La Corte di giustizia dell’Ue dovrà esprimersi su tre aspetti centrali dell’accordo Ue-Mercosur
Ieri si è svolto all’Europarlamento un voto importante sul Mercosur. Ma di cosa si tratta, e perché è così controverso? L’accordo Ue-Mercosur è uno dei più grandi accordi commerciali mai negoziati dall’Unione europea. I negoziati sono iniziati oltre 25 anni fa, alla fine degli anni Novanta, e coinvolgono circa 780 milioni di persone in Europa e in quattro Paesi del Sud America: Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Non è un accordo tecnico né marginale: riguarda agricoltura, industria, lavoro, ambiente, salute pubblica e il funzionamento stesso delle istituzioni europee.
Dal punto di vista economico, il Mercosur è già oggi un partner importante per l’Unione europea. Gli scambi valgono oltre 50 miliardi di euro l’anno in beni e circa 30 miliardi in servizi. L’Europa esporta soprattutto macchinari, veicoli, prodotti chimici e farmaceutici, mentre importa in larga parte prodotti agricoli e materie prime. Secondo la Commissione europea, l’accordo dovrebbe ridurre i dazi, facilitare l’accesso ai mercati sudamericani e rafforzare il ruolo geopolitico dell’Ue in America Latina.
È importante chiarirlo subito: criticare questo accordo non significa essere contrari agli accordi commerciali in generale. In un contesto geopolitico sempre più instabile, per l’Unione europea è anzi fondamentale diversificare i rapporti economici con altre regioni del mondo, anche per ridurre dipendenze strategiche, in particolare dagli Stati Uniti. Il problema, però, è che distribuisce male costi e benefici.
Un nodo molto controverso riguarda l’agricoltura e l’ambiente. Oltre il 40% delle esportazioni del Mercosur verso l’Unione europea è costituito da prodotti agricoli e materie prime. L’accordo favorisce un modello produttivo basato su agricoltura intensiva, grandi allevamenti industriali, uso massiccio di pesticidi e una forte pressione su foreste e biodiversità, in particolare in Amazzonia. Allo stesso tempo, mette sotto pressione l’agricoltura europea, soprattutto quella di piccola e media scala, che deve rispettare regole ambientali, sanitarie e sul benessere animale molto più stringenti.
Formalmente, solo prodotti conformi agli standard europei possono entrare nel mercato dell’Ue. Nella pratica, però, i controlli sulle importazioni agricole riguardano oggi una quota minima dei flussi complessivi, inferiore al 5%. Anche l’aumento dei controlli annunciato dalla Commissione, pari a circa il 30%, difficilmente può colmare questo divario. Di fronte a queste criticità, viene spesso proposta una soluzione apparentemente semplice: compensare gli agricoltori europei con più sussidi. Ma questa risposta non affronta il problema di fondo. L’accordo non migliora il modello di produzione agricola, né in Europa né nei Paesi del Mercosur; non accompagna la transizione ecologica, non riduce l’uso di pesticidi e non rafforza le filiere locali.
Al contrario, consolida un modello insostenibile cercando poi di compensarne i danni con risorse pubbliche. Su questo anche dobbiamo essere molto chiari: una parte del mondo agricolo è contrario all’accordo per ragioni di concorrenza che non hanno nulla a che vedere con l’ambiente o con il rendere sostenibile l’agricoltura. È importante, da questo punto di vista, mantenere un discorso rigoroso che distingue chiaramente argomentazioni che tengono a mantenere lo status quo in un settore che non ha sempre un ruolo particolarmente costruttivo e quelle che mirano a rendere questo accordo coerente con gli impegni sociali e climatici non solo della Ue, ma anche dei nostri partner latinomaericani.
Le criticità non si limitano però all’agricoltura. Molti osservatori e organizzazioni della società civile segnalano rischi anche per altri settori: una possibile pressione al ribasso su standard sociali e condizioni di lavoro lungo le catene del valore; maggiori difficoltà per le piccole e medie imprese europee, meno attrezzate a competere in un contesto deregolamentato; vantaggi concentrati su grandi multinazionali; un aumento dei trasporti a lunga distanza per beni che potrebbero essere prodotti anche localmente, con evidenti effetti climatici. Più in generale, l’accordo rischia di ridurre lo spazio di manovra per politiche industriali, ambientali e sociali più ambiziose.
A questi problemi di contenuto si aggiungono questioni serie di trasparenza, di controllo democratico e di coerenza con il diritto europeo. È per questo che un gruppo trasversale di 144 deputati del Parlamento europeo ha proposto che l’Europarlamento chieda alla Corte di giustizia dell’Unione europea di esprimersi sulla compatibilità dell’accordo con i Trattati su tre aspetti centrali. Il primo riguarda il modo in cui l’accordo è stato costruito: governi e Commissione hanno deciso di dividerlo in due parti per consentire l’applicazione “provvisoria” della componente commerciale prima della ratifica del Parlamento europeo e senza il voto dei Parlamenti nazionali, sollevando dubbi seri sul rispetto delle prerogative parlamentari e dell’equilibrio istituzionale. Il secondo riguarda una clausola che consente ai Paesi del Mercosur di chiedere compensazioni se nuove norme europee su ambiente, salute o sicurezza alimentare riducono le loro esportazioni, con il rischio concreto che una maggiore tutela dell’interesse pubblico diventi sanzionabile. Il terzo riguarda il principio di precauzione, pilastro del diritto europeo, che permette di intervenire per proteggere salute e ambiente anche in assenza di certezze scientifiche definitive, e che potrebbe essere indebolito dalla riduzione dei controlli e dal ricorso a meccanismi arbitrali.
Un po’ a sorpresa, il Parlamento europeo ha approvato la richiesta di parere della Corte con una maggioranza molto risicata. È importante chiarire però che questa decisione non dovrebbe bloccare l’applicazione provvisoria dell’accordo se i Paesi del Mercosur completeranno le loro ratifiche interne. Tuttavia, se la Corte dovesse contestare uno dei tre punti citati, le conseguenze politiche e giuridiche sarebbero rilevanti e imporrebbero una revisione di alcune parti dell’accordo.
Negli ultimi anni, Ong ambientali, organizzazioni agricole e reti della società civile hanno avanzato proposte concrete che non mirano tanto a fermare l’accordo, ma a renderlo coerente con le priorità europee di oggi: la polarizzazione anche di questo dibattito tra pro e contro libero commercio, e una notevole opposizione di alcuni Paesi del Mercosur su alcuni aspetti qualificanti in particolare su standard ambientali e di salute. Le richieste convergono su alcuni punti essenziali: rendere vincolanti e sanzionabili gli impegni ambientali e sociali; garantire una reale reciprocità degli standard, in particolare su pesticidi, sicurezza alimentare, benessere animale e diritti del lavoro; rafforzare la trasparenza e il controllo democratico, assicurando un ruolo pieno al Parlamento europeo; usare il commercio come leva per accompagnare la transizione ecologica, non come strumento che la ostacola e poi ne compensa eventualmente i danni.
Il punto centrale che non dobbiamo mai dimenticare è che, in fondo, il Mercosur è figlio di una visione degli anni Novanta, fondata sull’idea che più commercio e meno regole producano automaticamente crescita e benessere. Oggi però l’Unione europea e il mondo tutto deve confrontarsi con crisi climatica, sicurezza alimentare, transizione ecologica e disuguaglianze. Il tempo che si apre ora può e deve essere usato per correggere l’accordo, rendendo gli impegni ambientali e sociali vincolanti, rafforzando le regole e garantendo il pieno rispetto delle prerogative democratiche. Senza questo passaggio, anche l’accordo Ue–Mercosur rischia di restare totalmente incapace di rispondere alle sfide del presente.