Paesaggi sommersi: il Bel Paese in crisi climatica spiegato dalla Società geografica italiana
Una buona lettura, per chi si occupa di ambiente e crisi climatica, è il XVII Rapporto della Società Geografica Italiana su “Paesaggi Sommersi. Geografie della crisi climatica nei territori costieri italiani”. La crisi climatica, si sostiene, sta trasformando in modo strutturale le coste italiane, facendo emergere vulnerabilità che non possono essere spiegate solo con l’aumento delle temperature o con l’innalzamento del livello del mare, ma che sono il risultato di un lungo processo storico di occupazione e semplificazione di territori complessi.
Fenomeni come l’erosione accelerata delle spiagge, la salinizzazione dei suoli agricoli, le mareggiate sempre più intense e frequenti o le alluvioni costiere non appartengono più a un orizzonte futuro, ma incidono già oggi sulla forma dei litorali e sulla vita quotidiana delle comunità che li abitano. Questi processi climatici si innestano su un’eredità pesante: un secolo di urbanizzazione diffusa lungo le coste, di artificializzazione delle linee di riva, di espansione portuale e industriale e di opere di difesa rigide che hanno progressivamente trasformato ambienti anfibi e dinamici in una linea costiera statica e fragile. Le coste italiane, nate per muoversi e adattarsi, sono state costrette entro confini rigidi che oggi amplificano gli effetti degli shock climatici.
Le cause dell’erosione costiera sono divise in due grandi categorie, che nella realtà non agiscono separatamente ma si rafforzano a vicenda: le cause antropiche, legate alle attività umane, e le cause naturali, connesse ai processi fisici e climatici.
Le cause antropiche riguardano soprattutto l’interruzione o l’alterazione dei flussi naturali di sedimenti che alimentano le spiagge. La regimazione dei corsi d’acqua e la costruzione di dighe e invasi artificiali riducono drasticamente la quantità di sabbia e ghiaia che i fiumi trasportano verso la costa: sedimenti che, in condizioni naturali, compenserebbero l’erosione causata dal moto ondoso. A questo si aggiunge la estrazione di inerti dagli alvei fluviali e dalle aree costiere, che sottrae ulteriore materiale al sistema. L’urbanizzazione e la cementificazione dei litorali, insieme alle opere marittime come porti, moli e pennelli, alterano la dinamica delle correnti e del trasporto solido lungo costa, spesso proteggendo un tratto ma accentuando l’erosione nei tratti adiacenti. Anche attività meno visibili, come l’estrazione di acqua dal sottosuolo, possono contribuire all’erosione attraverso fenomeni di subsidenza, abbassando il livello del suolo rispetto al mare. Infine, dragaggi dei fondali e rimozione diretta di sabbia dalle spiagge impoveriscono ulteriormente il bilancio sedimentario costiero.
Le cause naturali agiscono su questo sistema già indebolito. La riduzione dell’apporto di materiale alla fascia litoranea, spesso legata a una minore portata dei fiumi o a periodi di siccità, rende le spiagge più vulnerabili. I fenomeni dissipativi particolarmente intensi, come mareggiate e tempeste, accelerano la perdita di sedimenti, soprattutto quando si concentrano in brevi periodi. Gli eventi meteoromarini estremi, sempre più frequenti e intensi, e l’innalzamento del livello del mare amplificano l’azione erosiva, spostando verso l’interno la linea di riva e aumentando la frequenza delle inondazioni costiere. Anche il vento contribuisce al trasporto e alla dispersione della sabbia, soprattutto dove le dune sono state degradate o eliminate.
L’erosione costiera non è quindi, come sostiene il Rapporto, il risultato di un’unica causa, ma di un disequilibrio complessivo del sistema costiero. Le pressioni antropiche riducono la capacità naturale delle coste di autorigenerarsi, mentre i processi naturali, accentuati dal cambiamento climatico, rendono più rapidi e visibili gli effetti di queste alterazioni. Comprendere l’interazione tra questi fattori è essenziale per superare una logica puramente difensiva e orientarsi verso strategie di gestione più integrate e sostenibili.
La vulnerabilità che ne deriva non è soltanto fisica. È anche sociale ed economica, perché gli impatti della crisi climatica non si distribuiscono in modo uniforme. Alcune aree costiere iper-turistiche, dove l’erosione minaccia direttamente stabilimenti balneari e infrastrutture, convivono con zone industriali compromesse da inquinamento e subsidenza, o con piccoli comuni e isole minori che dispongono di risorse limitate per affrontare rischi multipli.
La crisi climatica agisce così come un moltiplicatore di problemi già esistenti, aggravando situazioni segnate da abusivismo edilizio, conflitti tra usi del suolo, frammentazione amministrativa e carenza di manutenzione ordinaria. In molti casi, la governance costiera appare disallineata rispetto alla complessità dei fenomeni: piani urbanistici, strumenti di difesa del suolo, politiche ambientali e strategie turistiche procedono spesso in parallelo, senza un reale coordinamento. E questo non è un fenomeno “nuovo” nella gestione del tema “acqua”. Troppi soggetti agiscono separatamente, con diverse competenze e con approcci e interessi diversi, sulla stessa risorsa. E manca un soggetto capace e autorizzato a coordinare e a indirizzare e regolare in maniera univoca l’intero sistema.
Eppure, il bisogno di un intervento integrato si fa sempre più impellente sostengono i “Geografi”. Gli scenari previsionali rendono evidente la portata delle trasformazioni in atto. Nell’Alto Adriatico, ad esempio, l’innalzamento del livello del mare e la subsidenza espongono vaste aree alla sommersione permanente entro fine secolo, con conseguenze rilevanti per città come Venezia, Chioggia o Ravenna. In altre regioni, come Sardegna, Lazio, Toscana o Puglia, le piane costiere sono sempre più esposte a inondazioni e intrusioni saline, che mettono a rischio produzioni agricole, infrastrutture e risorse idriche. Le spiagge sabbiose, già oggi fortemente erose, potrebbero ridursi fino a quasi la metà, compromettendo un modello turistico intensivo che per decenni ha costituito una delle principali fonti di reddito locale.

Anche le grandi infrastrutture risultano vulnerabili: una quota significativa dei porti italiani, insieme ad aeroporti e aree logistiche, si trova in zone a rischio inondazione.
Due esempi di rilievo sono i porti di Genova e di Venezia. Nel caso di Genova, l’adattamento al cambiamento climatico è legato alla realizzazione della nuova diga foranea, grande opera del PNRR pensata sia per rilanciare la competitività del porto nel contesto globale sia per proteggerlo dagli effetti di mareggiate e condizioni meteo estreme. Il progetto, pur configurandosi come misura di adattamento, è oggetto di un forte dibattito per i potenziali impatti ambientali, i rischi tecnici, i costi e lo scarso coinvolgimento delle comunità locali, oltre che per la sua coerenza con un modello di sviluppo portuale basato sul gigantismo navale e su benefici territoriali incerti.
Nel caso di Venezia, l’adattamento è strettamente intrecciato al sistema MoSE, che renderà sempre più frequente la chiusura delle bocche di porto, mettendo in crisi l’operatività dello scalo lagunare. Da qui le proposte di porti offshore, pensate per aggirare i vincoli imposti dal MoSE e consentire l’accesso a grandi navi commerciali e da crociera. Tuttavia, tali progetti restano bloccati da complessità tecniche, costi elevati, difficoltà di governance e assenza di una pianificazione coordinata a scala alto-adriatica. Il caso veneziano mostra come il cambiamento climatico possa ridefinire profondamente il ruolo dei porti e mette in discussione un approccio all’adattamento centrato quasi esclusivamente su grandi infrastrutture, a favore di strategie più integrate e cooperative.
In questo contesto, la blue economy, spesso presentata come soluzione o opportunità, rischia di introdurre nuove pressioni laddove grandi opere e investimenti si sovrappongono a ecosistemi fragili e a comunità già esposte.
Di fronte a questi scenari, il Rapporto rileva, nell’esperienza italiana e non solo, due grandi approcci. Da un lato, la difesa dell’esistente attraverso opere rigide, barriere, dighe e ripascimenti continui, che offrono una protezione immediata ma tendono a spostare il problema nel tempo e nello spazio, aggravando spesso l’erosione e aumentando i costi economici e ambientali. Dall’altro, un adattamento trasformativo che riconosce la natura dinamica delle coste e propone soluzioni come arretramenti selettivi, rinaturalizzazione dei litorali, recupero delle dune e gestione integrata dei sedimenti. Questo secondo percorso è più complesso e conflittuale, perché implica cambiamenti profondi nei modelli di sviluppo, nelle abitudini insediative e nelle aspettative delle comunità locali, ma apre la possibilità di costruire territori più resilienti. Ed è questa la strada suggerita dalla “cultura geografica”.
La crisi climatica è anche una crisi di narrazione e di percezione del rischio. Tra rappresentazioni mediatiche oscillanti tra allarme e rimozione e nuove forme di racconto che emergono nei movimenti dal basso e negli spazi digitali, il modo in cui il cambiamento climatico viene compreso influenza direttamente le scelte politiche e collettive. In questo quadro, l’educazione ambientale e l’ocean literacy, l’educazione sul mare partita nel 2004 negli USA per insegnare come funziona l’oceano e spingere tutti a proteggerlo, diventano strumenti fondamentali per ridurre la distanza tra conoscenza scientifica e decisioni pubbliche. La Geografia con questo Rapporto, che purtroppo non sembra aver avuto un grande impatto sui temi ricorrenti nelle Agende dei diversi livelli di governo del paese, offre una chiave di lettura cruciale per intrecciare processi fisici e sociali, leggere le disuguaglianze territoriali e immaginare futuri costieri diversi. Ripensare le coste significa ripensare il rapporto con il mare e accettare che la crisi climatica non chiede solo difese, ma la capacità di immaginare e costruire nuovi paesaggi costieri, più giusti e capaci di convivere con un mare che cambia.