Golfo Persico: parola alle armi o ci sono ancora margini per la risoluzione diplomatica con l’Iran?
Lasciamo da parte, seppur brevemente, le manifestazioni di Teheran e le migliaia di morti causati dalla sanguinaria repressione, tra i manifestanti e che hanno scosso l’opinione pubblica mondiale, riempendola di sdegno verso il governo teocratico degli Ayatollah. Le analisi politiche è bene si facciano con mente sgombra e senza farsi trascinare dall’emotività che, naturalmente, situazioni simili possono suscitare in ogni essere umano dotato di empatia. Cerchiamo dunque di capire le ragioni politiche, asciutte e crude, che hanno spinto il governo degli Stati Uniti a muovere una poderosa flotta dall’area del Sud-Est asiatico per rischierarla nel Golfo Persico.
Per capire quello che sta accadendo oggi occorre partire dal fatto che l'Iran ha raddoppiato la produzione di missili in conseguenza (e per effetto?) della guerra cosiddetta dei 12 giorni, combattuta dall’Iran contro Israele nel giugno scorso e conclusasi col massiccio intervento dei distruttivi bombardamenti aerei messi a segno dagli Usa, sopravvenuti nella notte del 22 giugno e condotti principalmente sulle tre centrali nucleari iraniane. Non è stato difficile per nessuno intuire che l’intervento americano poteva comportare l’elevatissimo rischio di trasformare il conflitto, scoppiato in una dimensione regionale, e conferirgli una dimensione globale, aprendo scenari impensabili, non esclusa anche la possibilità di alimentare una strisciante propagazione della guerra nel lungo periodo e un possibile allargamento geografico; in altre parole, un collasso del regime degli Ayatollah che avrebbe potuto causare una transizione politica dagli esiti imprevedibili o, forse, anche a determinare la sopravvivenza del regime stesso, che avrebbe potuto sviluppare ancora di più la determinazione a conseguire l’agognata arma atomica.
Va ricordato, purtroppo, che pur nell’attuale situazione di “cessate il fuoco”, nessuna delle richiamate eventualità può essere del tutto esclusa; infatti, i paesi del Golfo Persico (Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman) hanno avvertito che Teheran potrebbe lanciare un attacco senza preavviso e ciò a causa dell'escalation delle tensioni; tant’è vero che gli Stati Uniti stanno inviando ulteriori sistemi avanzati di difesa aerea nella regione. La soluzione diplomatica alla quale stanno lavorando entrambi i governi (Iran e Usa) prevede l’apertura di un tavolo di negoziazione ad Ankara per prevenire lo scatenarsi della guerra, che oggi purtroppo appare sempre più probabile.
La preoccupazione dei Paesi del Golfo ha indotto gli stessi a stabilire urgenti contatti con Washington per rappresentare come l’accresciuta capacità missilistica dell'Iran si potrebbe trasformata in una minaccia mortale per l’intera area del Golfo.
Con l'aumento delle tensioni che si sono registrate in questi giorni, le iniziative diplomatiche di Turchia, Egitto e Qatar sono aumentate e la ricerca di una soluzione diplomatica appare l’unica via possibile per scongiurare lo scoppio di un conflitto che, a questo punto, diventerebbe inevitabile. I media statunitensi riportano quotidianamente che sono in corso le trattative negoziali per organizzare un incontro tra delegazioni di Iran e Stati Uniti nel corso di questa settimana nella capitale turca.
Non resta, quindi, che attendere fiduciosi l’esito di questo incontro, sperando prevalga il senso della conservazione della specie e non la furia distruttrice, che sconvolgerebbe un’area geopolitica fondamentale per gli equilibri mondiali; basti solo pensare all’approvvigionamento energetico di prodotti fossili che vengono estratti e transitano in quell’area. Non può essere casuale il fatto che anche la Marina da guerra cinese abbia già fatto capolino da quelle parti.