L’economia della fame nel mondo continua a crescere, destabilizzando il pianeta
Secondo gli ultimi dati messi in fila dal Fondo monetario internazionale (Fmi), la crescita del Pil globale è prevista al 3,3% per il 2026 e al 3,2% per il 2027 – leggermente rivista al rialzo rispetto al World economic outlook di ottobre 2025 – con l’Italia buona ultima tra i Paesi sviluppati (+0,5% nel 2025 e +0,7% sia nel 2026 sia nel 2026). Ma l’altra faccia della medaglia è quella dove la fame nel mondo continua a crescere, destabilizzando anche l’economia insieme alle relazioni geopolitiche.
Se nel 2024 erano 295 milioni le persone che hanno sofferto di fame acuta, 14 milioni in più rispetto al 2023, per l’anno in corso il Programma alimentare mondiale (Wfp) dell’Onu stima che saranno 318 milioni le persone chiamate a fare i conti con livelli di fame critici o peggio: più del doppio rispetto alla cifra registrata nel 2019.
«La fame provoca sfollamenti, conflitti e instabilità, che non solo minacciano vite umane, ma sconvolgono anche i mercati da cui dipendono le aziende – sottolinea la direttrice esecutiva aggiunta del Wfp, Rania Dagash-Kamara, che partecipa al World economic forum in corso a Davos – Il mondo non può costruire mercati stabili su una base di 318 milioni di persone affamate».
Dunque non solo gli attori pubblici, ma anche i privati un interesse diretto nell'affrontare l'insicurezza alimentare, con le aziende chiamate a investire in prima persona in catene di approvvigionamento, tecnologia e innovazione che possano contribuire a stabilizzare i mercati fragili e a proteggere la forza lavoro.
A mancare, non sono certo le risorse economiche. Secondo le stime dell’Onu, porre fine alla fame entro il 2030 costerebbe solo 93 miliardi di dollari all'anno, meno dell'1% dei 21,9 trilioni di dollari dedicati alle spese militari nell'ultimo decennio; calando il dato sul solo 2024, quando sono stati spesi 2,7 trilioni di dollari per le forze armate, servirebbe il 4%.