Tensione alle stelle nel Golfo Persico, affollato dalla presenza di unità militari russe e cinesi
Tanto tuonò che piovve!
Erano ben presenti e palpabili i segni prodromici che annunciavano l’inasprimento della tensione nel Golfo Persico; un drone iraniano, infatti, è stato abbattuto mentre si «avvicinava aggressivamente» (testuali parole riportate nei comunicati ufficiali della US Navy) ad una portaerei americana nel Mar Arabico martedì (ieri per chi legge).
La descrizione dell’operazione militare è stata riportata minuziosamente nel comunicato ufficiale della Marina da guerra statunitense: un caccia stealth F-35C decollato dalla portaerei USS Abraham Lincoln ha abbattuto il drone iraniano per proteggere l’unità stessa e i militari imbarcati; questa affermazione proviene dal portavoce del Comando centrale USA, il comandante Tim Hawkins.
La portaerei si trovava a circa 500 miglia dalla costa iraniana quando gli si è avvicinato il drone con «intenzione poco chiara».
Queste chiamiamole scaramucce avvengono mentre gli Stati Uniti continuano nella loro attività di rafforzamento della presenza militare nella regione, producendo tensioni via via più elevate tra Washington e Teheran.
Il presidente Donald Trump - come ben sappiamo dalla cronaca politica di questi giorni - minaccia di intraprendere azioni militari contro l'Iran qualora non negozierà un accordo volto a limitare il programma nucleare, in corso di attuazione in Iran.
Sappiamo, comunque, che in precedenza Trump aveva lasciato intravedere la possibilità di intervento americano già durante la letale repressione di Teheran contro le manifestazioni antigovernative che ci sono state ed in parte continuano ancora ad esserci contro il regime degli Ayatollah.
Va segnalato tuttavia, che dopo l'abbattimento del drone iraniano, la portavoce della White House Karoline Leavitt ha dichiarato a “Fox News” (agenzia giornalistica americana), che i negoziati tra Stati Uniti e Iran sono ancora in corso d’opera e che per la fine di questa settimana si potrebbe arrivare ad una soluzione.
La Guida suprema iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei, ha già più volte dichiarato che qualsiasi attacco al Paese scatenerebbe una «guerra regionale».
Segnaliamo che ancora Teheran non ha commentato l'incidente di ieri.
Una nota a parte, a nostro avviso, merita la dichiarazione del presidente iraniano Masoud Pezeshkian che ha affermato: «L'Iran è pronto a negoziare con gli Stati Uniti a condizione sussistano adeguate garanzie a poterlo fare».
Va anche rimarcato il fatto che Washington – giusto per alleggerire un po' - ha ripetutamente ricordato a Teheran gli attacchi statunitensi compiuti contro l'Iran nello scorso anno, e che, trionfalisticamente, Trump ebbe a definirli «annientamento» degli impianti di arricchimento nucleare esistente nel Paese.
Poi, per rimanere coerente con sé stesso, ha annunciato che un nuovo attacco aereo sarebbe stato «molto peggiore» di quelli precedenti, lanciati lo scorso giugno durante la guerra definita dei “12 giorni”, combattuta tra Israele e l'Iran.
Vale la pena mettere in chiara evidenza che, negli ultimi giorni, il Golfo di Oman e lo Stretto di Hormuz si sono trasformati in un teatro di guerra psicologica e militare; purtroppo, non
possiamo non constatare che l’area intera non è più solo un’area strategica; stiamo assistendo al superamento del punto di rottura, dove la presenza di unità militari cinesi contribuisce, dal nostro punto di vista, ad accrescere la tensione – già alta di suo - tra Stati Uniti e Iran. A questo punto c’è da temere seriamente che il rischio di trasformarsi in un conflitto reale sia diventato davvero elevato.
È stato annunciato da molte agenzie che le flotte russe e cinesi stanno convergendo verso il Golfo di Oman per partecipare a esercitazioni congiunte con l’Iran.
Unità di ultima generazione, tecnologicamente molto avanzate - Cacciatorpediniere, Fregate, navi da rifornimento e unità logistiche – stanno dirigendo verso una delle zone dove i flussi di traffico marittimo che trasportano fonti energetiche fossili è il più del mondo; si tratta di una dimostrazione di forza che, intuitivamente, possiamo ritenere travalichi i confini del mero addestramento.
Non è difficile comprendere che queste manifestazioni di forza siano diventate un messaggio politico chiaro; la rappresentazione realistica di un’alleanza militare che sfida, senza mezzi termini, l’influenza americana in una regione dove Washington storicamente ha sempre dominato.
Mosca, Pechino e Teheran accomunate in una posizione divenuta sempre più compatta e coordinata sul piano diplomatico e strategico che non può essere sottovalutata; il rischio che possa innescarsi qualcosa che sfugga al controllo dei vertici militar e politici non è mai stato così elevato dalla fine del secondo conflitto mondiale e sconforta assistere al pesante silenzio dell’Unione europea, indice di assoluta irrilevanza, tamquan non esset.