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La ricchezza tra natura, cultura e politica: la ricetta di Piketty per un modello di sviluppo veramente equo e sostenibile

L’economista francese spiega in un libro in uscita oggi in Italia perché le disuguaglianze non sono né naturali né inevitabili e quali sono i legami tra queste e la crisi climatica. E, nel suo blog, sull’Europa dice: «Per affermarsi nel mondo, deve innanzitutto essere orgogliosa di ciò che è diventata dal 1945, ovvero una potenza democratica, sociale e transnazionale»
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«Per affermarsi nel mondo, l'Europa deve innanzitutto essere orgogliosa di ciò che è diventata dal 1945: una potenza democratica, sociale e transnazionale. Dopo essere state a lungo potenze coloniali rivali e feroci, dopo aver conosciuto l'abisso, le nazioni europee si sono unite e hanno sviluppato all'interno di questa unione un nuovo modello sociale e democratico. L'Europa è così diventata una potenza socialdemocratica.  Dire questo non significa confinare l'Europa in un campo politico. Significa semplicemente constatare che esiste un ampio consenso sul continente intorno al modello sociale europeo». Queste riflessioni sono dell’economista francese Thomas Piketty, che nel suo blog torna a sottolineare che per vincere la battaglia culturale e intellettuale, «è tempo che l'Europa affermi i propri valori e difenda con forza il proprio modello di sviluppo, opposto in tutto e per tutto al modello nazionalista-estrattivista dei trumpisti e dei putiniani».

In quest’ultima riflessione - che peraltro coincide con l’uscita in Italia del suo ultimo libro dal titolo “Natura, cultura e disuguaglianze” (La Nave di Teseo), in cui tra le altre cose ribadisce che le diseguaglianze non sono un fattore né naturale né inevitabile, che sarebbe auspicabile un sistema fiscale che preveda nuove forme di tassazione progressiva e aliquote più alte per le attività a maggiore emissione di gas serra e che, in definitiva, la lotta al cambiamento climatico richiede una drastica riduzione del divario di ricchezza e sta alla politica prendere le opportune decisioni - Piketty sottolinea che per condurre questa battaglia, una sfida cruciale per il Vecchio continente è quella degli indicatori utilizzati per misurare il progresso umano. «La questione è tutt'altro che tecnica: è politica e riguarda tutti i cittadini. Troppo spesso il dibattito europeo si perde in indicatori obsoleti e del tutto inadatti a pensare al futuro e al benessere sociale in un'epoca di riscaldamento globale». Spiega l’economista francese «L'errore più grossolano – e purtroppo molto diffuso – consiste nel confrontare il Pil pro capite espresso ai tassi di cambio di mercato. Ciò equivale a dimenticare l'impennata dei prezzi negli Stati Uniti: è come se si esaminasse l'andamento dei salari dimenticando l'inflazione. Nel 2025, il tasso di cambio era in media di 1,10 dollari per euro (1,05 all'inizio dell'anno, 1,15 alla fine). Ma per equalizzare il livello dei prezzi, il tasso di cambio dovrebbe essere di circa 1,50 dollari per euro. Dimenticando di ragionare in termini di parità di potere d'acquisto, che è tuttavia l'unico modo per confrontare il potere d'acquisto e i livelli reali di beni e servizi prodotti qui e là, si esagera quindi di quasi il 40% la ricchezza statunitense rispetto a quella europea».

Il secondo errore evidenziato da Piketty consiste nel dimenticare le differenze nell'orario di lavoro: l'Europa, spiega, ha scelto di introdurre settimane lavorative più brevi e ferie più lunghe, il che le ha permesso di aumentare il benessere sociale e ridurre il suo impatto ambientale. «Se si tiene conto di questi due fattori, si constata che la produttività oraria, ovvero il Pil per ora lavorata espresso in parità di potere d'acquisto, è più elevata nell'Europa settentrionale che negli Stati Uniti, il cui vantaggio in alcuni settori e territori è più che compensato dai ritardi osservati altrove».

Il terzo errore, che Piketty ritiene ancora più grave dei precedenti due, consiste nel concentrarsi sul Pil commerciale, trascurando gli indicatori sociali (come l'aspettativa di vita) o ecologici. «Se si tiene conto delle esternalità negative legate alle emissioni di carbonio, il Pil corretto di questi effetti esterni crolla negli Stati Uniti rispetto all'Europa. Non è ricoprendo il pianeta di datacenter – nuova fantasia in voga a Washington e talvolta a Bruxelles – che si risolveranno i problemi del mondo».

La conclusione dell’economista francese è netta: «Prima o poi, l'Europa dovrà uscire dalle ambiguità e difendere regole economiche e commerciali coerenti con un modello di sviluppo veramente equo e sostenibile. Ad esempio, nella misura in cui l'accordo non fa altro che rafforzare la deforestazione in corso in America Latina, è logico opporsi al Mercosur. Ma sarebbe ancora meglio sostenere la proposta brasiliana di una tassa mondiale sui miliardari e sulle multinazionali, il cui gettito potrebbe compensare i paesi che limitano volontariamente le produzioni più dannose. È a questo prezzo che l'Europa diventerà una potenza socialdemocratica su scala mondiale».

Redazione Greenreport

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