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L’accordo Ue-Mercosur tra libero scambio e agricoltura sacrificata

I controlli restano il punto debole, non si può chiedere sostenibilità agli agricoltori europei e italiani e allo stesso tempo competere con produzioni che non rispettano le stesse regole
 |  Agricoltura moda turismo

I trattori di mezza Europa stanno scaldando i motori e il 20 gennaio convergono su Strasburgo, davanti al Parlamento europeo. Non è una protesta simbolica, ma una reazione concreta all’accordo Ue-Mercosur appena firmato in Paraguay dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Un’intesa presentata come risposta strategica ai nuovi dazi statunitensi e come strumento per rafforzare il ruolo globale dell’Unione, ma che per il mondo agricolo europeo rappresenta l’ennesimo sacrificio imposto in nome del libero scambio.

L’accordo crea la più grande area di libero scambio al mondo: 718 milioni di persone e un Pil complessivo di oltre 22mila miliardi di dollari. Prevede l’eliminazione progressiva delle tariffe su più del 90% delle merci scambiate, con un risparmio stimato di circa 4 miliardi di euro l’anno per 60mila imprese europee, soprattutto industriali. L’Ue esporta verso il Mercosur soprattutto macchinari, auto, prodotti chimici e farmaceutici per oltre 55 miliardi di euro, mentre importa minerali, idrocarburi e soprattutto prodotti agricoli per circa 56 miliardi. In parallelo, Bruxelles punta a garantirsi accesso a materie prime strategiche – litio, rame, nichel, terre rare – riducendo la dipendenza dalla Cina.

Sul piano industriale e geopolitico, la logica è chiara. Molto meno lo è sul fronte agricolo. Francia, Polonia, Austria, Irlanda e Ungheria hanno votato contro l’intesa, proprio i Paesi dove il settore primario ha un peso economico e sociale rilevante. L’Italia, inizialmente scettica, ha cambiato posizione dopo aver ottenuto alcune garanzie: l’abbassamento dal’8% al 5% della soglia che attiva il meccanismo di salvaguardia, un fondo di emergenza da 6,3 miliardi e il rafforzamento del principio di reciprocità. Secondo il Governo, queste misure renderebbero l’accordo sostenibile. Ma per molti agricoltori e per una parte significativa del Parlamento europeo non affrontano il nodo centrale: la profonda asimmetria regolatoria.
Gli agricoltori europei sono vincolati da norme stringenti su pesticidi, antibiotici, benessere animale e tutela ambientale. Nei Paesi del Mercosur questi standard sono spesso più bassi. In Brasile, ad esempio, oltre un quarto dei principi attivi utilizzati in agricoltura è vietato nell’Ue. Un audit della stessa Commissione europea ha inoltre evidenziato criticità nei controlli sulla carne bovina, senza poter escludere con certezza l’uso di ormoni vietati.

È vero che l’accordo prevede che tutti i prodotti importati debbano rispettare le norme europee e introduce obblighi di etichettatura sull’origine. Ma i controlli restano il punto debole: anche con l’aumento annunciato del 33%, le ispezioni alle frontiere resterebbero attorno al 4% delle merci in ingresso, una percentuale ritenuta insufficiente da molte associazioni agricole. Le quote previste – 99mila tonnellate di carne bovina, 180mila di pollame, 190mila di zucchero – rappresentano percentuali ridotte del consumo europeo. Ma il timore non è solo quantitativo: è strutturale. L’agricoltura viene ancora una volta utilizzata come merce di scambio per obiettivi industriali e geopolitici, mentre i costi ambientali e sociali vengono scaricati sui territori rurali.

La protesta di Strasburgo non è ideologica né protezionista. È la richiesta di coerenza: non si può chiedere sostenibilità agli agricoltori europei e italiani e allo stesso tempo competere con produzioni che non rispettano le stesse regole. Senza questa coerenza, nessun fondo di compensazione potrà evitare che il prezzo dell’accordo venga pagato, ancora una volta, dall’anello più debole della catena.

Patty L'Abbate

Patty L'Abbate è attualmente Vicepresidente della Commissione permanente, Ambiente, Territorio e lavori Pubblici della Camera dei Deputati (XIX). Nella scorsa legislatura (XVIII) è stata Senatrice della Repubblica, membro della Commissione Ambiente. È professore di Economia Ecologica e Management alla Magistrale di Economia presso il Dipartimento di Management, Finanza e Tecnologia dell’Università LUM Jean Monnet, Bari e possiede l’abilitazione Scientifica Nazionale di Professore di Fascia II S.S.D. SECS-P/13 in Scienze merceologiche.