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La perdita di biodiversità rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale

Il governo britannico ha messo a punto un documento in cui emerge che il degrado ambientale può compromettere le catene alimentari, idriche, sanitarie e di approvvigionamento, innescando con una sorta di reazione a catena una più ampia instabilità geopolitica. L’analisi, pubblicata col più basso profilo possibile, riguarda il Regno Unito ma vale per il resto delle nazioni
 |  Natura e biodiversità

La perdita di biodiversità rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale. È stato assodato per il Regno Unito, ma di fatto vale per ogni altro paese. La questione è stata esaminata dal Department for environment, food & rural affairs, il dipartimento governativo britannico responsabile della protezione dell’ambiente, della produzione alimentare, dell’agricoltura, della pesca e delle comunità rurali. In un documento dedicato esattamente alla “Valutazione della sicurezza nazionale sugli ecosistemi globali” viene sottolineato che «la perdita di biodiversità globale e il collasso degli ecosistemi potrebbero influire sulla sicurezza nazionale del Regno Unito». Non è secondario il fatto che secondo quel che risulta alla Bbc, al documento ha dato un contributo tutt’altro che secondario il Joint intelligence committee, l’organismo di intelligence che sovrintende ai servizi di sicurezza del Regno Unito.

Il rischio sottolineato in questo documento, pubblicato online senza clamore o conferenze stampa e col più basso profilo possibile, è che il degrado ambientale possa compromettere le catene alimentari, idriche, sanitarie e di approvvigionamento, innescando con una sorta di reazione a catena una più ampia instabilità geopolitica. «La valutazione mette in evidenza le opportunità di innovazione, finanza verde e partnership globali che possono stimolare la crescita, salvaguardando al contempo gli ecosistemi che sono alla base della nostra sicurezza e prosperità collettiva», scrivono gli esperti incaricati dal governo britannico di eseguire quest’analisi.

In particolare, gli esperti scrivono che il mondo sta già subendo gli effetti della perdita di biodiversità, tra cui cattivi raccolti, intensificazione dei disastri naturali e epidemie di malattie infettive. «Il degrado degli ecosistemi sta interessando tutte le regioni e tutti gli ecosistemi. La dimensione media delle popolazioni di fauna selvatica monitorate è diminuita del 73% tra il 1970 e il 2020. Le popolazioni di specie vertebrate sono diminuite in media del 68% dal 1970. Le popolazioni di specie degli ecosistemi d’acqua dolce hanno registrato le perdite maggiori, con un calo dell'84% nello stesso periodo. Il tasso di estinzione è da decine a centinaia di volte superiore alla media degli ultimi 10 milioni di anni. Ciò suggerisce che potrebbe essere in corso una sesta estinzione di massa. Con le tendenze attuali, è altamente probabile che il degrado dell’ecosistema globale continui fino al 2050 e oltre».

Viene sottolineato che la produzione alimentare è la causa più significativa della perdita di biodiversità terrestre e che con la crescita della popolazione mondiale, che raggiungerà i 9,7 miliardi entro il 2050, l’impatto della produzione alimentare sui sistemi naturali si intensificherà e diventerà ancora più difficile produrre cibo a sufficienza in modo sostenibile.

Non a caso il rapporto, che pure richiama l’attenzione su diversi possibili impatti sulla sicurezza del Regno Unito derivanti dal degrado e dal collasso degli ecosistemi, dall’aumento della migrazione e della competizione geopolitica e un rischio più elevato di pandemie e insicurezza economica, sottolinea in particolare le potenziali conseguenze per l’approvvigionamento alimentare. Se le principali regioni produttrici di alimenti fossero colpite da eventi tali da impattare gravemente sui raccolti, alcuni prodotti diventerebbero più scarsi, facendo aumentare i prezzi a livello globale e limitando potenzialmente la scelta. In tutto ciò, si legge nel documento, il Regno Unito (che importa oltre il 40% del cibo consumato in patria) non sarebbe in grado di mantenersi autosufficiente dal punto di vista alimentare e sarebbe costretto ad «aumenti di prezzo molto consistenti» per i consumatori.

In particolare, il rapporto evidenzia sei regioni ecosistemiche che vengono definite «critiche per la sicurezza nazionale del Regno Unito» e che sono a rischio di subire ancor più gravi perdite di biodiversità e collassi ecosistemici. Tra queste figurano le foreste pluviali dell’Amazzonia e del bacino del Congo, le foreste boreali della Russia e del Canada, le barriere coralline e le mangrovie del Sud-Est asiatico e l'Himalaya. Secondo il rapporto, questi ecosistemi sono «sulla via di collassare» se continueranno gli attuali tassi di sfruttamento e perdita di biodiversità. Tuttavia, non è chiaro quando ciò avverrà esattamente né quanto tempo ci vorrà prima di arrivare a questi scenari drammatici.

«Esistono alcune tecnologie che potrebbero essere d’aiuto nell’evitare questi rischi - si legge nel documento - ma richiedono una notevole attività di ricerca, sviluppo e investimento per avere la possibilità di funzionare su larga scala». E poi: «Proteggere e ripristinare gli ecosistemi è più facile, più economico e più affidabile». Il tempo necessario per sviluppare e utilizzare su ampia scala le tecnologie è al momento sconosciuto senza ulteriori ricerche. Però sia le tecnologie esistenti (pre-selezione delle piante, agricoltura rigenerativa) che quelle emergenti (IA, proteine coltivate in laboratorio, proteine degli insetti), scrivono gli esperti incaricati dal governo britannico di analizzare la questione, offrono potenziali soluzioni. Di sicuro, andare avanti così come se nulla fosse esporrebbe il paese (e non solo il Regno Unito) a seri rischi.

Redazione Greenreport

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