei prodotti ma in realtà l’obiettivo principale era quello di controllare la produzione mondiale di lampadine e di limitarne volontariamente la durata. In quegli anni la tecnologia permetteva di fabbricare lampadine molto più longeve di quelle vendute, e proprio per questo le aziende coinvolte decisero di imporre uno standard massimo di circa mille ore di funzionamento, così da costringere i consumatori a sostituirle più spesso e garantire vendite continue. A far parte del cartello c’erano alcuni tra i più importanti produttori mondiali: la tedesca Osram, l’olandese Philips, le britanniche British Thomson-Houston e Metrovick riunite sotto l’ombrello della Associated Electrical Industries, la francese Compagnie des Lampes, l’ungherese Tungsram e, con un ruolo decisivo, la statunitense General Electric che pur non essendo sempre citata come membro diretto esercitava una forte influenza attraverso le sue controllate internazionali. Anche aziende asiatiche come la giapponese Tokyo Electric, futura Toshiba, erano legate al cartello tramite accordi di licenza e di collaborazione tecnica. Oggi il “Cartello Phoebus” è ricordato come uno dei primi esempi documentati di obsolescenza programmata, ma anche come un caso emblematico di coordinamento industriale internazionale in grado di influenzare non solo il mercato, ma perfino l’evoluzione tecnologica di un prodotto di uso quotidiano.

Tanti modi per scadere

Lo studio “A deep dive into addressing obsolescence in product design: A review”, pubblicato su National Library of Medicine, fornisce una panoramica completa e attuale della letteratura riguardante l’obsolescenza in relazione alla progettazione dei prodotti. Il consumismo che definisce la “Società dello Scarto” (Throw-Away Society), è uno dei principali acceleratori di esaurimento delle risorse presenti sul nostro Pianeta e dell’inquinamento. Lo studio ha analizzato 221 articoli pubblicati tra il 1983 e il 2023, utilizzando un approccio di ricerca basato sui contenuti. La classificazione del termine “obsolescenza” è evoluta nel tempo. I tipi più comunemente citati includono l’obsolescenza programmata (Planned Obsolescence), solitamente associata al produttore come unico responsabile, e l’obsolescenza psicologica, legata al comportamento del consumatore e al desiderio di novità. Altre tipologie sono l’obsolescenza tecnologica, funzionale o Incompatibilità, economica e DMSMS (Diminishing Manufacturing Sources and Material Shortages), nei casi in cui un componente, un materiale o un prodotto non sono più disponibili. 

Software, hardware o entrambi?

L’obsolescenza programmata, in particolare nel digitale soffre sia limiti fisici che aggiornamenti software che rendono incompatibili o rallentano gli hardware. Un aspetto importante riguarda gli aggiornamenti software che, modificando requisiti di sistema o interrompendo la compatibilità, impongono versioni nuove che possono diventare sempre più pesanti o incompatibili con i dispositivi pi. vecchi, rallentandoli o rendendoli obsoleti, spingendo all’acquisto di nuovi modelli pur avendo dispositivi perfettamente funzionanti.

Nel caso dell’hardware, si tratta di progettare componenti come batterie, RAM o dischi rigidi che durano meno o che non sono facilmente sostituibili, portando così alla perdita di funzionalità o al guasto del dispositivo dopo un certo periodo.

Questo fenomeno implica che un prodotto elettronico diventa inutilizzabile o meno efficiente non solo per degrado fisico, ma anche perché il software non è più supportato o aggiornato o perché nuovi standard hardware rendono incompatibili le periferiche. Spesso, sono entrambe i componenti, hardware e software, a collaborare per limitare la durata percepita di un prodotto, costringendo cos. i consumatori a cambiare dispositivo più spesso. 

Casi esemplari

Microsoft offre un esempio paradigmatico in ambito di obsolescenza pianificata. Lo scorso 14 ottobre è infatti terminato il supporto per Windows 10, dopo un ciclo di vita di dieci anni dal lancio nel 2015. Da quella data, i PC con Windows 10 continuano a funzionare, ma non ricevono pi. aggiornamenti di sicurezza, correzioni di bug, nuove funzionalità o assistenza tecnica gratuita da parte della casa madre, esponendo gli utenti a rischi di vulnerabilità e malware.

Questa fine supporto accelera la “scadenza” di centinaia di milioni di dispositivi ancora in buono stato, specialmente quelli non compatibili con Windows 11 per requisiti hardware come TPM 2.0 (un chip che protegge il software) e processori recenti, spingendo verso l’acquisto di nuovo hardware. L’alternativa è rappresentata da un supporto esteso, ovviamente a pagamento, che fornisce aggiornamenti di sicurezza per un massimo di 3 anni (fino al 2028 per Microsoft 365 su Win10), con costi crescenti annui; in Europa, opzioni fino al 2026 per conformità normativa.

Anche altri grandi della Big Tech hanno affrontato accuse di obsolescenza programmata, come Apple nel caso noto come “Batterygate”, emerso nel 2017 che si è poi evoluto con una sanzione di 10 milioni di euro. Il problema specifico riscontrato riguardava il lancio del sistema operativo iOS 11, pensato per i modelli come 8 e X. Questo aggiornamento era considerato “troppo pesante” per i modelli di smartphone precedenti.

L’installazione forzata sottoponeva i processori degli apparecchi più vecchi e le batterie, già usurate da 2-3 anni di esercizio, a una richiesta di energia eccessiva, rischiando di provocare lo spegnimento improvviso dei cellulari. Apple in seguito ha modificato il sistema operativo e confessato quanto accaduto. Come contropartita, la società ha offerto ai possessori dei modelli più obsoleti la possibilità di cambiare la batteria dell’iPhone al prezzo scontato di 29 euro, invece degli originali 89 euro.

Ugualmente Samsung ha ricevuto una multa pari a 5 milioni di euro. L’azione contestata dall’Antitrust rientra nel quadro generale di aver incoraggiato i consumatori a effettuare il download di aggiornamenti che i dispositivi non potevano supportare. L’Autorità ha sottolineato che tali pratiche avvenivano senza fornire ai clienti adeguate informazioni né alcun modo per ripristinare le funzionalità originali dei prodotti. 

Una prospettiva per le aziende

Secondo un osservatorio condotto da Edana, società svizzera di consulenza tecnologica, l’obsolescenza del software rappresenta una minaccia crescente per la stabilità aziendale, esponendo le organizzazioni a rischi critici che vanno dalle falle di sicurezza al rallentamento delle prestazioni e alla perdita di competitività. Ignorare l’obsolescenza delle applicazioni può compromettere la continuità del business e ostacolare il raggiungimento degli obiettivi strategici. Secondo gli esperti della società, affrontare questa sfida è cruciale. I sistemi legacy (sistemi informatici datati ma ancora in uso) introducono infatti vulnerabilità di cybersecurity, perché il software obsoleto smette di ricevere aggiornamenti di sicurezza dal fornitore. Un sistema non supportato potrebbe violare gli standard di conformità, come la norma ISO 27001, esponendo l’azienda a sanzioni. Paradossalmente, mantenere in vita i vecchi sistemi risulta estremamente oneroso. La manutenzione correttiva consuma più risorse, poiché gli sviluppatori dedicano sempre più tempo a risolvere guasti inspiegabili o problemi urgenti.

Vi è anche un significativo costo opportunità: ogni franco speso per sostenere tecnologie morenti non viene investito nell’innovazione. Secondo l’osservatorio ci sono aziende che si sono trovate in una situazione critica utilizzando un sistema monolitico per oltre dieci anni.

L’impatto aziendale era reale: i costi di manutenzione stavano esplodendo, arrivando a spendere fino al 30% del budget IT per interventi d’emergenza. Per eradicare il debito tecnico e ripristinare prestazioni e sicurezza, la modernizzazione proattiva è essenziale. La strategia vincente è stabilire un inventario aggiornato e una roadmap di aggiornamento agile. Un approccio efficace per i grandi sistemi è la modularizzazione progressiva, che prevede l’estrazione e la ricostruzione delle funzioni principali. 

Cambio di tendenza

Nonostante l’imponente impatto dell’obsolescenza programmata, recenti studi segnalano un potenziale cambiamento nelle tendenze di consumo. Una ricerca scientifica sull’obsolescenza programmata e la

sostituzione degli smartphone nel mercato italiano, condotta dall’Università Bocconi, dal titolo “Planned Obsolescence and Smartphone Replacement Empirical Evidence on the Italian Market”, pubblicata su SSRN, evidenzia che i consumatori stanno iniziando a ritardare la sostituzione dei loro dispositivi, anche di fronte a rallentamenti o riduzioni delle performance causate da software obsoleti. Alcuni scelgono di orientarsi verso il mercato dell’usato (secondary hand). Malgrado questo cambiamento comportamentale, la ricerca conferma che le limitazioni imposte dal software continuano a influenzare in maniera significativa la durata percepita degli apparecchi elettronici. Un’alternativa è rappresentata dai software Open Source. Convertire la propria esperienza digitale affidandosi a sistemi operativi liberi come Linux con distribuzioni come Ubuntu, garantisce la possibilità di utilizzo anche di macchine più attempate continuando a garantire standard di sicurezza, poiché non sono soggetti a interessi di mercato e quindi non costringono al cambio hardware.

Giorgia Burzachechi

Giorgia Burzachechi è giornalista ambientale e comunicatrice della scienza. Scrive per diverse testate, come QualEnergia, Materia Rinnovabile, L’Ecofuturo Magazine e GreenMe. È direttrice della testata e del premio Giornalisti Nell’Erba, ideato da Paola Bolaffio, un progetto dedicato ai giovani tra i 3 e i 29 anni per la creazione di coscienze critiche in ambito ambientale. È anche responsabile della comunicazione di diversi progetti europei, per i quali cura la dissemination e l’outreach. In particolare, ha curato numerose edizioni della Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici di Frascati Scienza e del progetto HERVCOV, una ricerca che coinvolge cinque diversi Paesi europei.