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Gli Stati Uniti sfuggono all’imposta minima globale

Le multinazionali americane non saranno soggette alla misura adottata da 147 paesi Ocse. Tra minacce e giravolte, Trump è riuscito a far schivare i nuovi obblighi a società multimilionarie che pagano basse percentuali di tasse
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Mesi e mesi di intensi negoziati, poi finalmente il via libera da parte di 147 paesi e giurisdizioni che collaborano nell'ambito del Quadro inclusivo dell'Ocse/G20 sull'erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili (Base erosion and profit shifting, Beps), ma alla fine tutto si è concluso con un buco nell’acqua: gli Stati Uniti sfuggono alla neonata imposta minima globale, che era stata pensata anche, se non soprattutto, per loro.

Andando con ordine: il 5 gennaio i 147 membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) hanno concordato gli elementi chiave di un pacchetto che traccia la strada da seguire per il funzionamento coordinato degli accordi fiscali minimi globali nel contesto di un'economia digitalizzata e globalizzata. Obiettivo delle misure è quello di garantire che le aziende con un fatturato annuo superiore a 750 milioni di euro debbano pagare un’imposta minima applicabile a livello mondiale sui loro profitti, in modo da evitare che le multinazionali riducano particolarmente il loro carico tributario spostando le entrate in paradisi fiscali. Ebbene, dopo mesi di intense negoziazioni, il pacchetto completo per un accordo “side by side” è stato annunciato a inizio anno sottolineando che si tratta di «un importante accordo politico e tecnico che getterà le basi per la stabilità e la certezza del sistema fiscale internazionale». Ancora: «Esso preserverà i risultati finora raggiunti nel quadro fiscale minimo globale e tutelerà la capacità di tutte le giurisdizioni, in particolare dei paesi in via di sviluppo, di avere il diritto di tassare per primi i redditi generati nelle loro giurisdizioni». Per il segretario generale Ocse, Mathias Cormann, l'accordo rappresenta «una pietra miliare nella cooperazione internazionale in materia fiscale».

Il problema, come è stato però evidenziato da esperti del settore e rilanciato da diverse testate giornalistiche europee, è che gli Stati Uniti non dovranno sottostare a queste nuove norme. Dopo una prima luce verde arrivata nel 2021, l’allora presidente americano Joe Biden aveva schierato gli Usa a sostegno dell'imposta minima globale. Ma ora Donald Trump ha fatto sapere di considerarla un'ingerenza nella sovranità nazionale e nella competitività del suo Paese. E come ha fatto in modo per certi versi analogo nei confronti di altri organismi e trattati internazionali, compresa la Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici, ha quindi dichiarato nullo l'accordo.

Tra le misure previste figura infatti l'imposta minima globale, ovvero una tassa sui reddito delle società pari ad almeno il 15%, indipendentemente dalla sede dell'impresa e dal luogo in cui i profitti vengono tassati. Se uno Stato richiede solo il 10%, ad esempio, altri Stati potrebbero richiedere imposte supplementari fino a quando il carico fiscale non raggiunga effettivamente il 15%. «La Germania potrebbe, ad esempio, applicare imposte supplementari alle società statunitensi se queste pagano troppo poche tasse negli Stati Uniti», spiega Christoph Trautvetter della rete Steuergerechtigkeit (Giustizia fiscale) al magazine Surplus. «Ed è proprio questo che il governo statunitense vuole evitare».

Già la scorsa estate Trump, al fine di boicottare l'accordo sulla tassa minima, aveva minacciato numerosi Stati con misure di ritorsione fiscale. La Sezione 899 del cosiddetto Big Beautiful Bill Act, contestato da organizzazioni umanitarie e associazioni ambientaliste, avrebbe consentito al governo statunitense di punire con imposte aggiuntive gli Stati che applicano tasse estere inique. Si trattava, tra l'altro, di un'imposta minima sui profitti delle aziende statunitensi. La minaccia ha funzionato, ricorda Surplus magazine: alla fine di giugno 2025, i paesi del G7 hanno annunciato che non avrebbero applicato l'imposta minima alle aziende statunitensi. In cambio, il governo statunitense ha eliminato la sezione 899 dalla legge. Per gli europei era sembrata una vittoria. Ma il vero premio è andato agli Usa e ad aziende che puntano a ottenere basse tassazioni. Già durante il suo primo mandato, Trump aveva ridotto drasticamente le imposte sulle società, in alcuni casi fino al 10,5%. In questo modo è riuscito ad attirare sempre più aziende. E ora la strategia può continuare, trasformando gli Stati Uniti stessi in una sorta di paradiso fiscale per i profitti esteri.

Redazione Greenreport

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