La biodinamica è scienza e natura
Classe 1971, biologo ed enologo, conduce un’azienda vitivinicola in Toscana. È tra i più autorevoli e moderni sostenitori dell’agricoltura biodinamica, che segue e pratica da oltre venti anni. Recentemente ha pubblicato, per Libreria Editrice Fiorentina, “Conoscere l’agricoltura biodinamica”, lui è Michele Lorenzetti e la nostra conversazione non può che partire dal libro.
Intervista
Michele, l’agricoltura biodinamica è sempre avvolta in un alone di mistero. Questo libro è un manuale? Serve a mettere in pratica i metodi che Steiner illustrò negli anni ’20 del ‘900?
Spero di essere riuscito a fare qualcosa di più di un manuale, quelli già ci sono e chi si è convertito alla pratica biodinamica non ne ha bisogno. Ho cercato di restituire una visione un po’ più di chiara perché in questi anni, incontrando tante persone, ho visto tanta curiosità ma anche tanto pregiudizio.
Qual è stato il tuo primo approccio alla biodinamica?
Sono biologo e ho sempre avuto interesse per l’agricoltura, conoscevo le tesi di Rudolf Steiner che a partire dal 1924 avanza un’innovativa proposta per la rigenerazione dei terreni agricoli. Ma la svolta è l’incontro con Carlo Noro, agricoltore figlio di agricoltori che ha fondato un grande laboratorio destinato all’allestimento dei preparati biodinamici a Valle Fredda, dove ha sede anche la nostra associazione culturale Professione Biodinamica.
Persiste una narrazione che accomuna la biodinamica alla stregoneria. A proposito di uno degli atti più emblematici, il corno letame, anche tu nel libro parli di un’origine quasi mistica e leggendaria. Tutte le pratiche che l’hanno contraddistinta in questi anni sono ancora attuali?
Non c’è nessun contrasto tra scienza e biodinamica, anzi è una pratica che concilia scienza e natura. Nonostante alcuni detrattori considerino queste pratiche prive di fondamento scientifico arrivando a definirle provocatoriamente “magiche”, oggi la ricerca accademica offre crescenti evidenze a sostegno di questo approccio, superando i limiti di una visione meramente quantitativa. Tutto questo in un contesto in cui in 25 anni i nostri terreni, in Italia e in Europa, hanno perso il 65% di sostanza organica. Oggi è proprio la scienza a dirci che la fertilità dei terreni è a rischio estinzione.
C’è, ripeto, nei confronti della biodinamica un pregiudizio sulla metodica a partire dalla pratica del corno letame che dobbiamo sfatare. Essenzialmente si tratta di un esercizio di lavorazione sulla sostanza organica, non c’è niente di strano: è un super concentrato di stimoli che arricchisce il terreno anche a basse dosi. Ed è quello che abbiamo recentemente scoperto grazie a una ricerca fatta con l’Università di Padova, che ha evidenziato come anche soli 200 grammi per ettaro hanno già la capacità di stimolare la rigenerazione del terreno.
Rudolf Steiner illustra il metodo biodinamico all’inizio del ‘900. Cosa è cambiato da allora nella divulgazione del metodo?
L’agricoltura biodinamica nasce nel 1924 proprio per affrontare i primi problemi che gli agricoltori avevano rispetto alle perdite di fertilità dei terreni, è infatti subito dopo la fine della prima guerra mondiale che arrivano i primi concimi chimici. Nel ’24 Steiner affronta questo tema e propone un’azione di recupero rispetto a un problema che era già evidente. Se si considera che l’agricoltura biologica nasce negli anni ’40, allora si vede che è proprio la biodinamica il primo movimento di agricoltura rigenerativa su scala mondiale.
Oggi la biodinamica ha raggiunto una discreta diffusione in Italia, riflettendo un successo di livello mondiale. Tuttavia, è essenziale che venga applicata con estrema professionalità. La conoscenza degli strumenti biodinamici, la loro qualità e la consapevolezza delle infinite variabili sono elementi chiave per il successo del metodo. Per questo, è fondamentale lavorare con serietà, puntualità, trasparenza e correttezza.
Racconti spesso, parlando del vino, che in quello che vedevi c’era troppa chimica, è ancora così?
Quando mi sono affacciato per la prima volta al mondo del vino forse la situazione era anche peggiore, ma la chimica è presente ancora in maniera consistente già nel vigneto con trattamenti sistemici molto pesanti, così come c’è tanto intervento nella vinificazione. Il vino, d’altra parte, è l’unico alimento che non riporta sull’etichetta tutti gli ingredienti presenti nella bottiglia, che evidentemente non è fatta solo di uva. Noi invece nei vini naturali nella trasformazione non usiamo niente, non si utilizzano lieviti, tannini, enzimi, chiarificanti.
Oggi sei anche un produttore di successo, in una zona tra l’altro come il Mugello dove la coltivazione della vite era stata quasi abbandonata: qual è stato il tuo approccio?
La biodinamica, fin da subito. Avevo già cominciato la collaborazione con Noro e anche la consulenza per le aziende, volevo mettere in pratica personalmente quello che trasmettevo e ho avuto l’opportunità di farlo qui nel Mugello.
Come vedi l’evoluzione del mercato del vino che sembra preferire vini meno strutturati, più leggeri, se non addirittura non alcolici?
Sul dealcolato vedo una narrazione che allontana le persone dalle cose più naturali, per me nel vino il problema non è l’alcol, se preso ovviamente con misurazione; mi preoccupa di più il cibo processato, e vale anche per il vino. È preoccupante quello che si aggiunge, dai conservanti agli stabilizzanti, quello per me è il diavolo. Per quanto riguarda i vini meno strutturati invece penso che si possano anche fare vini meno impegnativi ma senza togliere troppo della struttura del vino stesso, perché con quella perdiamo la territorialità, l’origine, di fatto una cultura.
Cosa distingue il biologico dal biodinamico?
La biodinamica, come il biologico, si concentra sulla fertilità del suolo e sull’uso del compost, ma amplia la sua visione agli aspetti più profondi e invisibili della materia. La fertilità del suolo è strettamente legata alla presenza di humus, e la biodinamica interviene con il preparato 500, che non solo apporta nutrienti, ma stimola anche la vita dell’humus. A differenza del compost, il preparato 500 non è un concime; i due strumenti differiscono per quantità utilizzata e qualità del lavoro svolto, con il preparato 500 che agisce a un livello più sottile e dinamico.
Un altro aspetto che distingue l’agricoltura biodinamica da quella biologica riguarda la visione dell’azienda agricola, che in biodinamica è quasi “umanizzata”.
L’agricoltura organica conta nel mondo 72 milioni di ettari coltivati in 183 paesi e cresce ogni anno dell’11%. La biodinamica conta ad oggi 250.000 ettari coltivati, cioè lo 0,35% della superficie in organico, e vede coinvolte circa 5500 aziende nel mondo. Se consideriamo anche quelle non certificate, i numeri sarebbero ben più ampi, anche se ufficialmente non riportabili.
Le superfici coltivate con il metodo biodinamico sono in costante crescita.
Aumentano, soprattutto in Toscana, le produzioni biologiche, biodinamiche e in genere c’è una maggiore attenzione alla qualità della vita e del cibo. Anche il mercato sembra confermare questa tendenza. Ma la politica sembra andare in tutt’altra direzione, soprattutto in Europa, che rapidamente sta seppellendo il Green deal e firma l’accordo Mercosur.
Oggi la nostra Europa finanzia in modo abbondante gli allevamenti intensivi e invoca un maggior consumo di carne. Per noi questo è un mondo che va esattamente al contrario. Ricorderò sempre come in proposito il prof. Andrea Zanfei, viticoltore in Toscana, invocava un ribaltamento del sistema di certificazione. Secondo lui era paradossale che chi sceglieva di coltivare nell’ottica della difesa della fertilità dei suoli doveva pagare un ente certificatore e invece chi liberamente usava pesticidi e diserbi non pagava nulla. A suo avviso avrebbe avuto più senso far pagare chi praticava l’agricoltura industriale come tassa di inquinamento al fine di sostenere il serio controllo di chi si dichiarava conforme alle regole del biologico.
Troviamo una ragione per essere ottimisti in tutto questo?
Ho scelto di accompagnare il mio saggio con alcune riflessioni di Rudolf Steiner: attraverso le sue intuizioni e la sua visione del mondo e della natura, Steiner ci offre una lettura delle scienze agronomiche assolutamente attuale e profonda, pone al centro l’uomo e il suo spirito nella gestione responsabile della vita sulla Terra. L’uomo ha creato l’agricoltura, l’agricoltura produce il cibo, il cibo nutre il pensiero. Il futuro del pianeta è nelle nostre mani.