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Non solo clima: se l’imperialismo di Trump punta sui combustibili fossili, il Green deal è sempre più uno strumento di libertà e autonomia strategica per l’Europa

 |  Editoriale

Dopo il blitz realizzato dagli Usa in Venezuela in spregio al diritto internazionale, che ha portato all’arresto dell’autocrate Nicolás Maduro – ora in manette a New York – puntando alle riserve petrolifere del Paese, e alle mire espansionistiche del tycoon in Groenlandia, forse in Europa qualche campanello d’allarme inizia a suonare. Non ancora a Bruxelles, purtroppo, ma i leader di alcuni Stati membri cominciano ad alzare la voce.

Prima il premier spagnolo, Pedro Sanchez, ha «condannato con forza la recente azione militare» in Venezuela come anche «la minaccia all'integrità territoriale di uno Stato europeo, di uno Stato alleato dell'Alleanza atlantica come è la Danimarca», di cui la Groenlandia fa parte; poi il presidente francese Emmanuel Macron ha stigmatizzato apertamente il «nuovo colonialismo e nuovo imperialismo» statunitense, che passa da gas e petrolio. Che l’Italia importa a caro prezzo.

Secondo i dati messi in fila dalla associazione confindustriale Unem - Unione energie per la mobilità (ex Unione petrolifera), nell’ultimo anno il nostro Paese ha speso 23 miliardi di euro per importare petrolio e 23,1 mld per l’import di gas: la prima fonte fossile vale ancora oggi il 37% della domanda di energia nazionale, tallonata dal gas (36,5%) ma con le rinnovabili in crescita al 21,5%.

«Venezuela. Groenlandia. Panama. Petrolio e gas sono improvvisamente al centro della politica estera statunitense, come non accadeva da mezzo secolo. Non si tratta di sicurezza energetica. Gli Stati Uniti sono già il maggiore produttore mondiale. Si tratta di potere, di costringere gli alleati alla dipendenza – argomenta nel merito Alberto Alemanno, professore di diritto dell'Unione Europea all’Hec Paris e presso il Collège d'Europe di Bruges – E se il Green deal non riguardasse mai solo le emissioni, ma sempre la libertà? Quando Washington fa pressione sull'Ue affinché indebolisca le norme ambientali "per la competitività", chiamiamola con il suo nome: intervento nell'autogoverno europeo. Il Green deal non è ideologia. È l'Ue che decide il proprio futuro economico ed energetico».

Incrementare la penetrazione delle energie rinnovabili, abbandonare rapidamente i motori a combustione termica per passare alle auto elettriche, investire sull’economia circolare per ridurre il consumo di materie prime, sono tutte parti di una strategia – condensata nel Green deal – che permette di affrontare la crisi climatica in corso tanto quanto la dipendenza da potenze straniere (ex?) alleate. L’auspicio è che anche i “patrioti” oggi al Governo in Italia, finora fieramente schierati contro la transizione ecologica, sappiano accorgersene in tempo.

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.