Riciclo plastiche, per salvare l’industria italiana servono quote minime obbligatorie di utilizzo
L’industria – europea e italiana – attiva lungo la filiera del riciclo plastiche sta vivendo la recessione più profonda mai registrata, con l’Ue che ha già perso capacità di riciclo per 1 milione di tonnellate: impianti fermi pari all’intera capacità di riciclo della Francia, e dunque a rischio fallimento.
Il comparto si trova infatti ad affrontare crescenti pressioni: mercati frammentati per i materiali riciclati, elevati costi energetici, prezzi volatili della plastica vergine e concorrenza sleale da parte di paesi terzi. Un problema al centro dell’ultima puntata di Report, che si è soffermata in Toscana intervistando anche l’amministratrice delegata di Revet, Alessia Scappini, in quanto l’azienda è una delle quattro aziende italiane in grado di riciclare le poliolefine estratte dal plasmix, la frazione di plastiche eterogenee e dunque più difficile da riciclare, nonostante rappresenti ormai il 70% degli imballaggi plastici che differenziamo nelle nostre case.
Che fare? Il presidente di Assorimap, associazione italiana dei riciclatori, Walter Regis, ha ribadito quanto richiesto al tavolo di crisi aperto dal ministero dell’Ambiente: «Chiediamo al Governo di seguire l’esempio di altri Paesi europei e di adottare subito una misura semplice, a costo zero per lo Stato, che garantisca quote obbligatorie di utilizzo nella produzione e difenda la qualità del made in Italy. La filiera è in balia di un mercato che non assorbe la plastica riciclata, costringendo a produrre in perdita. Le imprese che non versano già in situazioni economiche gravemente compromesse, rimangono in una stasi forzata, non per scelta ma per necessità».
In altre parole, si tratterebbe di anticipare al 2027 le disposizioni del regolamento Ue Ppwr sul contenuto minimo di riciclato negli imballaggi. Misura che da sola basterebbe a risolvere tutte le criticità, ma che il governo continua a ignorare, preferendogli l’introduzione di un credito d’imposta per chi utilizza plastiche riciclate: una misura che ha lunghissimi tempi di attuazione.
«Affidarsi a questo strumento – conclude Regis – significa lasciare ad altri soggetti la discrezionalità di scegliere il riciclato in alternativa al prodotto vergine, senza affrontare il nodo dei costi di produzione, né la minaccia delle importazioni low cost asiatiche».