L’ape diabolica è ancora tra noi, ed è una buona notizia
Megachile diabolica deve probabilmente il nome al suo aspetto minaccioso. E’ infatti relativamente grande e completamente nera in ogni parte del corpo: ali, peli e anche la scopa addominale delle femmine utilizzata per il trasporto del polline. A dispetto del nome però, M. diabolica non è aggressiva nei confronti dell’uomo come quasi tutte le specie solitarie non organizzate in colonie. Invece è certo che sia una specie rara, classificata a livello Europeo come “In Pericolo di estinzione” (EN) secondo i criteri IUCN. Per capirne la rarità basti pensare che in Italia vi era una sola segnalazione del 1948 e per questo era ormai inserita nelle liste Italiane come “Possibilmente estinta”. E invece nel 2024 è stata ritrovata in Italia, a 76 anni dall’ultimo e unico avvistamento.
Il ritrovamento è avvenuto nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia (Puglia) e riguarda un singolo individuo femmina, la cui identificazione è stata confermata anche tramite analisi genetiche. Questo dato conferma la sua presenza in Italia, sebbene con popolazioni molto ridotte e localizzate, e rappresenta un contributo rilevante alla conoscenza della biodiversità degli impollinatori e alla loro conservazione. I risultati completi del ritrovamento e delle analisi sono descritti in dettaglio nel nuovo studio “Devils never die. Rediscovering Megachile diabolica Friese, 1898 in Italy after 76 years from the first record (Hymenoptera: Apoidea: Anthophila), pubblicato sul Journal of Insect Biodiversity da Marco Bonifacino, Adele Bordoni, Claudia Bruschini, Alessio Iannucci, Elisa Monterastrelli, e Leonardo Dapporto del Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze, Gianluca Stasolla e Giuseppe Dodaro della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Luciana Zollo del Parco Nazionale dell’Alta Murgia.
Di particolare interesse ecologico è il potenziale rapporto esclusivo tra Megachile diabolica e la pianta Asyneuma limonifolium, una specie erbacea a distribuzione limitata nell’Italia meridionale. L’esemplare osservato è stato raccolto mentre ne visitava i fiori e dati precedenti suggeriscono che l’ape raccolga polline prevalentemente, se non esclusivamente, da essa. Sebbene il grado di specializzazione non sia ancora definito, questo legame evidenzia una forte dipendenza della specie dalla presenza di habitat e risorse floristiche peculiari. Il contesto ambientale dell’Alta Murgia, caratterizzato da praterie aride, pseudo-steppe calcaree e da un mosaico di ambienti aperti e boscati, sembra offrire condizioni particolarmente favorevoli per impollinatori rari e specializzati. Il Parco è già riconosciuto come un’area di elevato valore naturalistico e il ritrovamento di Megachile diabolica sottolinea maggiormente l’importanza delle aree protette come rifugi fondamentali per specie vulnerabili.
Questo risultato contribuisce inoltre ad arricchire le conoscenze, ancora lacunose, sulla biodiversità delle api italiane. In Italia sono infatti note circa mille specie di api selvatiche, a fronte di una percezione pubblica spesso limitata alla sola ape da miele (Apis mellifera). Le diverse specie di api svolgono un ruolo fondamentale nei processi di impollinazione, contribuendo alla riproduzione delle piante in contesti ambientali, stagioni e sistemi ecologici differenti. La tutela della diversità delle api selvatiche è pertanto essenziale per il mantenimento di ecosistemi sani, funzionali e resilienti. Il ritrovamento di Megachile diabolica sottolinea infine l’importanza del monitoraggio sistematico degli impollinatori e della collaborazione tra ricerca scientifica e gestione delle aree protette. Lo studio è stato condotto dal gruppo di ricerca ZEN Lab (Numerical and Experimental Zoology Laboratory) dell’Università di Firenze, in collaborazione con il Parco Nazionale dell’Alta Murgia e la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, evidenziando il valore della sinergia tra università, enti di ricerca e istituzioni impegnate nella conservazione della biodiversità.