Mantenere in vita due centrali a carbone italiane ci costerà 100 milioni di euro l’anno
Mentre le batterie industriali (Bess) sono sempre più economiche – con un calo dei costi del 40% nel corso del 2024 e un nuovo calo atteso per quest’anno – e addirittura le infrastrutture per il gas fossile sempre più sovrabbondanti rispetto alla domanda, il Governo ha deciso di mantenere artificialmente in vita il più inquinante e climalterante dei combustibili fossili: il carbone, con relative 4 centrali termoelettriche ancora presenti in Italia.
Come noto da mesi, l’Italia ha infatti deciso di rimandare dal 2025 al 2038 il phase out dalle centrali a carbone e da più parti – non ultimo su greenreport – si paventava la concreta possibilità che questo potesse tradursi in nuovi costi per l’utente o il cittadino. La novità è che adesso c’è una prima stima di questi costi, presentata sulle pagine del quotidiano di Confindustria.
Nell’articolo Centrali a carbone, corsa per evitare lo spegnimento, il Sole 24 Ore spiega infatti che il Governo è alla ricerca febbrile di una soluzione per prorogare la vita alle centrali Enel di Brindisi e Civitavecchia, da trovarsi giocoforza entro il 31 dicembre: l’alternativa è prendere la strada già decisa anni fa, quella della (costosa) bonifica dei siti.
«Nel caso degli impianti sardi di Fiumesanto e del Sulcis, dichiarati infrastrutture essenziali per garantire l'energia elettrica in Sardegna da Terna, l'istruttoria è stata avviata tre mesi fa e si attende in questi giorni l'esito per capire quanto potrà durare la proroga», dettaglia il Sole; questa è però la partita meno urgente, dato che per le due centrali sarde la deadline era già prevista al 2028, in attesa di alcuni importanti interventi infrastrutturali a partire dal completamento del Tyrrhenian Link, che consentirà gli scambi elettrici tra Sicilia, Sardegna e il resto d’Italia. Per Brindisi e Civitavecchia l’iter è più complicato.
«Prolungare l'apertura delle centrali senza che producano e vendano energia elettrica, come accade da fine 2023, significa lasciare sulle spalle dell'utility che le gestisce (società quotata in Borsa) circa 100 milioni di euro di costi all'anno, nei quali rientrano anche i costi del personale addetto, che nessuno ripaga. Dunque – snocciola il Sole – bisogna decidere come finanziare quel servizio: la soluzione più immediata sarebbe scaricare il costo in bolletta […] Un'alternativa, al vaglio da diversi mesi, prevede il passaggio di proprietà di quegli impianti dall'Enel allo Stato con l'obiettivo di classificarli come infrastrutture strategiche per la sicurezza: in quel caso l'onere per mantenerli accesi anche quando non producono potrebbe diventare parte del debito pubblico destinato alla difesa».
Già oggi però sono i fondamenti economici ad aver marginalizzato la produzione di elettricità da carbone. Tutte le centrali a carbone ancora formalmente attive – oggi sono 4, Brindisi e Civitavecchia lungo lo Stivale e Portovesme e Fiume Santo in Sardegna – hanno prodotto soli 3,5 TWh nel corso del 2024, coprendo appena l’1,1% dei consumi nazionali. Gli impianti a carbone «funzionano pochissimo perché non competitivi, sommando i costi del carbone e dei permessi ad emettere la tanta CO2 che producono», spiega l’economista Michele Governatori, responsabile Relazioni esterne ed Energia del think tank climatico Ecco, aggiungendo che «lasciarle in funzione, anche solo come riserva, implicherebbe: rimangiarsi la strategia energetica e climatica nazionale (approvata da Bruxelles); sussidiare le centrali a spese dei consumatori o dei contribuenti; rimandare il recupero a usi civili di aree spesso di pregio che invece devono essere bonificate dagli operatori; mostrare i riflessi condizionati di una politica che si aggrappa al passato a tempo scaduto per incapacità di vedere, raccontare, gestire il presente e il futuro con tutte le relative opportunità e responsabilità».
Un po’ come già succede col gas fossile, ad esempio attraverso il meccanismo del capacity market che impatta sulla bolletta elettrica dei consumatori: «Per garantirne la disponibilità e quella di centrali per bruciarlo sono in campo da anni forme di sussidio ai costi fissi delle centrali, e in seguito alla crisi Ucraina si sono fatti investimenti per alcuni miliardi (a spese di tariffe e temo in futuro tasse) per diversificare gli approvvigionamenti con nuovi rigassificatori e tubi».
Ad esempio, si stima che la recente decisione dell'amministrazione Trump di emettere ordinanze di emergenza per prolungare la vita utile delle vecchie centrali a carbone rappresenterà un onere finanziario per gli americani pari fino a 5,9 miliardi di dollari l’anno. Un modello che, evidentemente, il Governo Meloni è intenzionato a copiare dall’alleato di estrema destra Oltreoceano.
Del resto già il ministro Salvini – a sua volta emulo di Trump – ad aprile aveva proposto di rinviare la chiusura delle centrali a carbone, sempre con la pretesa di abbassare il costo dell’elettricità. E ad aprile la risposta è delle principali associazioni ambientaliste (Wwf, Greenpeace, Legambiente e Kyoto club) è stata un secco «no grazie», affermando che «i lobbisti del carbone (per lo più di provenienza russa) non hanno perso le speranze e hanno approfittato di qualche sfarfallamento dei prezzi del gas per tornare alla carica, forti di un’analisi quantomeno discutibile e, soprattutto, titillando gli interessi delle due aziende partecipate (Eni ed Enel) che per ragioni diverse ora propongono il rinvio. Questo può succedere solo quando non c’è un Governo e dei tecnici che attuano davvero le politiche messe su carta».