Un Patto per l’abitare per ripensare la casa, tra crisi climatica e giustizia sociale
Negli ultimi decenni, soprattutto in Italia, abbiamo chiesto alla casa di essere molto più di un tetto: un luogo capace di custodire fragilità e paure, un rifugio contro precarietà e incertezze, un investimento su cui costruire sicurezza economica. Abbiamo creduto che bastasse chiudere la porta per restare al riparo. Oggi, però, quella fortezza solo in apparenza inespugnabile mostra crepe profonde: la casa è diventata lo specchio delle contraddizioni del nostro tempo, tra disuguaglianze crescenti, solitudini nuove, pressioni del mercato globale e trasformazioni urbane fuori controllo.
I dati lo confermano. Secondo l’Istat, in Italia esistono oltre dodici milioni di edifici residenziali, con più di nove milioni di abitazioni non occupate stabilmente. Nelle principali città metropolitane interi quartieri presentano percentuali significative di case vuote proprio dove la domanda abitativa è più alta. Nonostante questa abbondanza, come segnala l’Ispra, il consumo di suolo continua a crescere più della media europea, trainato da un settore edilizio tra i più energivori e inquinanti. E mentre il Paese perde abitanti, si continua a costruire anche in aree a rischio e in periferie prive di servizi, lasciando degradare un patrimonio immenso di edifici abbandonati o sottoutilizzati. Dove la domanda è più forte, l’offerta è distorta; dove l’offerta potenziale sarebbe ampia, mancano politiche e infrastrutture.
Questa frattura attraversa l’Italia in profondità. Da un lato le grandi città, dove turistificazione, gentrification e finanziarizzazione hanno trasformato la casa in una merce di lusso. Dall’altro aree interne e borghi si svuotano, mentre servizi e opportunità arretrano. In mezzo, una nuova categoria di “nuovi poveri dell’abitare”: studenti che rinunciano all’università, lavoratori che spendono metà del reddito in affitto, famiglie costrette a spostarsi sempre più lontano, anziani soli in case troppo grandi o isolate. La casa è diventata il nuovo termometro sociale, che misura disuguaglianze e “discomfort” democratici. Le città si trasformano in vetrine globali, mentre chi le abita è sempre più spesso un “manichino” dai diritti invisibili.
Di fronte a questo scenario, l’Europa ha scelto di intervenire. La crisi abitativa non è più un’emergenza locale, ma una questione sistemica che riguarda coesione sociale, competitività e transizione ecologica. Il nuovo Piano per l’Abitare Accessibile segna un cambio di passo: Bruxelles riconosce che la casa non può essere lasciata alle sole dinamiche del mercato e amplia il perimetro dell’edilizia sociale, includendo non solo le fasce più fragili ma anche lavoratori, studenti e famiglie a reddito medio. La Banca Europea degli Investimenti è chiamata a mobilitare risorse per riqualificare l’esistente e sostenere modelli innovativi di abitare.
Questa strategia si intreccia con il New European Bauhaus, che invita a ripensare gli spazi secondo sostenibilità, bellezza e inclusione; con il nuovo ETS2, che introduce responsabilità climatica anche per gli edifici; e con la direttiva Case Green, che punta a ridurre consumi e sprechi. L’Europa sta dicendo una cosa semplice, ma radicale: la casa è un’infrastruttura sociale e ambientale, un nodo strategico del futuro. Le norme da sole, però, non bastano.
La crisi abitativa riguarda non solo quante case mancano, ma come viviamo insieme. Cohousing, abitare collaborativo, neo‑mutualismo urbano e micro‑welfare di prossimità mostrano che la casa può tornare a essere un’infrastruttura sociale. Non è nostalgia del passato, ma costruzione intenzionale di "comunità di destino" capaci di ridurre solitudine, stress e frammentazione. Sono gli “spazi del desiderio”: luoghi che non rispondono solo a bisogni materiali, ma permettono di immaginare nuove forme di vita condivisa. In Italia, seppur lentamente e a macchia di leopardo, qualcosa si muove.
Le prime esperienze, cucite addosso ai fabbisogni di chi partecipa, confermano: pur diverse, da Nord a Sud, sono tutte accomunate da un’idea semplice e rivoluzionaria. La casa non è un oggetto passivo e statico, ma un ecosistema attivo e dinamico. Il condominio del diverso presente, dunque, non sarà più soltanto il luogo dove si paga il riscaldamento o si litiga con il vicino, ma uno spazio dove si condividono energia, servizi, responsabilità. Non solo edifici, ma comunità. Non solo metri quadrati, ma relazioni.
Le conclusioni sono chiare: serve una strategia nazionale che unisca rigenerazione urbana, recupero degli edifici abbandonati, affitto accessibile, abitare collaborativo, comunità energetiche e welfare di prossimità. Servono una fiscalità e una finanza d'impatto che premino chi rimette in circolo il patrimonio esistente e disincentivi la speculazione. Serve una governance multilivello tra Comuni, Regioni, Stato ed Europa. E serve, soprattutto, una visione condivisa: la casa non è solo un bene, ma un diritto; non solo un investimento, ma un’infrastruttura sociale e culturale; non solo un luogo da abitare, ma uno spazio da vivere insieme, in cui seminare speranze e raccogliere cambiamenti multipli duraturi a beneficio di tutti.