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Il paradosso delle rinnovabili italiane, più forti all’estero che nel Belpaese

A livello industriale l’Italia è il secondo Paese produttore europeo di tecnologie per le rinnovabili, nonché il sesto Paese esportatore mondiale. Eppure per le installazioni in patria è una corsa a ostacoli
 |  Nuove energie

«Sul fronte delle rinnovabili l’obiettivo degli 80 GW al 2030 è raggiungibile». Sono le parole di Pichetto Fratin intervenuto a margine di un’assemblea di Federchimica a fine ottobre 2025, in riferimento alla quota di fotovoltaico. Il traguardo sembra a portata di mano, ma dietro la corsa alle rinnovabili italiane si nasconde un sistema che fatica a correre con la stessa velocità dei suoi obiettivi. Tra dichiarato ottimismo politico e rallentamenti industriali, la transizione energetica italiana mostra una duplice anima: dinamica sul piano tecnologico, ma ancora impantanata su quello regolatorio e infrastrutturale. I dati parlano chiaro: al 30 giugno 2025, secondo la Federazione ANIE - del sistema di Confindustria - la capacità totale di impianti rinnovabili installati in Italia ammontava a 79,36 GW.  Dati incoraggianti, ma mancano meno di cinque anni per arrivare a 131 GW totali di rinnovabili previsti dal PNIEC entro il 2030. Vale la pena, quindi, analizzare le tendenze e le criticità che si stanno evidenziando. Sempre secondo l’Osservatorio FER realizzato da ANIE Rinnovabili, nel secondo trimestre dell’anno appena concluso, il mercato italiano delle rinnovabili ha registrato un rallentamento, con un calo complessivo del 29% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e che conferma il trend registrato nei primi tre mesi del 2025. Il calo è dovuto principalmente alla flessione del fotovoltaico (-25%). Complessivamente, nel primo semestre sono stati installati 2,7 GW di nuovi impianti rinnovabili. In attesa dei dati consuntivi, Terna a fine novembre aveva dichiarato 6,4 GW con un buon incremento rispetto al mese precedente, ma rimanendo molto distante dal traguardo di 10 GW/anno necessari per raggiungere gli obiettivi al 2030.

Decelerazione

A frenare lo sviluppo degli impianti a fonte rinnovabile concorrono diversi fattori: dai tempi ancora lunghi delle autorizzazioni, alle difficoltà di connessione alla rete, la fine del Superbonus 110%, fino all’atteggiamento “Nimby” alimentato, in parte, da una comunicazione distorta sul settore. Il nodo principale resta però un quadro normativo in continua evoluzione, che non offre stabilità agli investimenti già avviati e che, essendo oggetto di continue interlocuzioni anche con la Commissione europea, comporta spesso ritardi nell’emanazione dei provvedimenti a causa di frequenti richieste di modifica richieste dalla Commissione. Episodi recenti rendono evidente la complessità e l’instabilità del quadro regolatorio. Un esempio è l’iniziativa Energy Release 2.0, pensata per immettere sul mercato l’energia prodotta da impianti rinnovabili non incentivati a un prezzo calmierato a favore delle grandi imprese, che, a fronte di una forte adesione da parte di quelle energivore (ricevute richieste per tre volte la quantità di energia messa a disposizione) ha incontrato forti ostacoli di attuazione per segnalazioni della Commissione Europea in merito a eventuali incompatibilità della misura con riferimento alle regole di mercato. Negli scorsi mesi, così, il MASE ha deciso di pubblicare una serie di modifiche, per far uscire lo strumento dalla stasi. A completare il quadro, si sommano oltretutto ricorsi giurisdizionali che rallentano l’attuazione delle misure già di per sé piuttosto complicate. Sul fronte del Decreto Aree Idonee, che definisce la “disciplina per l’individuazione di superfici e aree idonee per l’installazione di impianti a fonti rinnovabili”, il TAR Lazio ha sollevato questioni di legittimità costituzionale rilevando che »le limitazioni all’installazione in area agricola di impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra possono essere in contrasto con gli articoli della Costituzione, e con i principi Ue». Inoltre, il Consiglio di Stato, con un’ordinanza, ha sospeso parzialmente il decreto e, in particolare, per quelle parti che danno alle Regioni troppa discrezionalità. Nel frattempo, il Governo ha fatto appello, chiedendo che il provvedimento resti in vigore per non bloccare i procedimenti autorizzativi già avviati. Infine a dicembre scorso è arrivata la conferma di incostituzionalità della legge sulle aree idonee agli impianti rinnovabili approvata dalla Regione Sardegna. Quanto al Decreto Legge 63/2024, noto come “Dl Agricoltura”, che introduce, tra le altre cose, un divieto all’installazione di impianti fotovoltaici a terra in aree classificate agricole, salvo alcune eccezioni, il TAR Lazio ha ritenuto «rilevanti e non manifestamente infondate» le questioni di legittimità costituzionale sollevate. La norma è contestata, tra l’altro, perché considerata in contrasto con i principi di massima diffusione delle fonti rinnovabili sanciti dall’UE. Questa forte instabilità normativa, abbinata alla congestione virtuale delle reti, sta di fatto frenando gli investimenti in nuovi sviluppi: fino a quando non si chiarisce il quadro, molte imprese restano in attesa, le Regioni tardano nell’individuazione delle aree, e la pianificazione e sviluppo degli impianti di grande scala viene rimandata o rallentata.

Le reti

La rete di trasmissione nazionale, gestita da Terna, è fondamentale per l’integrazione delle fonti rinnovabili. La transizione energetica, caratterizzata dall’integrazione di crescenti volumi di energia non programmabile, richiede uno sviluppo importante di infrastrutture di rete e capacità di accumulo. Terna ha delineato un Piano di Sviluppo 2025- 2034 che prevede oltre 23 miliardi euro di investimenti per garantire l’efficienza delle rinnovabili. Tra le azioni principali, oltre a potenziamenti di rete sulla terraferma, rientrano i progetti di interconnessione, come il Tyrrhenian Link, un doppio collegamento sottomarino tra Sicilia, Sardegna e Penisola, l’Adriatic Link, tra Marche e Abruzzo attraverso il mare, il SA.CO.I.3 (Sardegna-Corsica-Italia) e l’Elmed (Italia-Tunisia). Questi investimenti sono cruciali per eliminare eventuali congestioni sulla rete di trasmissione. L’implementazione delle misure previste nel Piano di Sviluppo 2025 dovrebbe portare a una riduzione delle perdite di rete tra 0,4 e 1 TWh all’anno, cioè il consumo annuo di circa 350 mila famiglie.

Utility Scale

Nel 2025 la decrescita del segmento domestico, causata principalmente dalla fine del Superbonus, è stata parzialmente compensata dai progetti Utility Scale, che sono attualmente il principale motore di crescita della nuova potenza installata nei primi mesi dello scorso anno. Il segmento Large Utility Scale (impianti oltre 10 MW) per il fotovoltaico è cresciuto, secondo ANIE, del 28% rispetto al primo trimestre del 2024. In questo periodo, sono stati connessi alla rete 9 impianti, sei di questi si trovano nel Lazio (per un totale di 205 MW), uno in Sardegna (43 MW) e uno in Puglia (63 MW). La crescita del 48% nell’eolico è stata quasi interamente guidata dalla connessione di due grandi impianti (di potenza superiore a 10 MW) in Puglia, nella provincia di Foggia, che hanno rappresentato il 97% della nuova potenza eolica installata nel trimestre (148 MW su 152 MW totali). L’interesse per gli impianti di grande scala è confermato dalle richieste di connessione alla Rete Nazionale di Trasmissione ricevute da Terna: al 31 dicembre 2024, le richieste superavano i 348 GW di nuova capacità rinnovabile connessa. L’80% di queste richieste proviene dal Sud e dalle Isole, aree che rappresentano oltre l’82% della capacità totale richiesta, sottolineando la concentrazione della futura produzione Utility Scale in queste zone.

La filiera delle rinnovabili

Eppure, a livello industriale, l’Italia si posiziona come il secondo Paese produttore europeo di tecnologie per le rinnovabili, appena dietro la Germania (con l’eccezione del settore eolico). A dirlo è l’analisi fatta da Symbola insieme a Enel “100 Innovative Stories of Renewable Energy”. L’Italia è anche il sesto Paese esportatore mondiale di tecnologie per la produzione di energia rinnovabile, contribuendo al 3% dell’export globale. La filiera delle rinnovabili in Italia conta quasi 38 mila imprese, con una concentrazione in Lombardia, Lazio e Campania. Circa 800 di queste si concentrano su tecnologie all’avanguardia, generando un fatturato di 12 miliardi di euro. Queste aziende specializzate hanno visto una crescita del valore della produzione del 14,3% tra il 2015 e il 2019, e un aumento del 176,6% nei brevetti registrati a bilancio. Lo sviluppo si manifesta in diversi settori chiave. Il fotovoltaico si conferma la fonte rinnovabile più diffusa a livello globale e, secondo i dati forniti da Terna, l’Italia ha visto una potenza connessa durante il 2024 che è stata pari a 6,80 GW. L’eccellenza italiana include la Gigafactory 3SUN di Catania, la più grande e automatizzata d’Europa, che produce pannelli a etero-giunzione con efficienza fino al 25% e pannelli bifacciali; questi ultimi permettono indicativamente una produzione superiore del 10% rispetto ai moduli classici. FuturaSun sta lavorando alla pianificazione di una gigafactory di pannelli ad alta efficienza in Italia per sostenere il rilancio dell’industria europea del fotovoltaico. Comal realizza parchi fotovoltaici “chiavi in mano” ed è pioniere negli impianti Grid Parity, cioè che presentano un LCOE inferiore rispetto all’energia acquistata dalla rete elettrica. Comal fornisce anche tracker brevettati (come il Sun Hunter Tracker), che aumentano la produzione rispetto del 15-16% annuo, rispetto agli impianti FV con strutture fisse.L’agrivoltaico, che permette di produrre energia dal sole contestualmente alle produzioni agricole in sito, è in crescita. Società come ACN Contract, REM Tec, Kenergia, Sentnet, Akren e molte altre, sviluppano sistemi che integrano sinergicamente produzione agricola ed energetica, in molti casi ottimizzando la resa delle colture. Sempre secondo il report di Symbola ed Enel, l’Italia è all’avanguardia sul riciclo dei moduli fotovoltaici giunti a fine vita. Cobat RAEE ha strutturato la prima filiera italiana di raccolta e riciclo, e aziende come 9-Tech e Compton Industriale hanno sviluppato processi termici/meccanici e linee di riciclaggio che mirano a recuperare oltre il 95% dei materiali. Sebbene il nostro Paese sia in ritardo nel settore dell’industria dell’eolico, la danese Vestas ha avviato la produzione della pala eolica più grande al mondo a Taranto e qualche mese fa ha presentato al MIMIT un piano per ampliare la produzione. Anche dal punto di vista tecnologico c’è fermento: Ecolibrì produce turbine ad asse verticale, più silenziose e adatte a luoghi con limitate infrastrutture di connessione, anche in sistemi ibridi con pannelli solari. Importante lo sviluppo dell’eolico offshore: De Pretto Industrie sviluppa attrezzature specializzate per l’installazione di fondazioni di turbine eoliche in mare aperto. Mentre Prysmian Group è leader mondiale nella produzione di cavi per il collegamento tra parchi eolici offshore e la terraferma. Per lo smaltimento delle pale, composte da ancora materiali difficili da riciclare, aziende come Caracol e Cormatex hanno sviluppato soluzioni per la stampa 3D di nuovi componenti più facilmente riciclabili o, in ottica di economia circolare, lavorano alla creazione di materiali isolanti per l’edilizia e l’automotive a partire dalle pale macinate. L’Italia, poi, vanta una straordinaria capacità ingegneristica e gestionale di grandi opere infrastrutturali idrauliche per il settore dell’idroelettrico. Aziende come Webuild, SP Studio Pietrangeli e Trevi sono protagoniste internazionali. Anche la componentistica per la fonte rinnovabile “storica” italiana ha uno spazio importante: Franco Tosi Meccanica progetta e produce turbine idrauliche di ogni tipo, adatte a molte condizioni ambientali. Camuna Condotte si è specializzata nella progettazione e montaggio di condotte forzate in acciaio. Scotta è un riferimento nel mini-idroelettrico, offrendo impianti, anche questi “chiavi in mano”, e servizi di ricondizionamento. Nonostante il potenziale più basso, ma non per questo marginale, anche l’industria per il geotermico italiano ha un buono slancio. E.GEO è leader negli impianti a bassa entalpia per la climatizzazione civile e industriale. Fri-El Geo sta cercando di rivoluzionare il settore con centrali a ciclo chiuso e media entalpia (90-150°C), che producono energia termica ed elettrica 24 ore su 24 senza emissioni. Il “Progetto Pangea”, continua a fare scouting di siti, e ne ha individuati oltre 100 nella Pianura Padana. Teon ha brevettato la tecnologia “Water Blaze” per pompe di calore geotermiche ad alta temperatura (fino a 90°C), mirato alla decarbonizzazione dei processi termici industriali.

Le prospettive per il Sistema Paese

L’Italia si trova in una fase decisiva della sua transizione energetica. Il sistema Paese dispone oggi di una filiera industriale competitiva, di competenze tecnologiche di eccellenza e di un patrimonio infrastrutturale in potenziamento. Tuttavia, perché la crescita delle rinnovabili diventi davvero strutturale, è necessario che il quadro regolatorio e amministrativo segua lo stesso ritmo dell’innovazione. «Per poter avere un contesto più favorevole allo sviluppo e realizzazione degli impianti FER, i provvedimenti legislativi dovrebbero essere emanati solo dopo attenta consultazione con le principali associazioni di categoria, in modo da evitare che si possa avere difficoltà interpretativa di specifiche norme o imprecisione nella loro formulazione» A dirlo è Attilio Piattelli, presidente del Coordinamento FREE. «L’adeguato potenziamento degli organici degli enti centrali e territoriali preposti al rilascio delle autorizzazioni e la risoluzione della congestione virtuale delle reti sono altri aspetti critici su cui intervenire il prima possibile» conclude. Solo coordinando istituzioni, imprese e territori sarà possibile trasformare l’attuale corsa a ostacoli in un percorso di sviluppo programmato, capace di garantire all’Italia maggior sicurezza energetica, minori costi in bolletta e i benefici di una nuova economia basata su energie pulite.

Giorgia Burzachechi

Giorgia Burzachechi è giornalista ambientale e comunicatrice della scienza. Scrive per diverse testate, come QualEnergia, Materia Rinnovabile, L’Ecofuturo Magazine e GreenMe. È direttrice della testata e del premio Giornalisti Nell’Erba, ideato da Paola Bolaffio, un progetto dedicato ai giovani tra i 3 e i 29 anni per la creazione di coscienze critiche in ambito ambientale. È anche responsabile della comunicazione di diversi progetti europei, per i quali cura la dissemination e l’outreach. In particolare, ha curato numerose edizioni della Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici di Frascati Scienza e del progetto HERVCOV, una ricerca che coinvolge cinque diversi Paesi europei.