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Non solo petrolio: la geopolitica delle risorse dietro l’attacco di Trump al Venezuela

L’Abbate: «La resistenza alla transizione verde può essere vista come difesa degli interessi materiali legati alla produzione fossile»
 |  Nuove energie

Il Venezuela non è un Paese qualsiasi: possiede le maggiori riserve petrolifere al mondo e giacimenti minerari di grande rilievo, olio pesante, gas, coltan e minerali critici per tecnologie avanzate come batterie e dispositivi elettronici. In passato questo ha attirato l’attenzione di potenze esterne, compresi gli Stati Uniti, tanto da trasformare la relazione diplomatico-politica in un nodo geopolitico.

La politica di Trump verso Caracas ha incluso sanzioni severe, pressioni per un cambio di regime e retorica che ha evocato la rilevanza economica e strategica del petrolio venezuelano, senza che vi fosse, formalmente, un progetto di “annessione o conquista diretta”, ma con la consapevolezza del valore delle risorse nel quadro più ampio della politica estera americana.

Oggi il mondo sta attraversando una transizione energetica profonda, in cui l’energia fossile perde progressivamente terreno di fronte alle rinnovabili, la cui diffusione è ormai irreversibile ma non lineare.

La COP30 di Belém ha mostrato come la pressione dei “lobbisti fossili” (settori legati al petrolio e al gas) ostacoli gli obiettivi climatici globali, con resistenze politiche, soprattutto da parte degli USA sotto leadership contrarie a impegni vincolanti.

Questa lettura supera l’interpretazione tradizionale che vede le grandi potenze semplicemente alla ricerca di risorse da sfruttare: si tratta di un vero e proprio conflitto di interessi tra due modelli energetici e geopolitici: da una parte il modello fossile dominato da petrolio e gas, che mantiene influenza politica e controllo di risorse strategiche, dall’altra un modello verde e sostenibile che richiede know-how tecnologico, infrastrutturazione e materiali critici (come terre rare o coltan) meno concentrati geograficamente, più distribuiti e riciclabili.

In questo quadro, le risorse venezuelane assumono un ruolo ibrido. Il petrolio resta una risorsa fondamentale per la sicurezza energetica tradizionale e per l’egemonia di certi blocchi geopolitici. La resistenza alla transizione verde può essere vista non solo come un incendio ideologico, ma come difesa degli interessi materiali legati alla produzione fossile, soprattutto in momenti di crisi economica, sociale e climatica.

Minerali come coltan, zinco e terre rare, che emergono anche in Venezuela e nell’Arco Minerario dell’Orinoco, sono parte di una nuova competizione globale per la catena produttiva della tecnologia verde. Il loro sfruttamento, spesso non regolato e dominato da gruppi criminali e mercati opachi, mostra come la stessa logica di estrazione possa trasformarsi in conflitto ambientale e sociale.

La crisi climatica globale, oggi scientificamente riconosciuta come una delle principali sfide sistemiche, ha ricadute dirette su sicurezza, migrazioni e instabilità politica; come in Venezuela, dove povertà, governance fragile e eventi estremi si intrecciano.

La competizione per risorse energetiche e materiali critici può generare conflitti ambientali, con ingiustizie locali, degrado territoriale e tensioni sociali profonde. In questa prospettiva, i movimenti delle grandi potenze non sono solo calcoli economici, ma punti di intersezione tra scienza (clima, tecnologia), politica (potere, strategia) e interessi materiali (energia, materie prime). La geopolitica delle risorse, quindi, è inseparabile dalla geopolitica climatica.

La linea dura di Trump contro il Venezuela può essere interpretata come parte di una strategia di pressione su un paese ricco di risorse fossili, ma questa va letto nel contesto più ampio dei cambiamenti globali. Non si tratta solo di petrolio, ma di come l’ordine mondiale affronta la transizione energetica e le tensioni derivanti.

Il cosiddetto “blocco fossile”, un nodo di interessi politico-economici legati ai combustibili tradizionali, non è solo un avversario ideologico, ma un attore concreto in lotta contro l’innovazione e la riduzione delle emissioni. In questo contesto, la crisi climatica spinge a ripensare la geopolitica non come mero “controllo delle risorse”, ma come competizione e cooperazione in un mondo che deve riconciliare potere, sviluppo e sostenibilità.

Patty L'Abbate

Patty L'Abbate è attualmente Vicepresidente della Commissione permanente, Ambiente, Territorio e lavori Pubblici della Camera dei Deputati (XIX). Nella scorsa legislatura (XVIII) è stata Senatrice della Repubblica, membro della Commissione Ambiente. È professore di Economia Ecologica e Management alla Magistrale di Economia presso il Dipartimento di Management, Finanza e Tecnologia dell’Università LUM Jean Monnet, Bari e possiede l’abilitazione Scientifica Nazionale di Professore di Fascia II S.S.D. SECS-P/13 in Scienze merceologiche.