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Fine vita, la legge toscana è immediatamente applicabile

Nuove norme in vigore dopo la sentenza della Consulta. La soddisfazione di Giani. Monni: «La Corte ha affermato, per la terza volta, che quando una persona è affetta da una malattia irreversibile e vive condizioni di sofferenza che rendono la vita insopportabile, decidere di morire è un diritto»
 |  Toscana

La legge toscana sul fine vita rimane in vigore, efficace ed operativa, anche dopo la sentenza della Corte costituzionale depositata lo scorso dicembre. Più asciutta, senza termini perentori nei tempi delle procedure, ma immediatamente applicabile da subito. Il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e l’assessora al diritto alla salute Monia Monni lo chiariscono in una conferenza stampa tenuta prima della seduta di giunta con cui la Regione ha preso atto dei rilievi della Consulta. A questo punto non ci sarà dunque bisogno né di un passaggio in Consiglio regionale né di una riscrittura della norma. Viene infatti spiegato che il testo, tolte le parti che la Corte ha soppresso, rimane coerente e la legge rimane immediatamente applicabile da subito.

«Rispetto al governo, che aveva chiesto la radicale eliminazione della legge, la Corte ha ritenuto legittimo il nostro intervento», sottolineano Giani e Monni. La Consulta ha ritenuto infatti che la norma sull’accesso al suicidio medicalmente assistito approvata a febbraio 2025 rientri legittimamente nella potestà concorrente propria delle Regioni, perché si tratta non di materia civile e penale ma di tutela della salute e detta solo norme solo a carattere organizzativo e procedurale per una disciplina uniforme dell’assistenza da parte del servizio sanitario pubblico in questo diritto.

La Corte (con sentenza 204 del 2025) ha avanzato alcuni rilievi puntuali, eliminando alcune parti, agendo come con «un bisturi», dice Giani. «Ma l’impianto generale non viene assolutamente scardinato», viene ribadito da presidente e assessora dopo aver acquisito il parere degli uffici. Non viene meno, per i giudici, l’obbligo delle Asl a fornire tutte le prestazioni che siano necessarie ad accertare le condizioni gravissime ed irreversibili, peraltro già definite in precedenza dalla Corte in una sentenza del 2019, per accedere al suicidio medicalmente assistito, e rimane saldo il diritto della persona ad ottenere gratuitamente dalle Asl il farmaco e i dispositivi per l’autosomministrazione. Le condizioni per avviare le procedure rimarranno quelle indicate a suo tempo dalla Consulta nel 2019 suscettibili nel tempo di evoluzioni, anche se nel testo della norma regionale non si potranno richiamare, o quelle che vorrà in futuro decidere il legislatore nazionale. 

Come viene spiegato, della legge non si potranno più applicare le parti in cui la norma originaria prevedeva la possibilità di chiedere attraverso un delegato l’accertamento dei requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito: per la Corte nessuno può agire al posto dell’interessato, il diritto alla vita è un diritto individuale perfetto. La norma generale peraltro già spiega e garantisce come anche persone immobilizzate o con disabilità possano esprimere consenso o diniego, con strumenti consoni alle loro condizioni. Ugualmente non sono da ritenere come ‘ordinatori’, ovvero perentori e cogenti,  i tempi entro cui rispondere ad una richiesta di suicidio medicalmente assistito. La legge toscana li aveva fissati in modo certo, ma per la Consulta le legge non può su questo essere prescrittiva, al fine da evitare che ai medici sia impedito una valutazione corretta e ponderata del singolo caso. Eliminate queste previsioni, la Corte afferma comunque la necessità di una sollecita presa in carico dell’istanza del cittadino: nel più breve tempo possibile dunque e senza ingiustificato ritardo, come già alcune aziende hanno scritto nelle proprie procedure interne.

«La Corte costituzionale ribadisce per la terza volta, perché lo ha già fatto con due sentenze nel 2019 e nel 2024, che scegliere in merito alla fine della propria vita è un diritto – evidenzia l’assessora Monni -. Lo è  quando il dolore cresce ed è destinato a diventare insopportabile e quando la malattia è irreversibile e porti a morte certa, come dice la stessa Corte. E se è un diritto della persona, è dovere della struttura sanitaria pubblica permettere a chi fa questa scelta di esercitarlo». Aggiunge Monni: «Il punto politico, giuridico e umano resta intatto: questo diritto va garantito e grazie alla nostra Regione, adesso questa è una certezza. Ora tocca al Parlamento assumersi la responsabilità di una legge nazionale. Perché i diritti devono essere di tutti, proprio di tutti sennò chiamateli privilegi».

Redazione Greenreport

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