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La buona notizia: non ci sono state vittime, nonostante i violenti venti, le onde alte oltre 10 metri e il fatto che in tre giorni sia caduta metà della pioggia che solitamente arriva in un anno

Ciclone Harry, gli ambientalisti propongono un patto per il clima: «Non si può aspettare la prossima emergenza»

Palazzo Chigi dovrebbe dichiarare la prossima settimana lo stato di emergenza nazionale per Calabria, Sicilia e Sardegna. Ma per Wwf e Greenpeace non basta muoversi con provvedimenti urgenti solo davanti alle catastrofi: servono misure di adattamento e politiche per la transizione
 |  Prevenzione rischi naturali

La buona notizia è che il sistema di allerta ha funzionato: il passaggio del ciclone Harry non ha causato vittime in Calabria, Sicilia e Sardegna. La cattiva notizia riguarda tutto il resto: piogge, vento e mareggiate hanno distrutto case e negozi, barche e porticcioli, strade e binari, hanno cancellato spiagge, devastato stabilimenti balneari e strutture ricettive, causato danni per oltre un miliardo di euro in Sicilia e almeno mezzo miliardo in Sardegna e altrettanto in Calabria. La cattiva notizia è che in soli tre giorni sono caduti oltre 500-600 millimetri di pioggia, vale a dire la metà della pioggia che solitamente cade in un intero anno, i venti hanno soffiato a 120-130 chilometri orari e le onde hanno superato i 10 metri d’altezza investendo palazzine di tre o quattro piani, spaccando vetri ed entrando nelle case. La cattiva notizia, evidenziata tra gli altri dal capo della Protezione civile Fabio Ciciliano, che pure esprime soddisfazione per come ha funzionato il sistema di prevenzione e allerta, è che simili eventi che continuiamo a chiamare estremi sono in realtà sempre più ricorrenti e «anche chi non è particolarmente sensibile al tema climatico non può ignorare la realtà». Perché poi in definitiva la cattiva notizia è proprio questa, e cioè che nonostante quel che continuano a sostenere i negazionisti climatici e quanti approfittano delle trappole mentali a disposizione, la crisi climatica si manifesta anche con simili drammatici eventi, soprattutto in quest’area dominata da un Mediterraneo che ribolle e che si surriscalda a oltre il doppio della media globale, alimentando alluvioni lampo e violenti venti.

Ora, a livello istituzionale si metteranno in campo le usuali procedure: il Consiglio dei ministri si riunirà la prossima settimana, quando avrà ricevuto la documentazione completa dalle Regioni coinvolte, e nominerà i governatori come commissari per l’emergenza. I quali hanno già deliberato lo stato di emergenza regionale e chiederanno a Palazzo Chigi la dichiarazione di stato di emergenza nazionale per ottenere le risorse economiche necessarie per riparare i danni provocati nei tre giorni di tempesta. E partire tra l’altro con una corsa contro il tempo per far trovare Calabria, Sicilia e Sardegna pronte per una stagione turistica che arriva tra un pugno di mesi.

Ma non è mettendo mano al solito iter burocratico che si risolve il problema, sottolineano le associazioni ambientaliste chiamando il governo a responsabilità che se certamente non riguardano direttamente questo singolo episodio, giocano comunque un ruolo nella crisi climatica in atto. «Il 2026 è appena iniziato, e sono passati solo due mesi dall’alluvione del Friuli-Venezia Giulia, che l’Italia è già investita da un nuovo grave evento climatico estremo», dice Simona Abbate della campagna Clima di Greenpeace Italia. «La devastazione dell’uragano Harry evidenzia ancora una volta come il nostro Paese sia esposto con sempre maggiore intensità e frequenza agli effetti del surriscaldamento globale. In Italia molte persone ormai lo vivono sulla loro pelle, mentre il governo anziché tutelarci continua a fare scelte energetiche che rischiano di aggravare la situazione, immaginando di fare del nostro Paese un hub del gas per compiacere le industrie dei combustibili fossili. Per evitare altri disastri occorre invece investire da Nord a Sud in maniera strutturale nella transizione ecologica, finanziando interventi di mitigazione e adattamento alla crisi climatica».

Non basta muoversi con provvedimenti urgenti solo davanti alle catastrofi, sottolinea anche il Wwf. È certamente indispensabile supportare famiglie e aziende che hanno subito i danni del ciclone, sottolinea l’associazione ambientalista, ma è altrettanto indispensabile ed urgente avviare politiche di prevenzione serie, «cominciando da una vera e proprio leadership italiana per cercare di rimuovere le cause che alimentano crisi climatica». Il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), ricorda il Panda, è chiuso in qualche cassetto ministeriale ormai dal 2023 e risulta tuttora privo di adeguati finanziamenti. Per non dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, che avrebbe dovuto essere operativo fin dal primo semestre del 2024 e che invece è stato istituito con decreto del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica soltanto pochi giorni fa. «Mentre è ferma in commissione al Senato la proposta di legge sul Clima avanzata dal Wwf e dalle altre associazioni ambientaliste – sottolinea Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf Italia – riteniamo che le Regioni italiane, quelle che vivono sulla pelle dei propri territori e cittadini l’impatto della crisi climatica, dovrebbero approvare proprie leggi per il clima, pensando alle azioni di mitigazione e di adattamento da avviare e dotandosi di Consigli scientifici in grado di identificare i rischi e la coerenza delle politiche».

Un’altra proposta messa sul piatto dall’associazione ambientalista è questa: se le istituzioni non fossero in grado di dare urgentemente applicazione al Pnacc forse sarebbe opportuno nominare un Commissario per gli interventi di adattamento urgenti al quale sia affidato l'incarico di «avviare piani locali strategici nelle aree prioritarie per il rischio climatico ed evitare che vengano sperperati i fondi straordinari dell’emergenza». Più in generale Palazzo Chigi, dice il Panda, deve prendere esempio da altri Paesi europei, come la Spagna, e promuovere un vero e proprio “Patto per il clima” che comprenda sia l’abbattimento delle emissioni, sia l’adattamento alle nuove condizioni climatiche.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.