Nel Mar Nero continua il folle attacco alle petroliere
Una dissennata guerra che molti definiscono ibrida ma, francamente, a noi appare pura follia, imperversa sui mari di tutto del pianeta. La spregiudicatezza con la quale vengono colpite navi petroliere, cariche di greggio o in ballast (vuote di carico ma con ancora a bordo residui oleosi dei carichi precedenti), assume proporzioni che dalla preoccupazione sconfinano giorno dopo giorno nella paura, per la sicurezza della navigazione in primis e subito dopo per la sicurezza ecologica degli ecosistemi marini che, non va dimenticato, hanno già pagato un tributo assai rilevante per le sconsiderate azione degli uomini, a partire dal naufragio della “Torrey Canyon” del marzo del 1967, avvenuto a Sud delle coste della Cornovaglia e i cui disastrosi effetti sull’ambiente marino (si riversarono in mare più di 100.000 tonnellate di greggio) destarono la preoccupata reazione a livello mondiale che, per la prima volta, dovette confrontarsi con i devastanti effetti provocate dalla cosiddette maree nere sulle coste e spiagge di larga parte del Nord Europa.
Se in quel caso, però, si poteva attribuire la responsabilità di quanto accaduto all’imperizia o alla negligenza degli equipaggi oppure a guasti tecnici non prevedibili, oggigiorno l’assalto deliberato a navi cisterna adibite al trasporto di greggio è diventato, a tutti gli effetti, un efferato crimine ambientale le cui conseguenze travalicano l’interesse del singolo Stato in cui si avranno i principali effetti dell’inquinamento ma colpiranno, senza alcuna possibilità di equivoco, l’integrità biologica dei mari e, con essa, anche la salute dell’uomo, che col mare è direttamente e indissolubilmente connessa.
Per restare alla cronaca si queste ultime ore, riportiamo che l’ultimo deliberato attacco si è verificato ieri mattina nel Mar Nero, peraltro un mare i cui ecosistemi biologici sono ancora più delicati del nostro Mediterraneo. In ordine cronologico sono state colpite le seguenti unità gestite da compagnie greche: la nave cisterna, “Delta Harmony”, di bandiera liberiana, gestita dalla compagnia “Delta Tankers”, diretta a caricare petrolio nel terminal kazaco di Tengizchevroil; la seconda petroliera, la “Matilda”, battente bandiera maltese, attualmente risulta essere gestita della compagnia “Thenamaris”, diretta al terminal di Karachaganak, mentre le altre due petroliere, la “Freud” con bandiera delle Isole Marshall e la “Delta Supreme”, battente bandiera liberiana, anch’esse gestite dalla “Delta Tankers” sono state attaccate sia con droni aerei che con droni di superfice (una sorta di siluri teleguidati).
Anche in questi quattro casi, per fortuna, non ci sono stati marittimi colpiti, restando alle ultime agenzie stampa greche e turche – rimarchiamo il fatto che la Turchia esercita giurisdizione nell’area Sar (Search and rescue) in cui avvengono la maggior parte degli attacchi alle navi e, pertanto, assume il controllo e (la responsabilità) delle operazioni connesse con la salvaguardia della vita umana in mare.
Alla luce degli accadimenti oramai diventati quasi giornalieri, è lecito domandarsi cosa accadrebbe se si colpissero petroliere cariche e parte di quel carico venisse sversato fuori bordo. A chi competerebbe assumere le operazioni di contrasto e contenimento del prodotto versato? Chi sosterrebbe gli oneri e i costi di operazioni di questo tipo, i cui costi si misurano sull’ordine di grandezza delle centinaia di milioni di dollari?
Le compagnie di assicurazione marittima, i cosiddetti Lloyd’s di Londra come reagirebbero di fronte a casi concreti di ampi inquinamenti marini? Le popolazioni rivierasche colpite dai disastrosi effetti dell’inquinamento da petrolio da chi sarebbero sostenuti nell’emergenza e risarciti dopo?
Si potrebbero aprire scenari apocalittici senza che sia pronta una reale e immediata capacità d’intervento: non possiamo pensarci all’ultimo minuto o, peggio, a disastro già avvenuto e poi stracciarci le vesti e gridare al disastro. Questa svolta i responsabili saremmo noi, la nostra specie, l’Homo sapiens che, purtroppo, di sapiens ha sempre meno.