Il governo Meloni e il recepimento della Direttiva europea tutela dell’ambiente. Legambiente: gravi lacune da colmare
Per Legambiente, «E’ apprezzabile, rispetto all’obbligo di recepire la direttiva europea per la tutela penale dell’ambiente entro il prossimo 19 maggio, l’impegno del governo, ma sono gravi le lacune nello schema di decreto legislativo approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri, che vanno colmate con adeguate modifiche attraverso il confronto in Parlamento».
Il Cigno Verde evidenzia che «In particolare, nel provvedimento non vengono recepite le precise indicazioni della direttiva che impone agli Stati membri di adottare sanzioni adeguate, con almeno tre anni di reclusione, per l’uccisione, la distruzione, il prelievo, il possesso, la commercializzazione o l’offerta a scopi commerciali di uno o più esemplari delle specie animali o vegetali selvatiche protette o di prodotti e parti (art.3, paragrafo 2 lettere “n” e “o”). Si tratta di fenomeni criminali, diffusi anche nel nostro Paese, in cui l’Interpol denuncia da tempo gli interessi diretti della criminalità organizzata. Lo stesso discorso vale per “l’estrazione di acque superficiali o sotterranee ai sensi della direttiva 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, se tale condotta provoca o può provocare danni rilevanti allo stato o al potenziale ecologico dei corpi idrici superficiali o allo stato quantitativo dei corpi idrici sotterranei”, sanzionata come delitto dall’art. 3, paragrafo 2, lettera “m” della direttiva, anche in questo caso con una pena massima di almeno tre anni di reclusione».
L’associazione ambientalista fa notare che «Manca all’appello anche il nuovo delitto, previsto alla lettera “p”, di “immissione o la messa a disposizione sul mercato dell’Unione o l’esportazione dal mercato dell’Unione di materie prime o prodotti pertinenti”, in violazione del regolamento europeo 2023/1115, con cui anche l’Italia è impegnata a garantire che i prodotti immessi sul mercato non siano frutto di pratiche, purtroppo diffuse di deforestazione, per cui è prevista una pena massima di almeno cinque anni di reclusione. Sempre dal punto di vista delle sanzioni, non si comprende perché sia correttamente previsto il delitto di commercializzazione di prodotto che danneggiano lo strato di ozono, con una pena da due a cinque anni di reclusione, mentre quello relativo a traffici illegali di gas florurati responsabili dell’effetto serra, per cui la direttiva stabilisce la stessa pena reclusiva, sia invece “declassificato” a reato di natura contravvenzionale, con sanzioni molto meno efficaci».
Inoltre, secondo Legambiente, «Nello schema di decreto legislativo vanno inserite norme specifiche per recepire quanto previsto dalla direttiva europea all’art. 15, frutto di un emendamento specifico proposto da Legambiente, che impegna gli Stati membri affinché anche le organizzazioni non governative che promuovono la protezione dell’ambiente e soddisfano i requisiti previsti dal diritto nazionale, dispongano di adeguati diritti procedurali nei procedimenti riguardanti tali reati. Si tratta di garantire quell’accesso gratuito alla giustizia, in ogni sede, che Legambiente chiede da anni per rimuovere l’ostacolo rappresentato da costi spesso insostenibili».
Il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, conclude: «L’Italia nel 2015, con l’approvazione della legge 68 che ha introdotto i delitti contro l’ambiente nel Codice penale, ha fatto un passo in avanti fondamentale nella lotta all’ecomafia e alla criminalità ambientale. E’ positivo che ci sia l’impegno a recepire, nei tempi previsti la direttiva europea, prevedendo finalmente la definizione di una strategia nazionale di prevenzione e contrasto della criminalità ambientale, con risorse adeguate. Ma va fatto bene e senza lacune. Daremo come sempre il nostro contributo, con proposte concrete e attuabili».