In Parlamento esperti di energia e di diritto bocciano il ritorno al nucleare
Non è economicamente conveniente, né è sostenibile. È difficile trovare siti adatti in un territorio così complesso dal punto di vista sismico e del rischio idrogeologico. Comporta tempi incompatibili con gli obiettivi di decarbonizzazione previsti per il 2030. Crea anche una nuova dipendenza dall’estero, considerata la mancanza tanto del combustibile primario, l’uranio, quanto di una filiera industriale autonoma. È una sfilza di controindicazioni quella che è venuta alla luce nel corso dell’audizione in commissione Ambiente e in quella Attività produttive della Camera nell’ambito dell’esame dei progetti di legge «recanti delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile». Anche lasciando preliminarmente da parte quest’ultimo dettaglio che emerge da questo virgolettato, ovvero che si è scelta la strada della «delega al governo» per il ritorno del nucleare in Italia, scavalcando di fatto un’adeguata e più approfondita discussione parlamentare e anche ignorando l’esito dei referendum popolari volti in passato, l’opzione nucleare è stata sonoramente bocciata dalla stragrande maggioranza dei soggetti chiamati ad esprimersi a Montecitorio.
Il professore di Chimica ambientale presso l’Università degli studi di Napoli Parthenope Sergio Ulgiati ha attirato l’attenzione sul fatto che i tanto decantati reattori di quarta generazione ancora non esistono, che la tecnologia a cui dovremmo affidarci rimane quella basata sulla fissione nucleare dei modelli precedenti, che non sono affatto superati i problemi intrinseci di questa opzione, legati alla sicurezza e alla gestione delle scorie radioattive, che la costruzione di nuovi impianti richiede tempi lunghi e risorse economiche che potrebbero non essere disponibili nel breve o medio periodo. Come se non bastasse, il docente di chimica ambientale ha richiamato l’attenzione dei parlamentari sul fatto che l’intero ciclo del combustibile nucleare (dall’estrazione all’arricchimento fino allo smaltimento delle scorie) è controllato da pochissimi attori globali, il che rappresenta un problema di sicurezza nazionale e di costi energetici non controllabili dall’Italia.
Una soluzione può essere integrare il nucleare con le rinnovabili? No, è stata la risposta degli esperti del think tank per il clima Ecco. Poiché le centrali nucleari hanno costi fissi molto alti, per essere convenienti devono funzionare quasi sempre, almeno l’85% del tempo: «In un contesto come quello europeo, in cui ci avviciniamo a un sistema che funziona in gran parte con le rinnovabili, la convenienza non c’è», ha detto il responsabile del programma energia di Ecco Michele Governatori. Se una centrale nucleare deve spegnersi o ridurre la potenza quando c’è abbondanza di sole e vento, ha spiegato, il costo dell’energia che produce aumenta di molto. Il calcolo che ha fatto è stato questo: «Su 8600 ore di un anno, se supero l’80% di funzionamento di una centrale, il costo medio dell’energia da nucleare resta paragonabile a quello di altre fonti. Ma se la uso anche solo il 60% del tempo, i costi a kilowattora restano alti, e non sono paragonabili ad altre tecnologie. Tecnicamente si può spegnere il nucleare quando ci sono le rinnovabili. Ma chi lo paga? Le centrali nucleari vanno ripagate facendole lavorare».
Pollice verso è arrivato anche da Legambiente, che ha mostrato le criticità insite nel ricorso agli Small modular reactor (Smr), i piccoli reattori su cui punta il governo ma che al momento rappresentano soltanto «una scommessa tecnologica ancora sulla carta». «In Argentina il progetto di Smr Carem25 è stato abbandonato nel 2024 per un aumento dei costi del 600%, quello americano à stato valutato intorno ai 250 dollari al megawattora», ha ricordato la responsabile energia dell’associazione Katiuscia Eroe. «Gli Smr in Cina sono risultati più costosi del 200%, in Russia i due piccoli reattori galleggianti hanno superato i costi previsti del 300%. Gli small modular reactor hanno superato i costi del nucleare tradizionale prima ancora di entrare in produzione». Inoltre, ha spiegato, «gli Smr produrrebbero a parità di energia dal doppio al 300% di rifiuti in più rispetto alle centrali tradizionali. E da noi in Italia non abbiamo ancora risolto il problema del deposito delle scorie».
I problemi, in questa operazione del governo sul ritorno del nucleare in Italia, riguardano non solo questioni economiche, ambientali, di sicurezza, ma anche di procedure democratiche. Il tema era già stato sollevato dai sindacati chiamati a gennaio in audizione alla Camera (in particolare i rappresentanti della Cgil hanno puntato il dito contro la decisione di procedere con delega al governo, «una scelta politica che ignora la volontà popolare e indebolisce la democrazia energetica») e ora è stato sviscerato anche dalla professoressa ordinaria di Diritto amministrativo presso il Politecnico di Milano Maria Agostina Cabiddu. «Il legislatore non può limitarsi a ignorare l’esito dei referendum del 1987 e del 2011 – ha detto – e sebbene non esista un divieto eterno di legiferare, occorre che la nuova scelta sia supportata da un “profondo mutamento delle circostanze di fatto e di diritto”, che non può essere sbrigativamente risolto in una delega». Tra l’altro, ha aggiunto, «siamo di fronte a una delega in bianco o comunque troppo generica. Una materia che incide in modo così radicale sul territorio, sulla salute e sull’ambiente richiederebbe che il Parlamento non si spogliasse della sua funzione, ma definisse con precisione i confini del “nucleare sostenibile” direttamente nel testo di legge». Ultimo ma non ultimo: se il governo ha impostato fin dall’inizio la sua strategia di ritorno dell’atomo proprio lanciando lo slogan del «nucleare sostenibile», la docente di Diritto amministrativo ha sottolineato che «definire il nucleare come “sostenibile” senza parametri tecnici e temporali chiari inseriti nella cornice legislativa primaria espone il provvedimento a seri rischi di incostituzionalità per eccesso di delega e difetto di criteri direttivi».
Le audizioni proseguono domani con, tra gli altri, il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi. Era intervenuto in Parlamento già un anno fa, definendo quello sul nucleare un investimento «azzardato» e invitando invece il governo a puntare maggiormente sull’energia solare e su quella geotermica. Difficile che in un anno abbia cambiato idea.